Le donne di Srebrenica: ritirate quel Nobel per non negare un genocidio

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Luisa Betti Dakli • 30 Ottobre 2019
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La decisione di assegnare il premio Nobel per la letteratura allo scrittore austriaco filo-serbo Peter Handke, non è andata giù alle Žene Srebrenice (Donne di Srebrenica), gruppo che raccoglie le madri, mogli, figlie e sorelle delle vittime del genocidio compiuto dai serbi nella guerra degli anni Novanta in ex Jugoslavia. «Un uomo che ha difeso i carnefici delle guerre balcaniche – ha detto Munira Subasic, presidente dell’associazione – non può ricevere un tale riconoscimento», ed è per questo che «invieremo una lettera ufficiale al Comitato per il Nobel della letteratura chiedendo il ritiro del premio», in quanto si tratta di «un messaggio negativo per l’intera umanità».
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Una notizia, quella del Nobel, commentata dal «Times» con un giudizio negativo verso l’accademia svedese che così «si macchia di un disonore che non potrà mai più cancellare», mentre la scrittrice Jennifer Egan, presidente dell’associazione Usa per la libertà d’espressione Pen America, ha precisato di essere sconvolta «per la scelta di uno scrittore che ha usato in passato la sua posizione per minare la verità storica e offrire aiuto ai perpetratori del genocidio». Giudizi negativi condivisi anche dal presidente kosovaro Hashim Thaci e dal primo ministro albanese Edi Rama, disgustati dalla notizia, nonché dall’ambasciatrice del Kosovo in Usa, Vlora Çitaku, che su Twitter ha commentato: «Sono scioccata, è uno schiaffo a tutte le vittime del regime di Miloševic». Una bufera che ha avuto come risultato anche una petizione su Change.org per revocare il premio, in linea con le Madri di Srebrenica, in quanto

una persona che difende un mostro come Miloševic non merita di ricevere un semplice riconoscimento letterario figuriamoci un Nobel

REED-Susan-Srebrenica-Banner-1000x547Handke è accusato di aver negato i crimini compiuti dai serbi e di essere un «apologeta del macellaio dei Balcani», Slobodan Milošević, che ha sostenuto fino alla fine andando ai suoi funerali nel 2006. Nel 1999 Handke aveva scritto sul «Guardian» di non credere affatto che i serbi avessero potuto uccidere migliaia di musulmani a Srebrenica, e nel suo libro A Journey to the Rivers: Justice for Serbia ha fatto di tutto per non dare credito all’omicidio di massa, offrendosi anche di testimoniare durante il processo per Milošević, morto mentre era detenuto a L’Aja in attesa di essere giudicato dal Tribunale penale internazionale per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Nel massacro del luglio 1995 furono trucidati 8372 bosniacchi dall’armata serba guidata da Ratko Mladić

_MG_0801bnInsieme al gruppo paramilitare degli Scorpioni, l’esercito della Republika Srpska (VRS) entrò nella cittadina che era sotto assedio già da tre anni ma che era stata decretata nel ’93 «area protetta» dall’Onu e per questo sotto la protezione del contingente olandese dell’UNPROFOR. Violando la risoluzione 819 delle Nazioni Unite, i serbi entrarono e cominciarono a radunare e uccidere tutti i maschi tra i 15 e i 65 anni, dividendoli da donne, bambini e anziani: corpi che furono dispersi in fosse comuni, rendendo così difficile recupero e identificazione, e a cui si è risaliti solo grazie ai superstiti e ai documenti raccolti nei processi per i crimini di guerra.

A Srebrenica e nei dintorni vennero deportati 23mila bosniaci e i caschi blu olandesi, su pressione dei soldati serbi, costrinsero i rifugiati a lasciare la base protetta fuggendo nei boschi in quella che viene ricordata come «la marcia della morte», dato che vennero presi e decimati dalle esecuzioni. Una vergogna che costrinse il primo ministro olandese Wim Kok alle dimissioni nel 2002, dopo che vennero documentate le gravi mancanze commesse dalle unità olandesi nel gestire l’emergenza.

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Peter Handke

Per questo massacro furono giudicate 70 persone accusate di crimini di guerra, di cui 20 dal Tribunale dell’Aja e 50 dal tribunale di Sarajevo, e 13 imputati furono condannati all’ergastolo, tra cui Ratko Mladić, generale della VRS, e Radovan Karadžić, presidente della Republika Srpska. Nel 2007 la Corte internazionale di giustizia stabilì che quello di Srebrenica fu un genocidio, in quanto commesso con lo scopo preciso di distruggere il gruppo etnico dei bosniaci: una decisione confermata nel 2017 dalla Corte dell’Aja che ritenne anche il governo olandese parzialmente responsabile della morte di 300 rifugiati, costretti da loro a lasciare la base, «privandoli così della possibilità di sopravvivere».

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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