Russia, uccisa dopo 3 ore di tortura per il ritardo della polizia: riesame grazie alla pubblicazione dell’audio

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Luisa Betti Dakli • 23 Marzo 2021
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In questi giorni in Russia è tornato a galla il femminicidio di Vera Pekhteleva, una studentessa di 23 anni uccisa lo scorso anno dall’ex fidanzato Vladislav Kanyus, in quanto l’assassino è stato rinviato a giudizio con l’aggiunta dell’aggravante della crudeltà all’accusa di omicidio.

Quello che però ha contribuito a questo sviluppo, malgrado fossero già note le 110 tra ferite, tagli e fratture ritrovate sul corpo di Vera, è stato l’audio reso pubblico sui media dalle attiviste dei centri antiviolenza che hanno fornito la registrazione delle chiamate dei vicini durante la tortura inflitta alla ragazza dall’assassino

Il femminicidio di Vera Pekhteleva: aiuti chiesti per 1 ora e mezza e arrivati solo dopo che la ragazza era stata uccisa

Vladislav Kanyus

L’audio della richiesta di aiuto, con le urla della donna in sottofondo, ha scosso l’opinione pubblica e ha fatto in modo che fosse formulata anche un’accusa di negligenza più grave contro gli operatori di call center e la polizia, che potrebbero passare da un multa a una pena detentiva di cinque anni. Vera Pekhteleva aveva lasciato il fidanzato ed era andata a vivere altrove con un nuovo compagno, ma quando è andata a prendere le sue cose a casa dell’ex, Vladislav Kanyus l’ha sequestrata, torturata e poi uccisa con il filo di un ferro da stiro. Sul suo corpo sono state ritrovate numerose ferite inflitte nelle tre ore e mezza di attesa della polizia.

“Riesci a sentire come urla la ragazza da dietro la porta?”, dicono i vicini nella registrazione mentre le operatrici rispondono: “Cosa dovrei fare?”, “La polizia verrà, non c’è bisogno di gridare in questo modo”

Alyona Popova

L’attivista per i diritti delle donne Alyona Popova, ha affermato che la polizia della città di Kemerovo, dove è successo il fatto, ha ignorato le ripetute chiamate dei vicini, e che l’assassino, come anche il maggiore Mikhail Balashov e il capitano Dmitry Taritsyn, potrebbero cavarsela con poco se il caso non è sorretto da un’ampia pubblicizzazione sui media. E che solo la divulgazione dell’audio ha fatto scattare l’opinione pubblica che ha fatto pressione per nuove accuse e possibili pene adeguate. “Spesso la polizia non risponde o non viene a indagare – spiega Diana Barsegyan del centro antiviolenza Nasiliu – ma soprattutto non è formata, non capisce che la violenza può avere molte forme. Non capiscono neanche che lo stupro possa avvenire all’interno di una coppia”.

Il problema è che la violenza nelle relazioni intime in Russia non esiste perché depenalizzata nel 2017. E se nel 2018 in Russia sono state uccise più di 20 donne al giorno, ora con il Covid le richieste d’aiuto hanno avuto una fortissima impennata

La censura dei dati

Vera Pekhteleva

(più del 24% solo nel primo mese di pandemia). Nel 2018, l’Agenzia di statistica governativa ha registrato un totale di 8.300 donne uccise, però i dati forniti sembrano non essere totalmente attendibili. Nonostante le statistiche sulla violenza maschile contro le donne siano nebulose e non consultabili perché censurati dal Cremlino, l’Onu stima che tra il 1994 e il 2000 il numero di casi denunciati in Russia sia salito del 217%, con 169.000 casi annuali. Nel 2004 i casi di violenza in famiglia sono aumentati del 16% rispetto all’anno precedente con 101.000 casi, e il Comitato Cedaw aveva stimato circa 14.000 femminicidi all’anno in Russia. Nel report del 2013 Human Rights Watch ha riportato circa 36.000 donne e 26.000 bambini vittime di violenza domestica, mentre nel 2015 il Ministero degli interni russo insisteva nel dire che solamente 1.060 persone erano morte per violenza domestica, di cui 756 uomini, quindi la maggioranza.

