Nadia Murad e Denis Mukwege: il Nobel contro gli stupri di guerra

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Luisa Betti Dakli • 11 Febbraio 2019
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«Nell’era della globalizzazione e dei diritti umani più di 6.500 bambini e donne yazidi sono stati fatti prigionieri, venduti e abusati. Nonostante i nostri appelli, il destino di oltre 3.000 donne comprate e stuprate ogni giorno dall’Isis, è ancora sconosciuto. È inconcepibile che i leader di 195 paesi in tutto il mondo non si siano mobilitati per liberare queste ragazze, che se fossero un accordo commerciale, un giacimento petrolifero, o un carico di armi, sicuramente non sarebbe stato risparmiato nessuno sforzo pur di liberarle».

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Denis Mukwege e Nadia Murad durante la premiazione per il Nobel a Oslo EPA/HAAKON MOSVOLD LARSEN / POOL NORWAY OUT

È con queste parole che Nadia Murad, la ragazza yazida rapita, venduta, stuprata e torturata dall’Isis 4 anni fa, ha ringraziato per aver ricevuto il Nobel per la pace in ex-equo con il ginecologo Denis Mukwege, che nel suo ospedale a Bukavu ha curato più di 50mila pazienti devastate dagli stupri di guerra nella Repubblica Democratica del Congo in cui milioni di donne hanno subito inaudite violenze e sevizie da parte di tutte le forze combattenti. Un premio per due attivisti che, secondo il comitato norvegese,

«hanno contribuito a dare visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra»

Nadia aveva vent’anni quando il Daesh prese Kocho, piccolo centro del Sinjar nel nord dell’Iraq, e ha visto sterminare la sua famiglia in una mattinata: «Guardavamo fuori – racconta – sparavano agli uomini e li decapitavano, e altri li portavano via in autobus. Sei dei miei fratelli sono morti così». Ed è da quel 3 agosto 2014 che la sua vita è cambiata per sempre: «Mi sento vecchia – dice – è come se nelle loro mani ogni parte di me fosse cambiata, ogni millimetro del mio corpo è diventato vecchio».

Nominata nel 2016 ambasciatrice Onu per i sopravvissuti al traffico di esseri umani, Murad ha fondato la Nadia’s initiative, una ong per le vittime di violenza e per il popolo yazida, e ha pubblicato un libro dal titolo “L’ultima ragazza”, con l’auspicio che sia lei l’ultima ragazza al mondo con una storia del genere. Un libro in cui racconta tutto: «Il mercato degli schiavi apriva di notte – si legge – e potevamo sentire il trambusto al piano di sotto dove i militanti dell’Isis si organizzavano. Quando il primo uomo entrò nella stanza, tutte le ragazze iniziarono a urlare. Camminavano fissandoci mentre noi gridavamo. Per prima cosa andavano verso le ragazze più belle, chiedendo l’età ed esaminando capelli e bocche.

“Sono vergini, giusto?” Chiedevano alla guardia. Poi ci toccavano passando le mani sui seni e sulle gambe, come se fossimo animali

Ho urlato e urlato, scacciando via le mani che si allungavano per toccarmi. Altre ragazze arrotolavano i loro corpi in palle sul pavimento o si gettavano verso le loro sorelle per cercare di proteggerle. Mentre ero distesa lì, uno di loro si fermò davanti a me. “Tu! La ragazza con la giacca rosa! Alzati!” I suoi occhi sembravano infossati nella carne del suo grosso viso che era quasi interamente coperto di peli.

Non sembrava un uomo ma un mostro, e puzzava di uova marce e acqua di colonia

Donne yazide

Ma rapire, stuprare e ridurre a schiave sessuali queste ragazze per il Daesh non è un’idea improvvisata e non è solo un bottino, perché lo stupro di guerra, che colpisce tutte le donne nei conflitti, non è sempre lo stesso. Così come è stato in Congo e nella ex Jugoslavia, questo tipo di stupro organizzato e sistematico è un’arma di distruzione di massa, che si infrange sulle donne ma colpisce tutta la comunità prima e dopo la guerra, distruggendo il tessuto sociale e provocando crimini contro l’umanità, consumati sulla pelle della popolazione femminile. «Lo Stato islamico – dice Murad – ha pianificato tutto questo: come entrare nelle nostre case, cosa rende una ragazza più o meno preziosa, perché i militanti dell’Isis meritano una sabaya (schiava del sesso, ndr) come incentivo». Nadia è stata comprata e rivenduta molte volte, su di lei ci sono le cicatrici delle torture e le bruciature delle sigarette spente sulla sua carne nuda, e

quando ha tentato di scappare lanciandosi dal secondo piano, è stata ripresa e sottoposta a stupro di gruppo

Un giorno però uno dei suoi «proprietari» si è dimenticato di chiudere a chiave la casa dove era segregata ed è riuscita a scappare bussando a tutte le porte di Mosul finché una famiglia l’ha accolta e l’ha aiutata a fuggire con i documenti della figlia, per raggiungere i campi profughi del Kurdistan, e poi la Germania, dove vive tutt’ora. Oggi, anche se l’Iraq è stato liberato, il Daesh non è stato annientato e Murad vorrebbe vedere a processo i suoi aguzzini. «La situazione degli yazidi nelle prigioni dell’Isis non è cambiata – ha detto a Oslo durante la cerimonia per il Nobel – e gli autori dei crimini del genocidio non sono stati consegnati alla giustizia»: un impegno che rappresenterebbe invece «l’unico premio al mondo in grado di restituirci dignità», in quanto «se non verrà fatta giustizia questo genocidio contro di noi e contro altre comunità, si ripeterà».

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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