In Africa dove lo stupro di guerra sulle donne non ha mai fine

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Era il 1976 e Susan Brownmiller, autrice di uno dei primi manifesti sulla violenza di genere (Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale), scriveva: “La difesa delle donne è stata fin dalla notte dei tempi un simbolo dell’orgoglio maschile, così come il possesso delle donne è stato un simbolo del successo maschile.

Il corpo di una donna violentata diventa un campo di battaglia rituale, un terreno per la parata trionfale del vincitore

Un concetto che i conflitti etnici degli anni ‘90 hanno ampliato chiarendo, grazie al Tribunale Internazionale per il Ruanda che nel ‘98 sanzionò la violenza sessuale come “crimine di guerra” emettendo poi condanne per gli autori del genocidio, come lo stupro non sia più una “semplice” conseguenza della guerra ma un’arma utilizzata a fini di terrorismo politico, sradicamento di un gruppo, pulizia etnica volontaria. Margot Wallstrom, inviata speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto, afferma:

La violenza sessuale è utilizzata dai combattenti come un’arma per instillare paura tra la gente

Inoltre, il fenomeno è diventato sistematico ed esteso, e si registra un incremento dei casi di violenza contro le donne perpetrate da civili consapevoli di non incorrere in sanzioni penali. E’ necessario quindi cambiare il punto di vista che considera lo stupro durante i periodi di conflitto solo come danno collaterale. Lo stupro non è né culturale, né sessuale ma è criminale”. Un’affermazione importante se si pensa che nello stesso periodo in cui è stato messo sotto processo Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, è stato catturato anche Bernard Munyagishari, ex leader delle milizie hutu che partecipò al genocidio ruandese con l’eccidio di 800mila persone e che durante quel conflitto creò un reparto speciale per violentare e uccidere le donne.

Repubblica del Congo

Oltre al Ruanda, anche il Burundi, Uganda e Angola sono stati accusati delle atrocità avvenute in Congo tra il ‘93 e il 2003 in cui l’uso sistematico dello stupro da parte di tutte le forze combattenti è denunciato in un rapporto delle Nazioni Unite con un documento di 500 pagine che elenca 617 gravi violazioni accertate: “La violenza sessuale è stata una realtà quotidiana che non ha dato tregua alle donne del Congo – si legge nel rapporto – e i diversi gruppi armati hanno commesso violenze sessuali che si iscrivono nel quadro di vere campagne di terrore.

Stupri in pubblico, collettivi, sistematici, incesti forzati, mutilazioni sessuali, donne sventrate, mutilazione degli organi genitali, cannibalismo, tecniche di guerra usate contro la popolazione civile nel conflitto”

Una guerra che dal 2004 ha visto gli stupri aumentare 17 volte. Pochi mesi fa Amber Peterman, autore dello studio pubblicato dall’America Journal of Public Health, ha parlato del dramma congolese come di un fenomeno 26 volte più grave rispetto a quello valutato dall’Onu: “I dati raccolti mostrano quanto le precedenti stime sui casi di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo siano ben lontane dal fotografare la reale situazione presente nel Paese” in quanto, secondo questo rapporto, i casi di stupro sarebbero circa 1.100 al giorno su un totale di 400mila donne, tra i 15 e 49 anni, violentate solo tra il 2006 e il 2007 – una media di 48 all’ora, quasi una al minuto stima basata sui dati delle strutture sanitarie contro le 15.000 registrate dall’Onu e basate sui rapporti della polizia. Secondo un operatore di Medici senza Frontiere in Congo: “Lo stupro è usato come un mezzo per terrorizzare la popolazione e il numero dei casi aumenta con ogni nuovo scoppio di combattimenti e attacchi.

Se le giovani sotto i 18 anni sono più esposte, il gruppo più colpito sono donne tra i 19 e i 45 anni

Ogni giorno violenze inaudite si consumano nella parte orientale della RDC con soldati che provengono da diverse parti ma che compiono le stesse atrocità: “Siamo di fronte a un cancro che si diffonde nel mezzo dell’impunità e del silenzio”, dice Michael van Rooyen, direttore della Harvard Humanitarian Initiative che fatto un’inchiesta su un gruppo di vittime, tra i 3 e gli 80 anni, nell’ospedale Panzi di Bukavu dove il 60% ha subito violenza collettiva da un numero di uomini che varia dai 3 a 15 violentatori a volta. Nei villaggi, a casa, in campagna o durante il tragitto, le donne che incontrano una pattuglia sono spacciate: esiste lo stupro a domicilio, in cui un padre è costretto a violentare le figlie o un figlio a stuprare la madre sotto minaccia di morte; lo stupro di donne dai 70 ai 90 anni o di bambine dai 2 ai 7 anni in quanto, secondo credenze magiche, violentare un’anziana di diversa etnia dà allo stupratore fortuna, virilità e invulnerabilità, mentre lo stupro pedofilo rende immuni dall’Aids o, per chi è infetto, dà guarigione.

