Stupro di Firenze, condannato uno dei carabinieri: ma come parlavano i giornali delle due studentesse?

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Luisa Betti Dakli • 15 Ottobre 2018
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“Sono stata trattata senza dignità. Sono rimasta venti ore senza mangiare, dormire, senza cellulare, senza potermi fare una doccia o cambiare la maglietta. Alle 3 è successo tutto, ma ho parlato con mio fratello solo alle 11.45 della sera dopo. Orribile. Quella notte sono dovuta andare in tre ospedali diversi e a tutti raccontare sempre la stessa storia. Negli Stati Uniti non sarebbe successo, qui fai un solo step poi ti lasciano libera di andare a piangere nel tuo letto”. E’ con queste parole che Mary (nome fittizio) ha commentato la condanna a 4 anni e 8 mesi del suo stupratore, l’ex carabiniere Marco Camuffo, emessa dal giudice del tribunale di Firenze, Fabio Frangini, lo scorso giovedì. “È stato condannato, e questo mi conforta – ha aggiunto – ma non è vero che la pena è severa. Troppo poco, dovevano dargli di più. La mia vita è cambiata da quella notte, non si riesce a superare cose simili, e spero solo che sconti veramente la pena”.

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Ma quella notte tra il 6 e il 7 settembre dello scorso anno a Firenze le studentesse che furono accompagnate a casa dalla discoteca Flo erano due, così come due sono i carabinieri coinvolti nell’aggressione avvenuta all’interno del palazzo dove le ragazze alloggiavano. E se per Camuffo la condanna per aver stuprato la studentessa e “per aver agito con violenza e con abuso di autorità”, è stata emessa con la riduzione di un terzo della pena grazie al rito abbreviato, per il suo collega, Pietro Costa, il processo inizierà il 10 maggio 2019.

“La verità è che in Italia c’è una cultura primitiva sulle donne, manca consapevolezza su questo tipo di violenze”

– dice Mary – e considererò finita la storia solo quando sarà condannato anche l’altro carabiniere”. Soddisfatta l’avvocata della studentessa americana, Francesca D’Alessandro, sebbene anche per lei “quella vicenda ha sconvolto la ragazza che è tornata in Italia dopo l’incidente probatorio ma non è voluta andare a Firenze e ha preferito essere ospitata da me anziché andare in albergo”.

Ragazze che non furono solo sconvolte da quanto loro accaduto, ma anche dal trattamento e la stigmatizzazione rivittimizzante che ricevettero quando denunciarono per i stupro i due carabinieri: un attacco feroce consumato per mesi su giornali e su tutti i media italiani, in un clima generale di discredito e sospetto nei loro confronti. Una vicenda, quella delle studentesse americane, che ora che è arrivata la condanna i giornali liquidano in poche righe, ma che ha riempito le pagine della stampa, i Tg e i talk show per mesi, nell’affannata ricerca di screditare in ogni modo la loro accusa. Per chi se ne fosse scordato

le ragazze che accusarono i carabinieri di stupro furono dipinte come bugiarde

e fu creato addirittura un fake secondo cui le stesse avrebbero potuto inventarsi la violenza per incassare una fantomatica assicurazione in caso di stupro. Giorni e giorni in cui quasi tutte le testate hanno titolato e scritto con sospetto, incalzando sulla cattiva fede delle ragazze:


Falsità rilanciate da molti giornali, a cui si era aggiunta anche la notizia che il 90% delle denunce di violenza sulle donne a Firenze fossero false: notizie smentite da uno degli avvocati delle parti lese e dal questore, e quindi rettificate da alcuni giornali. Un trattamento e una narrazione che influenzò anche le indagini e il processo, nonché lo stesso incidente probatorio in cui le ragazze furono costrette a rispondere per 12 ore con domande rivittimizzanti e lesive fatte dalla difesa dei due carabinieri.

Fu chiesto infatti alle studentesse se avevano una polizza e se avessero chiesto un risarcimento

domande fondate su un fake rilanciato dalla stampa come credibile, ma fu chiesto anche: “avete subito altre violenze? è mai stata arrestata? quella sera portava biancheria intima?”, quesiti il linea con il clima di discredito dei loro confronti che hanno ricalcato la strada tracciata dai giornali senza alcun appiglio alla realtà, e ritenute inadeguate dallo stesso magistrato che ne ha respinte parecchie dicendo che non sarebbe tornato indietro di 50 anni.

Sulla Nazione fu addirittura pubblicata la foto di Mary, poi eliminata, ma vista e salvata da moltissimi persone, e come ha spiegato l’avvocata di Mary, Francesca D’Alessandro – durante il corso di formazione organizzato a Roma dall’Ordine dei giornalisti del Lazio, “Anatomia delle cronache sulla violenza contro le donne” – le ragazze furono messe sul banco degli imputati pur essendo loro vittime di stupro (come dimostrato dalla prima condanna), con un atteggiamento altamente lesivo nei confronti della parte lesa e questo grazie al comportamento pregiudizievole dei giornali che invece di attenersi ai fatti, hanno per mesi lavorato a instillare pregiudizi pericolosi sulle vittime cercando di difendere in buon nome dell’arma dei carabinieri, pubblicando anche foto con ragazze seminude che bevevano in discoteca nei pezzi dedicati alle due studentesse americane.


Pregiudizi e motivi culturali che nulla avevano a che fare con i fatti, ma che hanno provocato dolore e sofferenza alle ragazze che erano in realtà due sopravvissute e che, come si legge nel messaggio di Mary, hanno fatto sentire la ragazza violentata una seconda volta, grazie a quell’informazione che diffonde “versioni porno-soft degli stupratori e offendono l’immagine delle vittime”. Per Mary, “le donne hanno bisogno di sentirsi al sicuro e l’informazione deve verificare i fatti prima che le parole entrino in circolazione”, e se “le azioni di questi uomini sono state vergognose”, “l’azione della stampa è stata ancora più vergognosa e dolorosa”.

Ebbene, oggi che è arrivata la prima condanna a carico di uno dei carabinieri accusato all’epoca dei fatti, chi risarcirà Mary per tutto quello che ha dovuto subire e per la lesione provocata, oltre allo stupro, alla sua dignità di persona?

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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