Fine dell’aborto in Usa: strategia globale delle destre ma un vero boomerang alle elezioni di Midterm

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Luisa Betti Dakli • 1 Luglio 2022
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Dieci anni fa l’ultraconservatore cattolico Rick Santorum, in corsa per le presidenziali americane con i repubblicani, diceva che “le donne violentate non devono interrompere la gravidanza perché quel bambino è un dono di Dio”. Una frase che sembrava sproporzionata e che oggi si rivela profetica dato che con la cancellazione della storica sentenza Roe vs Wade, che tutelava dal ‘73 il diritto all’aborto in Usa, sono andate in vigore leggi come quella passata in Alabama che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) anche in caso di stupro o incesto, consentendo di abortire solo se la donna è in serio pericolo di vita e condannando i medici fino a 99 anni di carcere.

Perché gli Stati hanno continuato a varare leggi contro l’Ivg

Un trend, quello di restringere le norme sull’Ivg da parte di diversi Stati americani, che negli Usa è andato forte negli ultimi 10 anni e che oggi si è rivelato come parte di un disegno preparato nel tempo, grazie al supporto repubblicano, dato che con la cancellazione della Roe da parte della Corte Suprema, tutte quelle norme oggi potranno andare in vigore, restringendo la possibilità di interrompere una gravidanza con leggi antiabortiste in 13 Stati americani e con 25 già pronti a vietare immediatamente l’aborto. Tra questi il Texas, dove chi aiuta una donna ad abortire può essere perseguitato, o l’Oklahoma, che ha approvato un divieto totale, ma anche il Kentucky, Mississippi, Ohio, o il Missouri, dove l’aborto è fuori legge dopo l’ottava settimana e solo in caso di emergenza ma mai per stupro e incesto.

In Georgia il divieto è sulla base dell’heartbeat, la pulsazione che, pur non essendo un battito cardiaco, dato che il cuore non è formato, è percepibile nelle prime sei settimane quando spesso la donna non sa neanche di essere incinta

Una proposta promossa più di dieci anni fa dal gruppo Faith2Action, guidato dall’attivista conservatrice Janet Porter, che non aveva ricevuto sostegno nella politica americana se non da gruppi di destra ultracattolici, e che quando fu proposta in Ohio nel 2011 fu bocciata dagli stessi conservatori che la trovarono estrema, mentre oggi è un modello legislativo gettonato da diversi Stati che non si fermeranno malgrado i tribunali si stiano già muovendo per bloccare le leggi antiabortiste (come già successo in Texas, Louisiana, Utah e Florida).

Come la Corte Suprema è arrivata a cancellare la Roe vs Wade

Non a caso quando una settimana fa la Corte Suprema si è pronunciata contro la Roe, è partita dal parere espresso su una legge del Mississippi riguardo il divieto di aborto dopo 15 settimane senza eccezioni di stupro o incesto. Nell’indiscrezione fatta a maggio dal “Politico”, che ha pubblicato la bozza presentata dal giudice Samuel A. Alito Jr. il 10 febbraio, era chiaro che la maggioranza dei giudici non sarebbero tornati indietro dato che avevano classificato la Roe “estremamente sbagliata”.

Dei 9 giudici presenti alla discussione, i conservatori Alito, Clarence Thomas (che vorrebbe abolire anche la contraccezione), Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, ovvero la maggioranza, si erano dichiarati pronti a spazzare via il diritto all’autodeterminazione delle donne negli Usa in una decisione che ora è definitiva, aggiungendo nel mirino anche la Planned Parenthood v. Casey del ‘92, secondo cui le persone hanno la libertà di fare “scelte intime e personali”, contestando così anche i matrimoni gay e gli atti sessuali privati tra persone dello stesso sesso.

I 5 giudici conservatori sono andati dritti al punto malgrado il forte dissenso dei tre giudici liberali, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Stephen Breyer, e la contrarietà del giudice a capo della Corte Suprema, John Roberts, che pur avendo votato con la maggioranza contro l’aborto, avrebbe preferito limitarsi alla convalida della legge del Mississippi, criticando la decisione di cancellare con un colpo di spugna la Roe dando così “un grave scossone al sistema legale”.

Ma come è stato possibile dare in mano al governo di un paese la decisione di abortire che deve essere lasciata alla donna e al suo medico?

