Stati Uniti: per i Repubblicani gli omosessuali non sono più tabù

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Una delle conseguenze dell’uscita di scena di Rick Santorum dalla corsa alle primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali Usa di novembre prossimo, è stata l’inevitabile rimonta di Mitt Romney, ormai unico e credibile sfidante del Gop nei confronti dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Barak Obama. Se uno degli ultimi sondaggi della Cnn dava infatti Obama al 52% e Romney al 43% con un vantaggio di 9 punti del primo sul secondo, pochi giorni fa il sondaggio di Cbs News, ha rimesso in gioco la situazione con un pareggio dei due sfidanti. Spostamento legato anche alla mobilità di parte dell’elettorato americano che, con la rinuncia dell’ultraconservatore cattolico Santorum fermo su posizioni tradizionaliste su donne e gay, ha intravisto possibili aperture da parte dell’ala più illuminata dei repubblicani.

Uno degli aghi che ormai pesano sulla bilancia della politica Usa, è infatti quello della comunità Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) che rappresentano una fetta di voti sempre più significativa nel Paese, una fascia di popolazione con cui i due contendenti dovranno par forza fare i conti. E dopo la ritirata di Santorum, che si è sempre e fermamente opposto ai gay nella sua campagna, sembra che anche l’atteggiamento del partito repubblicano sia cambiato nei confronti dei diritti omosessuali:

«Il partito repubblicano per anni è stato retto da ideologie contrarie alla unioni omosessuali, mentre ora tacce»

Secondo il “Politico” se fino a un po’ di tempo fa i dibattiti repubblicani sui gay erano piuttosto accesi, adesso la questione «è praticamente morta» in quanto la leadership del Grand Old Party «non si preoccupa più di discutere o litigare sui gay, preferendo lavorare dietro le quinte». In poche parole il Gop, più che diventare un partito progressista, si sarebbe evoluto prendendo atto del cambiamento ormai avvenuto nel Paese. «Quello che viene considerato scioccante in tv in un decennio cambia e diventa quasi un luogo comune nel decennio successivo – ha detto Jack Kingston del Gop – e lo stesso accade nella società», perché «se prima i legislatori cercavano di assicurarsi una fetta di elettorato dichiarandosi contrari ai gay, ora non è più possibile», ha concluso Kingston. Un atteggiamento che, secondo il sondaggio condotto dal «Wall Street Journal»/NbcNews, avrebbe portato ai repubblicani un aumento del 9% nell’ultimo mese, una percentuale che potrebbe fare la differenza tra i due candidati, e la realtà del cambiamento in corso non è sfuggita a Romney che già a gennaio di quest’anno ha ammorbidito le sue posizioni sui gay, dichiarando, in un dibattito alla Nbc: «Non ho nulla contro i gay. Uno della mia giunta in Massachusetts era gay. Solo non appoggio il matrimonio tra omosessuali».

Romney però, pur affermando una certa apertura, ha stretto da tempo il suo destino con chi condanna fermamente i matrimoni omosessuali, ovvero con il Nom (National Organization for Marriage), la potente organizzazione antigay per la difesa del matrimonio tra uomo e donna. Nel 2008 il Comitato di Azione Politica di Romney ha donato al Nom 10’000 dollari, mentre poche settimane fa D.Craig Cardon e Broc Hiatt, due membri del Nom, hanno donato all’attuale campagna del candidato repubblicano, circa 2500 dollari ciascuno. Un’alleanza sancita definitivamente dalle parole di Brian Brown, presidente del Nom, che ha fatto sapere:

«Siamo orgogliosi di sostenere Mitt Romney come futuro presidente, lui rappresenta l’impegno a preservare il matrimonio tra uomo e donna»

Un appoggio sancito ben prima del ritiro di Santorum, che non ha mai nascosto la sua avversità alle unioni gay, e che mette Romney nella posizione di chi vuole comunque mantenere un legame solido con quella parte di elettorato tradizionalista e antigay che ha sempre seguito senza però mostrarsi completamente avverso alla comunità Lgbt. Un ruolo che invece dovrebbe essere pienamente sostenuto dall’attuale presidente degli Stati Uniti il quale, come sostiene lo stesso Brown, «ha fatto praticamente tutto ciò che era in suo potere per minare l’istituzione tradizionale del matrimonio».

In realtà Barak Obama ha fatto molti passi verso i diritti degli omosessuali americani sia incaricando il Dipartimento di Giustizia a non sostenere il «Defense of Marriage Act» – che vieta il riconoscimento federale dei matrimoni gay – dichiarandola «incostituzionale», sia a far decadere il «Don’t ask, don’t tell» che imponeva ai gay il silenzio per potersi arruolare nell’esercito, ma non ha mai approvato del tutto il matrimonio gay. Nel 2008 il candidato democratico aveva infatti sì condannato il referendum «Proposition 8» come «discriminatorio» in quanto introduceva il divieto dei matrimoni omosessuali nella costituzione della California, ma allo stesso tempo si era dichiarato di essere «personalmente» più favorevole al riconoscimento delle unioni civili gay e tendenzialmente contrario al vero e proprio matrimonio anche per ragioni religiose.

E se anche sul sito ufficiale della Casa Bianca è apparsa giorni fa una sezione in cui vengono elencati gli interventi del governo Obama a favore dei diritti Lgbt, lo stesso presidente si è recentemente rifiutato – secondo il «New York Times» – di firmare un ordine esecutivo sul divieto di discriminazioni da parte dei datori di lavoro nei confronti di gay, bisessuali e trans presso aziende pubbliche.

Ma a premere affinché Obama prenda una posizione netta sulle unione gay è il suo stesso staff che, secondo il «Los Angeles Times», vuole che Obama introduca questo punto nella «piattaforma» che il partito democratico presenterà a settembre alla convention nazionale a Charlotte, in North Carolina. A sostegno di questa chiarezza sono infatti già intervenuti quattro ex presidenti del Comitato Nazionale Democratico con un comunicato favorevole al matrimonio gay che ha avuto l’appoggio di molti senatori democratici, tra cui l’ex leader democratica alla Camera Nancy Pelosi, mentre il sindaco di Los Angeles che presiederà la convention nazionale, Antonio Villaraigosa, ha dichiarato di essere favorevole alla «parità matrimoniale».

Negli Usa gli Stati che permettono i matrimoni omosessuali sono 8 (Massachusetts, Connecticut, Iowa, Vermont, New Hampshire, New York, distretto di Washington DC, California e New Jersey) ma i problemi legati a queste unioni mettono in moto forze contrastanti e pongono l’attenzione sulle falle del sistema americano. Poco tempo fa due donne che volevano divorziare in Maryland sono state costrette a ricorrere alta Corte in quanto il giudice ha dichiarato «illegale» il divorzio tra due persone dello stesso sesso, mentre una coppia gay regolarmente sposata nel 2008 in California, si è vista rifiutare dalla corte federale la richiesta di estensione al partner dell’assicurazione sanitaria, che di norma viene applicata nelle coppie eterosessuali. La partita è comunque aperta perché se Obama il 21 aprile ha approvato la «Non-Discrimination Act student» – per bandire la discriminazione contro gli studenti sulla base dell’orientamento sessuale e identità di genere, dall’altra parte Mitt Romney ha nominato Richard Grenell, apertamente gay, come portavoce della politica estera.Obama ha fatto molti passi verso i diritti degli omosessuali ma non ha mai approvato del tutto il matrimonio gay.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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