Ed è qui che le donne palestinesi festeggiano il loro 8 marzo, che a Betlemme è cominciato già dal 5: “Due giorni fa è andato in scena un gruppo di Ramallah che è venuto a Mehwar con il suo spettacolo – racconta un’operatrice italiana del Centro – mentre il 6 c’è stato un trio di musiciste che dopo il concerto si sono offerte di insegnare i primi rudimenti dei loro strumenti alle donne che sono qui. Ma il grande giorno è oggi, 8 marzo, perché il Comune di Betlemme ha promosso un’iniziativa sulla piazza, dove si affacciano sia la chiesa della natività sia la moschea, per un confronto pubblico di tutte le organizzazioni di donne dell’area che prendono parte a un grande progetto della Cooperazione italiana: il Tawasol, che cerca di rendere stabile e strutturata la rete delle organizzazioni delle donne della Cisgiordania”.“Le donne che arrivano per chiedere aiuto sono di solito mamme che non ce la fanno più – dice Moroli – o giovani che subiscono pesanti abusi in famiglia, e che dopo l’ennesima violenza decidono di chiedere aiuto.
Un po’ di tempo fa è arrivata una ragazza giovanissima, il padre l’aveva legata a una catena con i cani perché era convinto che non fosse sua figlia. lei non riusciva a camminare e non veniva a pranzo perché fino a quel momento aveva mangiato nella ciotola con i cani”

“Quando abbiamo pensato di fare il Centro antiviolenza in Palestina – spiega Moroli – abbiamo incontrato i ministri coinvolti e tutti ci dicevano che una cosa del genere lì era impensabile perché una donna che denuncia una violenza disonora tutta la famiglia, che non è padre, madre e figli, ma un intero clan. Così abbiamo costruito un luogo utile alla comunità e non un luogo reietto, inserendo non solo una serie di consulenze di tipo legale e psicologiche, ma anche una palestra gratuita, una caffetteria, un baby garden, una sala multimediale, aperti a tutte le donne, e ci sono state tantissime di loro che sono uscite di casa per la prima volta per venire in palestra”. Quando Mehwar è stato progettato era il 2000 e ci sono voluti 7 anni per costruirlo e prepararlo: il Centro è stato inaugurato nel 2007 alla presenza dei ministri di Hamas.
Il merito è stato di Diana Mubarak ministero degli Affari Sociali che è andata a chiedere aiuto alla cooperazione italiana perché non sapevano più come gestire le violenze e gli abusi sulle donne
e qui un uomo sensibile al problema, il dottor Aldo Sicignano direttore della cooperazione, si è interessato e ha dato vita al progetto. Un altro contributo importante è stato quello della municipalità di Betlemme che ha donato il terreno su cui è stato edificato il Centro, un regalo significativo in un luogo dove la terra è la patria pagata col sangue. L’edificio, che è stato costruito dagli architetti Roberto Barretta e Salameh Murkark, è una struttura fatta da due anelli concentrici con al Centro il giardino e le stanze delle donne, intorno a cui c’è un altro anello con gli uffici e le strutture aperte al pubblico come la palestra, il caffé, ecc.
Una struttura unica al mondo in cui il Centro di accoglienza vero e proprio non si vede ed è protetto dall’anello esterno che invece è collegato al territorio, in modo da unire l’esigenza di protezione di queste donne, che a volte sono anche rivendicate e cercate dalle stesse famiglie che le hanno abusate, senza trascurare l’importanza dell’apertura all’esterno con strutture rivolte a tutte le donne, anche quelle non abusate. “Per capire il livello di sudditanza – continua Emanuela Moroli – ti racconto la storia di una donna che aveva il figlio di 6 anni gravemente malato e che non poteva portare il piccolo dal medico perché il marito era fuori e lei non poteva andare da sola. Il bimbo è stato salvato da un parente, maschio, che lo ha preso e portato all’ospedale”. In Palestina c’è un abisso tra la città e i villaggi rurali, perché in città le donne sono più avanti, più emancipate, più consapevoli, mentre nei villaggi ci sono situazioni limite, soprattutto in materia di libertà personale
La presidente di Differenza Donna, che ha formato tutte le operatrici che lavorano nel Centro con un interscambio durato anni tra le donne italiane e quelle palestinesi, è convinta che “con tutte le buone intenzioni, in realtà l’istituzione qui tende sempre a rimandare le donne a casa dopo il recupero e questo è un boomerang perché molte ricadono nello stesso problema per cui si sono arrivate. E’ vero che in Palestina una donna non può vivere da sola perché sarebbe emarginata, e quindi sono loro stesse che vogliono tornare a casa, ma il rischio è che siano uccise o che ritornino al Centro per nuove violenze, e quindi, il più delle volte, si cerca di affidare la donna a parenti o di farle avere un alloggio vicino la casa della famiglia. Alle volte però fuggire è l’unica possibilità e ricordo una delle poche donne arrivata da noi che non è più tornata a casa.una ragazza venuta al Centro dopo che il padre l’aveva colpita con 4 colpi di arma da fuoco perché a 19 anni si era innamorata di un cristiano
Un giorno si sono presentati al cancello di Mehwar tre macchine con dentro uomini armati fino ai denti. Appena li ho visti arrivare ho capito e ho messo la ragazza su una macchina, dal retro, facendola portare in un albergo



