Femministe: un movimento globale

Qui va il tuo testo... Seleziona qualsiasi parte del tuo testo per accedere alla barra degli strumenti di formattazione.
Luisa Betti Dakli • 14 Dicembre 2016
Condividi articolo
È prevista per il 21 gennaio a Washington nel giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca, e si prospetta come un avvenimento storico. È la marcia delle donne contro Donald Trump che ha già più di 100’000 adesioni, da quando una nonna hawaiana ha invitato 40 dei suoi amici a manifestare contro la nuova amministrazione: un’idea ispirata alla storica marcia sul Mall dove Martin Luther King pronunciò il celebre «I Have a Dream», e diventata virale in pochissimo tempo.

«Accogliamo con favore i nostri alleati di sesso maschile e vogliamo che quest’azione sia il più inclusiva possibile», ha detto una delle organizzatrici

Una dimostrazione pacifica che rappresenti le donne di tutte le provenienze, razze, religioni, età e che sotto lo slogan «i diritti delle donne sono diritti umani», porti nelle strade la voce di chi durante la campagna elettorale si è sentito minacciato da Trump – compresi LGBTQ (acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali e trasgender), nativi, neri, musulmane, i diversamente abili. Una dichiarazione d’intenti nei confronti del neo presidente che, oltre ad aver affermato che un vip può fare ciò che vuole con una donna prendendola per i genitali e oltre le denunce pubbliche di donne molestate da lui nel corso degli anni, ha più volte espresso l’idea che l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere vietata, paventando l’istituzione di un tribunale anti-aborto presso l’Alta Corte.

Donald Trump

Ma Trump è stato eletto in un clima di controriforma in materia di diritti che non riguarda solo gli Stati Uniti, e che in un momento di crisi stagnante prende di mira i soggetti più esposti con l’aggancio della paura. Un attacco che molte donne hanno deciso di non stare a guardare. Nel mondo una donna su 7 subisce una forma di violenza maschile: in Marocco 6 su 10 vivono una violenza domestica che solo il 3% denuncia, in Tunisia il 78% viene molestata nei luoghi pubblici e in Messico i femminicidi sono migliaia.

A Londra un rapporto delle autorità locali (GLA) ha segnalato come la violenza domestica sia aumentata del 57% in 4 anni nella sola città, mentre a Bruxelles il 60% delle donne dichiara di aver subito intimidazioni sessuali

Il 25 novembre scorso, durante la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in Francia le associazioni sono sfilate per le strade di Parigi al grido «Debout contre les violences faites aux femmes» (In piedi contro la violenza); mentre in Turchia le donne sono scese in piazza, in un clima di repressione, con le mani viola dipinte col volto di una bimba contro una legge che avrebbe legalizzato lo stupro delle minori prevedendo il matrimonio riparatore, e hanno vinto. Una proposta fatta dal partito Akp del presidente Erdogan con quella che l’Unicef ha definito una «amnistia per i colpevoli di abusi sui minori», e che dopo la contestazione è stata ritirata.

In Spagna, lo stesso giorno, la polizia ha divulgato un video di un’aggressione avvenuta a San Juan de Alicante in cui un uomo colpiva ferocemente la compagnia per poi prenderla per i capelli e trascinarla per le scale di un luogo pubblico ripreso da una telecamera. Qui il governo di Mariano Rajoy (Partido Popular) un anno fa è riuscito a limitare l’aborto dai 16 ai 18 anni, previo consenso dei genitori, malgrado il grande movimento delle donne che nel 2014 portò in piazza centinaia di migliaia di persone facendo ritirare la proposta di legge che avrebbe cancellato del tutto l’interruzione di gravidanza.

Un diritto, quello all’aborto, che riceve attacchi ovunque nel mondo e su più fronti

In Polonia – dove dal 2015 il partito di maggioranza è Diritto e Giustizia (Pis), conservatore e di destra – le donne hanno difeso la cancellazione totale dell’aborto, che sebbene sia applicato solo se la madre è in pericolo, nel caso di malformazione del feto o di stupro, avrebbe spazzato via anche la norma applicata in maniera restrittiva: una proposta fatta dai cattolici e appoggiata dalla Conferenza episcopale polacca con 100 mila firme raccolte. Ma la Czarny Protest (La protesta in nero) è stata vincente, e le migliaia di donne scese per le strade di Varsavia, Danzica e altre città, hanno avuto la meglio su Kaczyński, leader del Pis, che aveva dichiarato: «Vogliamo che le donne partoriscano anche se il bambino è gravemente malformato, affinché possa venire battezzato, seppellito e avere un nome».