Il “capolavoro” di Donald Trump e il debito con i pro-life

Donald Trump

È tutto legato a una questione di numeri. Donald Trump, che si è preso il merito di questa vittoria, durante il suo mandato è riuscito a portare alla maggioranza i conservatori dentro la Corte (oggi 6 su 9), nominando Amy Coney Barrett, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, accusato, quest’ultimo, di abusi sessuali da almeno 4 donne. Gop che è in forte debito con i pro-vita i quali hanno elargito enormi flussi di denaro nelle casse repubblicane con la promessa proprio di rovesciare la Roe. Conservatori evangelici e ultracattolici che sono una parte importante dell’elettorato per la rielezione di Trump che ha onorato il suo debito politico e che aveva mostrato la sua buona volontà già al suo insediamento con il ripristino Global Gag Rule, con cui ha bloccato i fondi alle Ong internazionali per la salute riproduttiva delle donne nel mondo, e finanziando con quei soldi la più grande società che gestisce una catena di cliniche pro-life contrarie all’aborto e agli anticoncezionali.

Scelte che dimostrano quanto i repubblicani si siano spostati a destra nel giro di pochi anni, e questo in un’atmosfera completamente diversa rispetto a quando, negli anni ’70, negli Stati Uniti erano tutti favorevoli all’Ivg: uomini, donne, cattolici e anche repubblicani

Biden cavalca l’onda e chiede i voti per il Midterm

Joe Biden

Un disastro a cui, secondo la Cnn, il 70% degli americani si oppone e al quale il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha risposto parlando di un’ampia minaccia per i diritti, dalla contraccezione al matrimonio. Ma i democratici sapevano da mesi che questa decisione sarebbe passata e Biden ha certamente cavalcato l’onda, chiedendo agli elettori di scegliere candidati pro-choise nelle elezioni di Midterm a novembre. Una mossa astuta dato che quelle elezioni si prospettavano, fino a oggi, come una débâcle totale per un presidente che secondo i sondaggi ha perso molti consensi per la sua incapacità ad affrontare inflazione e criminalità alle stelle, e per le sue posizioni sul conflitto in Ucraina.

Il cattolico Biden, che da quando è presidente non ha mai pronunciato la parola “aborto” fino a oggi, sa che i democratici ora non hanno voti al Congresso per approvare nulla riguardo l’interruzione di gravidanza, e che lo scoglio più grande per varare una legge che sancisca questo diritto, è la modifica della regola della maggioranza assoluta in Senato dove qualsiasi nuova norma richiede 60 voti (mentre i 100 membri sono equamente divisi tra repubblicani e democratici). Regola dell’ostruzionismo che un mese fa ha bloccato lo stesso Congresso che aveva cercato di far passare il diritto all’aborto con il Women’s Health Protection Act, approvato alla Camera ma respinto al Senato dove è stata bocciato.

La strategia per la distruzione dei diritti umani

Un obiettivo, quello della distruzione dei diritti delle donne e dei diritti civili ma anche delle libertà personali, che non è solo della destra americana e che si sviluppa da tempo a livello internazionale attraverso la strategia del ribaltamento del concetto stesso di “diritti umani”, a partire proprio dall’interruzione di gravidanza bollata come “contro il diritto alla vita dal concepimento”, senza tenere in conto il pericolo per la vita delle donne che rischiano la morte con aborti clandestini.

Come già successo in Polonia, dove la Corte Costituzionale ha raso al suolo una già ristretta legge sull’aborto grazie alla stesura di motivazioni giuridiche redatte dalla potente organizzazione Ordo Juris

Lo scopo non riguarda solo abbattere l’Ivg ma il “Ripristino dell’ordine naturale”, come recita il manifesto di Agenda Europa, la rete che riunisce tutte le forze reazionarie di destra ultracattoliche del Pianeta e che trova un valido partner anche nel Congresso mondiale delle famiglie. Qui al centro c’è la famiglia eterosessuale bianca come microsistema di controllo in cui la donna ha una mera funzione procreativa e di accudimento, mentre l’uomo è il pater familias che possiede la moglie e anche i figli: un sistema in cui non c’è posto né per l’aborto, né per l’omosessualità, né per i “sangue misti”, e dove le donne dovranno sopportare in silenzio anche la violenza domestica.

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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