In Iran condanna a morte senza appello per Reyhaneh Jabbari

Qui va il tuo testo... Seleziona qualsiasi parte del tuo testo per accedere alla barra degli strumenti di formattazione.
Luisa Betti Dakli • 3 Novembre 2014
Condividi articolo

«Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via». Con queste parole, contenute in una lunga lettera verbale lasciata alla madre prima della sua esecuzione

Reyhaneh Jabbari è stata impiccata a 26 anni per essersi difesa da uno stupro in Iran

Una sentenza, arrivata dopo 7 anni di carcere, che né la tesi della legittima difesa né gli appelli internazionali, sono riusciti a fermare. Una vita, quella di Reyhaneh Jabbari arredatrice d’interni, che si ferma in verità quando lei ha solo 19 anni e viene invitata in un appartamento da Mortaza Abdolali Sarbandi, medico ex funzionario dell’ intelligence, che le vorrebbe commissionare l’arredo del suo ufficio ma che in realtà l’aggredisce una volta sul posto. Un tentato stupro al quale la ragazza reagisce difendendosi con un coltello tascabile che, secondo la sua deposizione, non uccide l’uomo ma lo ferisce permettendole di fuggire.

L’uomo però viene ritrovato senza vita, e a nulla vale l’indicazione di Reyhaneh che dice di aver visto sul luogo dell’omicidio un misterioso terzo uomo di nome Sheikhy, giunto mentre lei scappava. Per la corte il suo è omicidio premeditato e la condanna a morte viene emessa per la giovane in un processo giudicato «viziato» da Amnesty International, e altre organizzazioni per i diritti umani, a causa di prove sparite, limitazioni a vedere l’avvocato, confessioni estorte in isolamento.

Reyhaneh Jabbari

«La mia Reyhaneh è stata impiccata. Aveva la febbre mentre danzava sul patibolo», ha dichiarato la mamma, Shole Pakravan, il giorno dell’esecuzione davanti a una sentenza che era stata sospesa prima ad aprile e poi a fine settembre. E anche se per Mahmood Amiry-Moghaddam – portavoce di Iran Human Rights (Ihr) – Reyhaneh poteva essere salvata da una mobilitazione internazionale più forte e determinata, gli unici che avrebbero potuto sospendere questa condanna erano la famiglia dell’uomo ucciso che avrebbe perdonato solo se la donna avesse ritrattato l’accusa infamante del tentato stupro: un punto su cui Reyhaneh non ha mai voluto tornare indietro a costo della morte.

Eppure «il vero responsabile di tutto questo – ha ribadito Shole Pakravan – è il potere giudiziario iraniano», un potere che non ha neanche voluto esaudire le ultime volontà della ventiseienne iraniana che aveva chiesto di poter donare i suoi organi e che invece è stata seppellita nella sezione 98 del cimitero di Behesht-e Zahra, vicino alla città santa di Qom, senza che fosse permesso di celebrare un funerale né di recitare preghiere.

Un accanimento in sintonia con l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran – uscito pochi giorni dopo l’esecuzione di Reyhaneh – in cui si legge che i più discriminati in quel territorio sono appunto donne e cristiani. Un documento dove il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nella Repubblica islamica, Ahmed Shaheed, afferma che qui in un anno sono state giustiziate 852 persone. Ma l’Iran non è il solo Paese in cui la condanna a morte viene esercitata. Come riporta Amnesty International lo scorso anno

sentenze capitali sono state emesse in 57 paesi, eseguite in 22

per la maggior parte in Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Stati Uniti d’America e Somalia, anche se l’80 per cento è stato totalizzato in Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita. I metodi d’esecuzione usati sono la decapitazione, scariche elettriche, fucilazione, impiccagione e iniezione letale, su persone messe a morte anche per crimini come rapina, droga, reati economici, reati politici, adulteri, stregoneria e blasfemia.

Come Meriam Yahia Ibrahim Ishag che in Sudan era stata condannata a morte per apostasia e a 100 frustate per adulterio per aver sposato un cristiano, e che incarcerata con il figlio di 20 mesi è stata costretta a partorire il suo secondo figlio in condizioni disumane. O come Asia Bibi, che ancora oggi potrebbe morire sul patibolo, e che è stata condannata a morte per blasfemia in Pakistan. La condanna con decapitazione è stata invece eseguita il 9 gennaio 2013 in Arabia Saudita per Rizana Nafeek, una lavoratrice migrante dello Sri Lanka condannata a morte nel 2007 per l’omicidio di un neonato morto per soffocamento che la donna ha sempre sostenuto accidentale.

Una situazione, quella delle migranti asiatiche che vanno a fare le domestiche in Medio Oriente, che rasenta la schiavitù per un numero di circa un milione e mezzo solo in Arabia Saudita: case in cui una buona parte viene sottoposta a violenza e tortura. Come Tuti Tursilawati binti Warjuki che dopo essere stata sottoposta a molestie sessuali ha ucciso il suo datore di lavoro mentre lui tentava di stuprarla (2010) e per questo condannata a morte; oppure Satinah hinti Jumad Ahmad, indonesiana, che uccise il suo padrone per legittima difesa mentre «il suo datore di lavoro le aveva afferrato i capelli cercando di sbatterle la testa contro il muro».

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

“Il prezzo del sangue” in Iran: Goli Kouhkan, vittima di matrimonio forzato a 12 anni, sarà giustiziata

Autore • 10 Novembre 2025

Avanti Marx! Il nuovo sindaco di NY Mamdani, inizia la transizione nominando un team di 5 donne

Autore • 7 Novembre 2025
Vai alla rubrica