Lo stupro può essere seguito anche dal taglio dei seni, distruzione della vagina, distruzione dell’utero fatto con tizzoni ardenti, armi da taglio, canne di fucile o bastoni

Alcune giovani vengono impalate dopo la violenza mentre le ragazze incinte, nei casi più estremi, possono correre il rischio di essere sventrate con la baionetta che serve anche a estrarre il feto. Molte ragazzine, dai 7 ai 15 anni, vengono ridotte in schiavitù e se le più “belle” diventano proprietà dei comandanti, le altre subiscono stupri collettivi giornalieri: una tragedia chiamata “re-rape” in quanto la maggior parte viene violentata più volte e dove si arriva anche all’auto-cannibalismo in cui le vittime sono costrette a mutilarsi e a cibarsi della propria carne. L’aggravante è che le violenze nella RDC provengono sia dalle milizie sia dalle forze statali che ingaggiano stupratori seriali, e anche se la guerra è ufficialmente finita nel 2003, gli scontri proseguono.

La scorsa estate 250 donne e bambini sono stati violentati in pochi giorni nella provincia di Nord-Kivu a pochi passi dai caschi blu, che non sono intervenuti pur avendo una base a 30 km dall’area, e medici dell’ospedale Heal Africa hanno raccontato di pazienti terrorizzati, come una bambina di 10 anni stuprata per ore che non ha parlato per mesi. Per avere un’idea dei responsabili delle violenze in Congo bisogna vedere le fasi di conflitto: all’inizio entrarono in azione (‘94-‘96) l’ex esercito hutu ruandese (FAR), le milizie genocidarie Interahamwe e la FAZ (Forces armees du Zaire); poi, nella guerra di liberazione e Prima Guerra Pan Africana (‘96 – ‘03) i responsabili furono i RASTA e il FDLR, le milizie congolesi Mai Mai, i militari della RDC, le milizie di Bemba, gli hutu burundesi e la FARDC (Forces armees de la Republique Democratique du Congo); nella terza fase, dal 2004 a oggi, i RASTA, il FDLR, i Mai Mai, la FARDC, i ribelli ugandesi LRA e ADF, le milizie tusti del Generale N’Kunda. A questo si aggiungano gli

stupri commessi dagli stessi peacekeepers, un’inchiesta che ha individuato 319 operatori dell’Onu, accusati di abusi sessuali nei confronti delle popolazioni che avrebbero dovuto proteggere

L’Africa è uno dei teatri di guerra più cruenti del mondo, nell’Africa Sub-sahariana gruppi armati in Congo, Somalia, Etiopia, Nigeria, Liberia e molti altri paesi hanno consumato e consumano quotidianamente violenze di ogni tipo contro le donne, come se lo stupro fosse parte integrante degli obiettivi di guerra. In 14 anni di guerra civile liberiana il 40% delle donne ha subito violenze con conseguenze psichiche e fisiche devastanti; nella sanguinosa guerra civile in Sierra Leone migliaia di donne, ragazze e bambine sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali.

Un numero imprecisato di donne e ragazze sono state violentate in Darfur, nel Sud Sudan e sui Monti Nuba durante i conflitti, dove bambine di 8 anni venivano stuprate e dove, secondo Amnesty International, venivano spezzate le gambe alle ragazze che scappavano per poi consumare lo stupro. Durante i recenti scontri in Costa d’Avorio una missione di Amnesty International ha appreso che sia le forze del presidente uscente Laurent Gbagbo sia le Forze legate al nuovo presidente Alassane Ouattara, hanno commesso gravi violazioni compresi stupri su donne che hanno raccontato di essere state violentate di fronte ai loro figli, bambini fuggiti in Liberia che hanno riferito a operatori dell’Ong Equip di essere stati costretti a guardare le loro madri mentre venivano stuprate e uccise, e una donna che ha detto di essere stata costretta a guardare soldati mentre violentavano la figlia di 4 anni.

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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