Donne in pericolo ovunque: Italia in prima fila a causa degli stereotipi

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Nei Rapporti annuali di Amnesty International, l’elenco dei diritti violati nel mondo è così numeroso, e talmente esteso, che il rischio è di perdersi. Ieri a Roma è stato presentato il Rapporto 2012 dove si è parlato di “endemico fallimento della leadership a livello locale e globale nel proteggere i diritti umani”.

Tra i 155 paesi visionati, un capitolo è stato dedicato all’Italia che si sta distinguendo in materia di violazioni dei diritti umani

sui migranti e richiedenti asilo, sui rom, sui diritti delle popolazioni LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), su torture e maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine e delle guardie carcerarie, e per le forti discriminazioni sulle donne. Per la prima volta Amnesty ha dichiarato che il nostro Paese “deve superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”, con un richiamo esplicito alle raccomandazioni del Comitato Cedaw, che vigila sulla “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” dell’Onu, fatte dopo la presentazione del “Rapporto Ombra” redatto dalla “Piattaforma Cedaw – 30 anni in corsa” e presentato l’anno scorso a New York, sulla condizione delle italiane. Chistrine Weise, presidente di Amnesty International Italia, dice che il problema degli stereotipi femminili e quello della violenza di genere, sono da considerare come priorità in Italia, e che l’elevato numero dei femmicidi che si stanno consumando nel Paese dimostra la necessità di un intervento da parte delle Istituzioni e del Governo.

Sudan
“Per combattere la violenza di genere e i femminicidi, la prima cosa è il sostegno economico ai centri antiviolenza che devono essere finanziati e rafforzati –  dice Weise – e lo dico non come opinione personale ma in quanto presidente di Amnesty in Italia. L’assenza di un’azione reale per contrastare il fenomeno, è da considerare come una delle violazioni dei diritti umani molto grave”.
In Europa in fatto di discriminazione di genere e violenza domestica – in aumento in tutto il territorio europeo e strettamente legato al femminicidio – l’Italia però non è da sola. In Danimarca “un certo numero di reati e abusi sessuali non consensuali – si legge sul rapporto – in cui la vittima è indifesa a causa di una malattia o ebrezza, non sono punibili per legge se il perpetratore e la vittima sono spostati”; in Finlandia “i servizi per le vittime di violenza sono rimasti inadeguati” soprattutto per le vittime di violenza domestica in quanto, essendo i centri finanziati dai servizi per la protezione dell’infanzia, hanno ospitato principalmente donne con figli ponendo “molte persone vulnerabili a rischio di ulteriore violenza”. In Norvegia “le donne non sono state adeguatamente tutelate contro la violenza nella legge e nella prassi” in quanto “nonostante il numero di stupri denunciati alla polizia sia aumentato, più dell’80% di questi casi sono stati chiusi prima di giungere in tribunale”.

In Portogallo la violenza domestica “è un grave motivo di preoccupazione” e solo l’anno scorso le denunce di violenza familiare erano 14.508

Polonia

e anche in Albania la violenza domestica, che non è considerata reato, non è punita nei tribunali e le donne non sono adeguatamente tutelate. Per quel che riguarda il diritto alla salute delle donne in Polonia, dove l’aborto è legale quando la donna è in pericolo di vita, quando gli esami prenatali indicano un forte rischio per il feto, e quando la gravidanza sia il risultato di un atto criminale, “una donna incinta, a cui fu negato di sottoporsi tempestivamente a test genetici”, ha partorito una bambina gravemente malata. In Bosnia ed Erzegovina le donne sopravvissute agli stupri di guerra non hanno avuto garanzia al diritto di riparazione né al diritto a servizi sanitari adeguati anche quando “soffrivano di patologie sviluppate in conseguenza dello stupro subito”. In Asia le donne non se la passano meglio.

Nelle Filippine il presidente Aquino, lo scorso marzo, ha riconosciuto la presenza di 300.000 aborti illegali all’anno in un contesto in cui l’interruzione di gravidanza è considerato un reato, mentre in Afghanistan, Bangladesh e Pakistan le donne continuano a subire discriminazione gravissime: violenze domestiche legalizzate da leggi, stupri – subiti da parte di estranei, datori di lavoro, parenti, familiari, in casa o anche in carcere e nei commissariati – matrimoni forzati, attacchi con l’acido e mutilazioni corporali per vendetta da parte di uomini e mariti, in un contesto in cui le donne continuano a finire in prigione per “reati morali”. Malgrado le donne abbiano avuto un ruolo importante nelle primavere arabe, il rischio è che anche in questi paesi il cambio politico non risolva il problema dei diritti di genere.

“In Egitto e Tunisia – ha ricordato Weise – Amnesty ha pubblicato un piano in dieci punti che includono la libertà di opinione, di manifestare, la lotta contro le torture, e il rispetto delle donne. Lo abbiamo sottoposto ai partiti che hanno vinto le elezioni del dopo Ben Ali e Mubarak, ma non abbiamo avuto nessuna risposta. In Egitto il medico che ha praticato i test della verginità sulle 17 ragazze fermate dalle forze dell’ordine per aver partecipato alle manifestazioni a piazza Tahrir, è stato processato ma non condannato. Test che sono illegali, ed eseguiti contro il volere delle donne, solo per evitare l’accusa di stupro all’interno del carcere in quanto una donna che non è più vergine avrebbe avuto difficoltà ad accusare un soldato di stupro”. Negli Usa permane un alto tasso di mortalità per cause legate alla gravidanza in base alla disparità di “etnia, razza e reddito”, mentre

in Canada la violenza sulle donne native è emergenza

e a ottobre nella Columbia Britannica, “è stata aperta un’inchiesta sulla risposta della polizia nei casi di donne scomparse e uccise a Vancouver”. In Sud America “la violenza di genere e la violazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e delle ragazze sono rimaste una preoccupazione diffusa”.

Messico

In Messico le donne continuano a morire come mosche e la maggior parte dei responsabili gode di assoluta impunità; ad Haiti ormai la violenza sessuale nei campi per sfollati interni è la norma e in Salvador il personale militare può procedere a perquisizioni vaginali e anali illegali a donne e ragazze in visita ai loro familiari in carcere. In Africa permane una situazione di assoluta drammaticità: in Burundi a settembre una donna incinta è morta dopo essere stata chiusa a chiave in un reparto maternità senza controllo, e nei campi profughi di Kenya, Ciad, Etiopia, Eritrea, le donne continuano a essere stuprate appena si allontanano dalla propria locazione per fare legna da ardere.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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