Valentina Miluzzo

In Italia Valentina Miluzzo di 32 anni, incinta di due gemelli, è morta al quinto mese di gravidanza all’Ospedale Cannizzaro di Catania perché, dopo aver espulso il primo feto morto, un medico «perché obiettore di coscienza si sarebbe rifiutato di estrarre il feto, che aveva gravi difficoltà respiratorie, fino a quando fosse rimasto vivo»: un episodio su cui il Ministero della salute ha svolto un’indagine, concludendo che «non si evidenziano elementi correlabili all’obiezione di coscienza». Eppure nella denuncia presentata alla Procura si legge che dopo il ricovero della donna per dilatazione dell’utero anticipata, e dopo 15 giorni di osservazione, Valentina comincia a peggiorare perché «dai controlli – si legge –

emerge che l’altro feto respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno si rifiuta perché obiettore: “fino a che è vivo io non intervengo”, avrebbe detto»

Un Paese, l’Italia, in cui la legge 194 che regola l’Igv  (interruzione volontaria di gravidanza) è resa ormai inapplicabile dato che la maggior parte dei medici è obiettore, e in cui ogni 3 giorni una donna viene uccisa da uomini all’interno di relazioni intime: strangolate, colpite con oggetti vari, finite a coltellate, bastonate, chiuse in sacchi dell’immondizia e abbandonate, bruciate vive, e spesso uccise con i propri figli, per un numero che rimane stabile sui 125 femminicidi all’anno. Donne che non hanno fatto in tempo a chiedere aiuto ai centri antiviolenza, continuamente a rischio chiusura per mancanza di fondi,

donne che spesso rischiano di non essere credute nei tribunali e nei commissariati quando vanno a chiedere di essere protette

Una situazione che il 26 novembre scorso ha portato in piazza 250’000 persone contro la violenza maschile – inclusi LGBTQ e uomini – con lo scopo di denunciare l’inefficienza delle istituzioni. Sotto lo slogan «Non una di meno», preso in prestito dalle argentine, la Rete centri antiviolenza (DiRe), l’Unione delle donne in Italia (Udi), e la Rete Io decido, hanno creato un comitato che ha raccolto migliaia di adesioni organizzando una mobilitazione dal basso che in Italia non si vedeva da tempo, e che è continuata il giorno dopo con l’avvio di tavoli di discussione a cui hanno partecipato 1300 delegate per la scrittura di un Piano antiviolenza femminista.

Manifestazione trattata dai Tg della sera come una notizia di costume e società, e relegata alle ultime notizie senza rilievo politico, per un movimento che ha in programma uno sciopero generale l’8 marzo prossimo, in sintonia con i movimenti dell’America Latina che a ottobre sono scesi in piazza dopo che Lucia Perez – una ragazza di 16 anni – è morta per essere stata drogata, stuprata, torturata e impalata in Argentina – dove i casi di femminicidio sono aumentati del 78% dal 2008 al 2015, malgrado ci sia una legge.

Oggi «Ni Una Menos» – termine nato nel 2015 quando in 300.000 manifestarono per Chiara Páez uccisa incinta a 14 anni dal fidanzato di 16 e sotterrata nel giardino con l’aiuto dei genitori di lui – è diventato un grido di battaglia a cui aderiscono migliaia di donne in Messico, Bolivia, Perù, Uruguay, Guatemala, Cile, ma anche italiane, spagnole e francesi: movimenti per i quali il prossimo appuntamento sarà l’8 marzo per una mobilitazione che potrebbe diventare uno sciopero globale.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

“Il prezzo del sangue” in Iran: Goli Kouhkan, vittima di matrimonio forzato a 12 anni, sarà giustiziata

Autore • 10 Novembre 2025

Avanti Marx! Il nuovo sindaco di NY Mamdani, inizia la transizione nominando un team di 5 donne

Autore • 7 Novembre 2025
Vai alla rubrica