Caso Grillo: Silvia noi ti crediamo

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Luisa Betti Dakli • 4 Maggio 2021
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Ieri sulla “Verità” è apparsa, sul caso Grillo, una nuova e più particolareggiata deposizione di Silvia (nome fittizio) che a differenza dell’articolo di Nuzzi, che sulla Stampa di 10 giorni fa ricostruiva la vicenda, scende in particolari agghiaccianti e terribili, e rivittimizzando la ragazza con particolari drudi e morbosi che nulla hanno a che fare con il giornalismo. Indagini che si sono concluse con nuovi capi di imputazione tra cui l’abuso verso l’amica Roberta mentre dormiva sul divano.

Sì, perché più si va avanti e più si scava, si gratta il fondo, facendo rivivere a lei quello che ha già descritto ai magistrati. Per questo, e per non costringere tutte le ragazze a sottoporsi a nuove sofferenze, DonnexDiritti lancia oggi la campagna #silviaioticredo contro la vittimizzazione secondaria a sostegno di tutte le donne che denunciano una violenza maschile, e che di solito faticano non poco a essere credute e a non essere considerate responsabili di quello che hanno subito (se vuoi aderire alla campagna condividi il video qua sotto e mandaci il tuo video in cui dici: “Silvia io ti credo” a [email protected]).

Ma se sono così poche, dove stanno tutte queste false denunce?

Una presa di posizione che ci sembra necessaria perché spesso viene chiesto il perché le donne non denuncino una violenza maschile, perché rimangono in silenzio, perché si sottraggono e si nascondono. L’Istat ci dice che in Italia solo il 7% delle donne denunciano la violenza subita. Mentre l’European Union Agency for Fundamental Rights ci ha fatto sapere che in Europa non solo il 70% delle donne non denuncia ma che l’Italia è il Paese in cui il sommerso è più ampio. A spingere le donne al silenzio non è né la vergogna né il pudore, ma la paura di non essere credute e di essere rivittimizzate anche pubblicamente: in caserma, nelle aule di tribunale, sui giornali, in televisione.

Interrogatori sfiancanti che insinuano costantemente il dubbio sulla credibilità, con richieste di dettagli superflui, indagini sulla vita passata, e domande tipo: perché non ha gridato? perché non ha chiuso le gambe? cosa indossava quella sera?

Paola Di Nicola

Come dice la giudice Paola Di Nicola: “Gli stereotipi sulle donne sono i più diffusi perché inchiodati nella memoria millenaria. Sono quelli per cui le donne mentono o esagerano, denunciano un innocente per averne vantaggi, vanno a caccia di notorietà, se la sono cercata e quindi responsabili di ciò che hanno patito, oppure traggono sempre qualche beneficio dall’essere oggetto di attenzioni sessuali”. Stupri che vengono attenuati nel racconto come se fossero reati meno gravi, perché legati al fattore culturale mai morto, che una violenza sessuale non si può dimostrare: la mia parola contro la tua. Un racconto porno-soft che indugia su elementi legati a un immaginario maschile perverso che non guarda all’età della donna ma che anzi specula su questo fattore, specialmente se minorenne, e che si può consumare anche quando la ragazza è morta. Come nel caso di Desirèe Mariottini, la giovane di 16 anni stuprata e uccisa a San Lorenzo a Roma, dipinta su molti giornali e salotti televisivi, come una drogata che si prostituiva per procurarsi una dose, quando invece non aveva mai avuto rapporti prima dello stupro.

Vittimizzazione secondaria

Sbattute in prima pagina come delinquenti che rovinano uomini stimati, giovani promesse e bravi ragazzi, sono in fondo donne, ragazze, addirittura minorenni, che nella vita scelgono scientemente di mettersi in questo carosello, solo per lo sfizio di vendicarsi o, come dice qualcuno, perché prima ci stanno e poi si pentono.

Le loro storie buttate in pasto a telespettatori che stanno davanti alla tv coi popcorn come si sta davanti a un film porno di serie B, con conduttori e giornalisti che fanno la regia di storie e sofferenze vere, come si fa in un qualsiasi reality

È successo tante volte: alle ragazze americane che hanno denunciato lo stupro di due carabinieri e fatte passare come due sporche bugiarde che volevano intascarsi un’assicurazione (fake news pubblicata senza verifica), alla ragazza di Montalto di Castro che a 16 anni ha dovuto affrontare la gogna di un intero paese contro di lei per aver denunciato uno stupro di gruppo, o la ragazza di Melito che è dovuta andare via dal suo paese perché a 13 anni era stata vittima del branco e aveva denunciato tutti.

Victim blaming nel caso Grillo

E succede ancora oggi, con Silvia appunto che ha denunciato uno stupro di gruppo nella mattina del 17 luglio del 2019 in Costa Smeralda nella villa del garante dei 5 stelle. Un caso diventato virale su tutti i giornali grazie al padre di uno degli indagati, Beppe Grillo, che ha usato la sua notorietà per mettere in discussione l’operato dei magistrati e rivittimizzare la ragazza per scagionare il figlio e i suoi amici con un video che ha fatto milioni di visualizzazioni. Indagini che finora erano rimaste nelle stanze della Procura di Tempio Pausania, e che adesso sono diventate un osso ghiotto per chi è in cerca di audience: show in cui viene data la pubblica parola agli indagati, empatizzando anche con loro, o ai loro amici che ovviamente li difendono.

Salotti in cui opinionisti da strapazzo che non conoscono neanche l’abc delle dinamiche della violenza maschile sulle donne, sparlano e fanno ricostruzioni fantasiose: tanto sono donne, ognuno può dire la sua anche se è una baggianata

E per questo alla fine il processo si fa in un ambito che non si può più chiamare neanche informazione, con la parola della ragazza messa sotto il vaglio di tutti, anche del primo che passa per strada: “Scusa, tu che ne pensi di questa ragazza? Hai visto il video?”. Perché una donna che denuncia deve dimostrare fino in fondo che è stata davvero violenza, che lei non era consenziente, e che è stato uno stupro: fuori e dentro i tribunali, e lo deve dimostrare al mondo perché sta inguaiando maschi che si sono solo divertiti. Perché si sa, le donne mentono, sono delle “poco di buono”, la loro parola non vale quanto quella di un uomo. Giovani maliarde che si ubriacano e poi dicono che è uno stupro. E questo senza sapere che il fatto di essere ubriache, o comunque non in grado di esprimere consenso, è un’aggravante. Ed è così che alla fine questi show vanno in fondo, scavano, raschiano.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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