Amnesty compie 50 anni e i suoi rapporti sulle donne peggiorano

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Per i suoi 50 anni Amnesty International brinda alla libertà in tutta Italia: sabato 28 e domenica 29 maggio in molte città italiane concerti, spettacoli, reading, daranno vita allo Human Rights Tour 50° per la quinta edizione delle Giornate dell’attivismo di una delle più grandi organizzazioni in difesa dei diritti umani. Le giornate arrivano a ridosso del rapporto annuale che Amnesty ha presentato due settimane fa a Roma su quali siano le condizioni globali riguardo le violazioni di diritti civili, politici, sociali, culturali ed economici:

98 paesi coinvolti in forme di torture e maltrattamento, 54 in processi iniqui, prigionieri di coscienza in 48, limitazioni della libertà in 89, e 67 paesi in cui sono state emesse condanne a morte

Ma scorrendo il pesante volume del 2011 c’è un primato che spetta inequivocabilmente alle donne: per la quasi totalità dei paesi citati nelle 800 pagine è presente la voce che fa riferimento a diritti riproduttivi negati, lesione dei diritti sessuali ma soprattutto a discriminazioni, più o meno gravi, maltrattamenti e violenza contro donne e ragazze.

“Con le conferenze internazionali della metà degli anni ’90 la comunità internazionale ha cominciato a valutare lo stupro come crimine contro l’umanità e la violenza sessuale sulle donne è stata riconosciuta come una grave lesione dei diritti umani a livello internazionale, un fatto molto importante che però non ha cancellato i problemi di genere”, dice Christine Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty International che si sofferma con noi a parlare di donne, ragazze, bambine, vittime di crimini e abusi gravissimi che non sempre trovano voce sui media e che l’informazione spesso tende a trascurare.

“Malgrado la situazione legislativa generale sia migliorata – continua Weise – ci sono ancora tantissime donne che vivono in assenza totale di diritti fondamentali e paesi in cui non solo non viene punita la violenza e l’abuso nei confronti delle donne ma dove, in materia di diritto di famiglia, divorzio, istruzione, eredità, salute, le donne sono ancora tagliate fuori. Tutt’oggi in Iran, per esempio, permangono regole rigidissime sull’abbigliamento femminile, in Medio Oriente e in altre parti del mondo rimane il delitto d’onore e il matrimonio forzato, in Indonesia la maggior parte delle donne non accede ai servizi sanitari, in America Centrale e Messico i dati riferiti al femminicidio, molti in seguito a stupri, sono allarmanti, in altri paesi dell’America Latina c’è un’assenza totale della parità riproduttiva: in Nicaragua è stato reintrodotto il divieto di interrompere la gravidanza anche in caso di pericolo di vita della madre o di stupro anche se minorenne”.

Per completare questo agghiacciante elenco ecco alcuni dati del volume: nella Repubblica del Ciad le violenze sessuali continuano a essere perpetrate con larga impunità da membri delle comunità, gruppi armati, forze di sicurezza e nella maggior parte dei casi documentati si tratta di bambine; nella Repubblica Democratica del Congo le donne e le ragazze continuano a essere stuprate in massa da gruppi armati ma anche da forze di sicurezza e polizia nazionale con copertura da parte di ufficiali superiori, e spesso i responsabili individuati sono lasciati fuggire dal personale carcerario; in Guinea Bissau, in aprile, una ragazza di 15 anni è stata picchiata a morte dalle donne del suo villaggio, nella regione meridionale di Tombali, per essersi rifiutata di sposare un uomo molto più vecchio di lei mentre due ragazze nigeriane, che in febbraio erano state fermate e messe in carcere in custodia per un anno, sono state ripetutamente stuprate e sono rimaste incinte durante la detenzione. E se infine ad Haiti continuano gli stupri all’interno e nei dintorni degli accampamenti, ufficiali e non, senza nessuna protezione sulle donne e senza adeguate indagini sui colpevoli, la situazione che più di tutte fa un salto nell’oscurità è quella

in Papua Nuova Guinea dove le donne possono essere accusate di stregoneria e per questo maltrattate, violentate e uccise

ad aprile un ambulatorio di Lae ha riferito della presenza di 200/300 pazienti vittime di stupri, percosse e aggressioni con coltelli, mentre a settembre, negli Altopiani Occidentali, una madre di 4 figli è stata legata, interrogata, torturata e bruciata viva dopo essere accusata di stregoneria. Ma i diritti negati nei confronti delle donne non sono una realtà che riguarda solo l’Africa o le sperdute aree asiatiche o l’America Latina, perché anche nella civilissima Europa le donne non sono tutelate: leggendo il rapporto si apprende con sgomento dell’esistenza di una legge che in Danimarca prevede che “se lo stupratore sposa o prosegue la relazione matrimoniale o l’unione viene registrata con la vittima dopo lo stupro, la pena viene ridotta o condonata”; e non è finita perché in questo Paese del Nord Europa solo il “20% degli stupri denunciati arrivano a una condanna mentre la maggioranza dei casi viene chiusa dalla polizia o dal pubblico ministero e non arriva mai a processo”.

Mentre per esempio in Spagna, secondo il Ministero della Salute, delle Politiche sociali e delle Pari opportunità, si registra un aumento delle donne uccise per mano dei loro partner, in un quadro complessivo europeo (che nel rapporto comprende anche parte dell’Asia centrale) di continuo dilagare della violenza contro donne e ragazze tra le mura di casa “indipendentemente dall’età e dal gruppo sociale d’appartenenza. “Il problema delle violenze sulle donne – spiega Weise – è che in molti casi vengono consumate in un ambito nascosto, dove le stesse vittime fanno fatica a denunciare. Anche in Occidente la donna ha paura e stenta a segnalare un marito o un partner violento, e questo succede perché in molti casi si rischia che la vittima diventi a sua volta imputata e quindi emarginata e incompresa.

spesso i casi vengono archiviati e la maggioranza delle donne non riceve giustizia anche in Europa

una prassi che avviene anche dove apparentemente vi è una parità tra i sessi in ambito politico, sociale e anche economico. In questo senso la violenza domestica è un problema in molte parti del mondo, e anche se è vero che la povertà ostacola e rende difficoltoso l’accesso al denaro da parte delle donne, e quindi all’autonomia che evita una dipendenza totale dall’uomo, quello della violenza sulle donne è un fenomeno globale e succede anche nelle famiglie senza problemi economici. L’unico modo di agire, secondo me, è creare un numero sufficiente di centri per le donne, anche straniere, ma soprattutto un accesso facilitato alla protezione e al rispetto dei diritti di genere”.

Qualcosa di nuovo però si è respirato ed è stato durante le rivolte in Medio Oriente, un vento impetuoso dove le donne hanno preso la parola e sono scese in piazza senza paura dimostrando una forza dirompente che ha dato vita a movimenti di massa contro regimi e contro la povertà, e coprendo ruoli decisivi all’interno di dibattiti e riunioni di protesta, tanto che il rapporto di Amnesty dedica un parte esclusiva alla trasformazione in corso in quest’area e soprattutto in Egitto, dove le donne che avevano partecipato attivamente allerivolte siano state, in un secondo momento, emarginate ed escluse dai processi decisionali: “Nella primavera mediorientale – conclude Christine Weise – le donne che sono scese in piazza dicevano di sentirsi finalmente libere, di essere protagoniste, anche se quello che poi è successo dopo, per esempio in Egitto, sono stati episodi terribili come test di controllo della verginità, con abusi sulla dignità e delle donne. Malgrado questo, credo che queste donne abbiano dimostrato di avere la forza di lottare e di cambiare le cose”.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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