Il RosStat (Servizio federale russo statistiche) nei dati del 2017 mostra un incremento della violenza domestica con 64.421 reati. Dati che fanno riferimento però a procedimenti giudiziari iniziati dopo le denunce, spesso archiviate, quando studi ufficiali suggeriscono che solo il 10% delle sopravvissute in Russia denunciano alla polizia con un 70% che non chiede neanche aiuto. Avere dati ufficiali dalla Russia oggi però è impossibile, perché si cerca di andare al ribasso nel tentativo di nascondere le vere percentuali di quello che è un fenomeno dilagante.

La depenalizzazione della violenza domestica

Le associazioni indipendenti vengono silenziate perché queste sono “questioni da risolvere in famiglia”, e con la depenalizzazione del 2017 questi reati sono alla stregua di un reato amministrativo per cui non esiste una categoria specifica per la violenza domestica. I due stereotipi principali, secondo l’Onu, sono sempre gli stessi anche qui: se l’uomo ti picchia allora ti ama, oppure se lo fa è perché hai scatenato la sua rabbia facendo qualcosa che non dovevi.

Per Hrw i casi di violenza domestica in Russia sono raddoppiati durante la pandemia ma “il crescente ruolo della Chiesa Ortodossa in politica negli ultimi anni e la sua influenza nella società russa, ha portato la politica a considerare gli sforzi contro la violenza domestica come un assalto ai valori tradizionali dell’unità della famiglia”

E nonostante i dati delle associazioni confermino la crescita dei casi di violenza domestica nell’ultimo periodo, l’Istituto della famiglia e del matrimonio chiede di verificarli, citando le statistiche del Ministero degli Interni che danno questi reati in calo del 13% addirittura nei primi mesi del 2020. Come per l’Ungheria di Orban e per la Turchia di Erdogan, che hanno ritirato la ratifica alla Convenzione di Istanbul contro la violenza maschile sulle donne, l’idea della “famiglia naturale” cozza con il contrasto alla violenza domestica anche in Russia che quindi deve rimanere nascosta dietro le mura di casa come cosa privata, restando così impunita.

Margarita Gracheva mutilata dal marito

Margarita Gracheva

Idea sostenuta dalle costose campagne finanziate dall’oligarca ortodosso Konstanin Malofeev, fidato di Putin e volto noto dell’estrema destra in Europa (vi ricordate il Congresso di Verona del 2019 e gli amici di Salvini e Pillon? Quelli, per intenderci), e da una rete che parte dall’Est ma si estende in tutta Europa con un ponte ideale verso l’America, con campagne che oltre all’impunità per la violenza domestica, si battono per la cancellazione del diritto all’aborto e contro i diritti civili. Lobby e forze politiche che sono riuscite a mutilare il progetto di legge sulla prevenzione della violenza domestica presentato nel 2019, in nome della “preservazione della famiglia”. Margarita Gracheva è una donna russa che voleva separarsi dal marito che aveva denunciato per maltrattamenti. Il giorno dopo l’archiviazione delle sue denunce,

il marito di Margarita, Dmitri, si è offerto di darle un passaggio ma invece di portarla a lavoro, l’ha condotta nella foresta, l’ha trascinata fuori a forza, ha preso un’ascia e poi le ha tagliato le mani

Una situazione drammatica, specialmente nelle coppie con figli, che spesso si risolve con la difesa personale delle donne russe che, nell’inerzia delle istituzioni, arrivano a uccidere il marito. Azioni utilizzate dal Ministero degli Interni per giustificare il fatto che “le donne sono violente allo stesso modo degli uomini” e quindi che il “fenomeno della violenza domestica non esiste”. Eppure mentre le assassine sono condannate dai 10 ai 20 anni di galera per omicidio premeditato, gli assassini non vengono quasi mai condannati se non con pene leggere.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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