Intervista shock di Oprah Winfrey: per i social Meghan Markle è la Dark Lady di Buckingham Palace

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Luisa Betti Dakli • 10 Marzo 2021
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Gli scricchiolii si sentono fin qui e sono senza dubbio quelli delle fondamenta di una delle più antiche monarchie europee: quella inglese. A farle pericolosamente vacillare è stata l’intervista rilasciata da Meghan Markle, moglie del principe Henry duca di Sussex, a Oprah Winfrey per la Cbs andata in onda il 7 marzo. Nelle immagini di questa intervista appare il patio di una villa con lo sfondo di un meraviglioso parco, e due signore comodamente sedute su due poltrone outdoor che sembrano conversare amabilmente in pieno relax.

Le accuse di Meghan Markle

Il principe Harry e la duchessa Meghan

Eppure non è proprio così, perché in realtà su quel tavolinetto bianco si sta apparecchiando il colpo del secolo: buttare giù la monarchia inglese. La duchessa di Sussex, raggiunta dal marito Harry solo alla fine per mettere la ciliegina sulla torta, parla a ruota libera ma quello che dice non è messo lì a caso: comprese le facce di una strepitosa Oprah Winfrey nei momenti clou dell’intervista mandata in Italia ieri sera su TV8 e venduta in più di 70 paesi al mondo.

Diana Spencer e Meghan Markle

Quello che Meghan ha fatto però non è solo togliersi qualche sassolino dalla scarpa ma denunciare uno status quo della famiglia reale inglese che mette non poco a disagio i reali, e anche se la regina Elisabetta II, nonna di Harry, non è mai stata attaccata, l’affondo è stato pesantissimo. L’ex attrice americana è entrata formalmente in casa Windsor con le nozze regali del 2018, ed è diventata madre di Archie Harrison Mountbatten-Windsor nel 2019, mentre ora è in attesa di una bambina.

I punti salienti del racconto sono: l’isolamento di Meghan da quando ha messo piede nella casa reale compreso il sequestro di chiavi, passaporto e patente, la sofferenza mentale e i pensieri suicida quando era incinta, un diverbio con Kate Middelton manipolato a suo sfavore dai media, ma soprattutto le accuse di razzismo per la perplessità di alcuni membri di Buckingham Palace sul colore della pelle del primogenito Archie

Meghan come Diana

Meghan Markle

Parole che pesano oggi sulla testa della corona come una ghigliottina pronta a scattare. Un quadretto che ha dato l’assist per il marito Harry che pur entrando alla fine, ha parlato della moglie come la chiave della sua liberazione, paragonando la condizione della moglie a quella di sua madre Diana, morta in un incidente a Parigi nel 1997 su cui ancora oggi incombono pesanti ombre. “Temevo che la storia si ripetesse”, ha detto il principe nell’intervista, spiegando che si sentiva “intrappolato nel suo ruolo reale” e rivelando che sposare Meghan gli ha dato il coraggio di andarsene per scegliere una vita diversa. Aggiungendo però che mentre loro erano in due ad affrontare la macchina schiacciasassi di Bakingam Palace, sua madre era da sola.

Rivelazioni che hanno fatto esultare i fan della serie “The Crown”, dove viene ricostruita la dolorosa storia di Diana con il principe Carlo, ma che hanno anche scatenato l’odio sui social con haters che si sono scagliati contro Meghan Markle come se non ci fosse un domani. Ma come si è declinato quest’odio per lei?

Haters sui social: non solo insulti

Megan Markle è una donna e come tale non è scampata all’aggressione sessista solo perché è una duchessa. Falsa, bugiarda, diabolica, malvagia, è stata descritta senza remore come la dark lady che si accalappia il pollo di turno e poi lo cuoce lentamente alla brace mettendolo contro la sua famiglia e manipolando ogni suo neurone. Una donna priva di scrupoli con scopi precisi, insomma tutto il peggio degli stereotipi sessisti.

Sì, perché il problema non è se Meghan ha detto o meno la verità, ma è come si declina questo giudizio. Tutto quello che in queste ore si sta scrivendo di lei le per offendere la sua persona attacca prima di tutto la sua identità biologica, perché si sa,

una donna che si ribella diventa una mina che fa esplodere non solo l’etichetta reale ma un establishment prima di tutto culturale, e per questo va massacrata, rovinata, distrutta prima di tutto come donna

Il marchio della Dark Lady

Quello che nei suoi confronti si sta consumando non è un odio qualsiasi, perché uno può anche dire: “le credo” oppure “non le credo”, senza accanirsi. Ma è troppo forte la tentazione di andare a pescare nello stereotipo più antico del modo: quello della femme fatale che attira poveri uomini indifesi nella sua trappola e che nella storia umana ha giustificato e giustifica ogni nefandezza maschile.

Le “donne oscure”, termine coniato da William Shakespeare e arricchito dalla letteratura e dal cinema, sono esseri pericolosi che rompono gli schemi di un ruolo sottomissivo e accomodante, rifiutando di riflettere lo sguardo maschile. Donne ribelli punite severamente anche con la morte. Immagine che viene da lontano, dalla strega che è in grado di sopravvivere senza la protezione del maschio e che usa i suoi elisir di eterna bellezza per ingannare l’uomo che poi si vendica e la uccide. Un immaginario antico usato ancora oggi per giustificare i femminicidi: lei mi ha rifiutato, vessato, illuso, ingannato, e io l’ho “giustamente” uccisa.

Una donna che rivendica il suo potere, la sua autonomia, e per questo diventa brutta, cattiva e appunto nera. Colei che deve essere punita e che richiama a immagini in bianco e nero impresse nella mente: dalla cavigliera in primo piano di una magistrale Barbara Stanwick mentre scende le scale in “La fiamma del peccato” di Billy Wilder (tratto da “Double Indemnity”, romanzo noir di James Cain) o lo specchio incrinato con il primo piano di una strepitosa Rita Hayworth in “La signora di Shanghai” di Orson Welles, che pagherà appunto con la morte la sua ribellione. Dark lady che verranno riscattate solo nel 1981 (l’altro ieri) con il “Brivido caldo” di Lawrence Kasdan, dove una travolgente Kathleen Turner si gode la ritrovata libertà in riva a una spiaggia tropicale dopo aver convinto l’amante a uccidere il marito.

Le donne che rompono lo specchio dello sguardo maschile sono spregiudicate e sensuali, infedeli, ingannatrici e si servono della loro bellezza e sensualità per imprigionare e dannare l’uomo che ignaro, cade nella sua trappola

E a nulla valgono le parole pronunciate nell’intervista da Harry che forse si sta vendicando, anche più della moglie, di tutto quello che la famiglia reale ha fatto a sua madre. Perché? Perché lui è un uomo, che ne sa lui di queste cose.

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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