Niente giustizia per gli stupri nel conflitto colombiano: la denuncia arriva da Amnesty International

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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A Oslo il 17 ottobre sono iniziati i colloqui di pace tra governo colombiano e Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), che dopo mezzo secolo di conflitto armato interno cominciano a confrontarsi su una tragedia che ha devastato la popolazione provocando migliaia di morti e 4 milioni di sfollati.

Su questi colloqui Human Rights Watch ha fatto notare che la chiave delle atrocità in Colombia è stata soprattutto «l’impunità dilagante per le atrocità» che ha consentito violazioni e favorito violenze commesse da guerriglieri, paramilitari, e militari. Una tragedia che la Corte Penale Internazionale (ICC) sta monitorando per poter aprire un’indagine sulle intenzioni della Colombia a voler perseguire effettivamente i crimini contro l’umanità. Un conflitto, quello colombiano, che solo nel 2011 ha provocato 259.000 profughi, 305 civili rapiti, l’assassinio di 111 nativi, 45 difensori dei diritti umani e 29 sindacalisti, 38 esecuzioni extragiudiziali eseguite da forze di sicurezza, ma soprattutto

22.597 casi di stupro, una cifra mostra come la violenza sessuale sia considerata un’arma di guerra da parte le parti in conflitto

Susan Lee, direttrice del programma Americhe di Amnesty International, dichiara che «in Colombia, le donne e le ragazze sono spesso trattate come trofei di guerra, e vengono stuprate, o sono soggette ad altre violenze, da tutte le parti in conflitto per essere ridotte al silenzio ed essere punite. Da quando il presidente Santos è entrato in carica nel 2010, il governo ha preso impegni pubblici per affrontare la crisi dei diritti umani, ma si fanno ancora attendere concreti passi avanti per assicurare alla giustizia i responsabili di violazioni dei diritti umani, come la violenza sessuale contro le donne». Nel rapporto diffuso il 4 ottobre da Amnesty International, Colombia: Hidden from justice. Impunity for conflict-related sexual violence (Al riparo dalla giustizia. Impunità per la violenza sessuale collegata al conflitto), il governo della Colombia viene direttamente chiamato in causa per non aver fatto veri passi avanti per giudicare i responsabili dei crimini sessuali e per aver agevolato l’impunità davanti a un fenomeno non denunciato da molte donne che raramente ottengono giustizia.

«Non indagando efficacemente sulla violenza sessuale, il governo colombiano sta dicendo ai responsabili che possono continuare a compiere stupri senza timore di conseguenze – ha precisato Marcelo Pollack, ricercatore di Amnesty International sulla Colombia – perché il problema della Colombia non è la mancanza di leggi, risoluzioni, decreti, protocolli e direttive relativamente buoni, in quanto quello che manca è la loro attuazione reale e coerente in tutto il paese».

Per Amnesty lo stupro è uno strumento di guerra e viene usato contro le donne «per seminare il terrore tra le comunità, spingere alla fuga, vendicarsi contro il nemico e sfruttare donne e ragazze come schiave del sesso»

Malgrado ciò gli ostacoli alla giustizia sono enormi: mancanza di sicurezza per le sopravvissute allo stupro e per chi è coinvolta nel procedimento legale, discriminazione e stigma da parte dei funzionari giudiziari, impunità, mancanza di fondi. Una donna, nel nord-ovest della Colombia, ha deciso di denunciare nel 2007 lo stupro del figlio da parte di un paramilitare, e rifiutandosi di ritirare la denuncia per le pressioni dei paramilitari, è stata costretta a guardare mentre mutilavano alcune loro vittime: dopo pochi mesi è stata rapita e stuprata da otto paramilitari per cui è rimasta incinta, e scoperta dal comandante, è stata picchiata ferocemente e ha perso il bambino.

A maggio la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Margot Wallström, ha ascoltato le colombiane: «Abbiamo incontrato vittime di reati di violenza e dopo aver ascoltato le storie è chiaro che la questione della violenza sessuale è il lato oscuro della Colombia. È inaccettabile non aiutare la Colombia a raggiungere la pace. Le donne continuano a temere per la loro vita. I loro figli sono vittime di abusi e a rischio. Nella maggior parte dei racconti, gli autori sono gruppi paramilitari o armati. Ma quando queste donne cercano aiuto nelle forze di sicurezza, non si sentono rispettate, ascoltate, e non ricevono la protezione di cui hanno bisogno».

Alcuni parlamentari, Iván Cepeda e Angela María Robledo, hanno presentato una proposta di legge per combattere l’impunità, un testo che se approvato, modificherà il codice penale definendo la violenza sessuale in un conflitto armato come uno specifico reato in linea con gli standard internazionali. A remare contro però c’è la legge «quadro legale per la pace», approvata dal Congresso a giugno e firmata da Santos, che consente amnistia agli autori di violazioni dei diritti umani. Ma un caso di giustizia è stato registrato anche qui.

Circa un mese fa un tribunale ha condannato il sottotenente Raúl Muñoz Linares a 60 anni di carcere, per aver stuprato e ucciso nel 2010 una ragazza di 14 anni (Jenni Torres), assassinato i due fratellini di lei (Jimi e Jefferson, di nove e sei anni), e stuprato un’altra minorenne: dopo la denuncia della scomparsa, l’esercito si rifiutò di collaborare alle ricerche, e quando furono rinvenuti i corpi, le autorità locali rifiutarono di recuperarli e consegnarli alla famiglia.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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