Il femminismo sovversivo di Hermione ma le spagnole vincono

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Luisa Betti Dakli • 25 Settembre 2014
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Non è vero che dappertutto la parola femminista fa orrore, ma sicuramente non sono molti i luoghi in cui ci si possa dichiarare femministe con molta nonchalance. E se questo è vero in Paesi come Stati Uniti o Gran Bretagna, diciamo pure che in Italia è quasi come dire una bestemmia in chiesa. Ma perché? Perché le parole sono importanti e in un contesto maschilista, come quello mondiale abituato a erigere bastioni a difesa del proprio dominio, il richiamo del femminismo a un immaginario di donna castrante, repellente, magari anche brutta, pelosa, maleodorante, e sicuramente lesbica perché odia gli uomini, è di per sé un’ottima difesa alla preservazione di una cultura machista che il femminismo potrebbe mettere un po’ troppo in discussione. E malgrado sia in realtà uno stereotipo ben poco credibile (basta guardare molte femministe), è una convinzione ormai così radicata e profonda, da diventare un’offesa per tutte le donne, anche per chi si dichiara non femminista. Per questo il discorso fatto da Emma Watson, alias Hermione della best seller cinematografico “Harry Potter”, alle Nazioni Unite per la campagna #HerForShe, è importante.

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Emma Watson alle Nazioni Unite

La giovane attrice, idolo di milioni di giovani donne ma anche di giovani ragazzi e conosciuta nel mondo per aver interpretato il personaggio femminile nella saga Rowling, ha rotto un tabù nel modo più semplice: dichiarandosi femminista senza indugi e davanti a una platea internazionale e per di più in veste di supporter Onu. Quale occasione migliore per dire una volta per tutte che le femministe si sono stufate di essere etichettate e marchiate sul loro corpo come streghe inavvicinabili, solo perché difendono i loro diritti e i diritti delle altre donne (anche quelle che si dichiarano antifemministe), neanche avessimo l’orologio fermo al Medioevo? Emma Watson ha detto:

“più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che combattere per le donne è sinonimo di odio per gli uomini”

uno stereotipo falso e fuorviante che ha solo l’effetto di mettere le femministe in bel recinto con scritto: Danger! “Se c’è una cosa che so con certezza – ha proseguito – è che questo deve finire. Il femminismo è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi”, ovvero è una lotta contro l’ingiustizia più ingiusta del Pianeta dove in base al pregiudizio del rapporto squilibrato tra i sessi, la ripartizione del potere e delle pari opportunità a ogni livello della convivenza umana, è sfacciatamente discriminatorio (e poi la chiamano civiltà). Un invito fatto anche agli uomini, e in modo diretto, per chiedere una volta per tutte da quale parte vogliono stare: “Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse – dice Watson – e se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate”, che significa fatevi anche voi uomini un esame di coscienza e decidete seriamente dove collocarvi, senza esibire la faccia di chi “difende” le donne e poi ricalca gli stessi stereotipi maschilisti nella sostanza.

Laurie Penny

Ma la questione è profonda perché credo che su questo abbia ragione Laurie Penny, giornalista e attivista inglese, quando dice che in realtà il femminismo fa paura, ed è per questo che viene così stigmatizzato in tutte le sue forme, perché “il femminismo è una minaccia allo status quo”. Le minacce fatte a Watson di divulgare foto compromettenti nel web fatta sulla piattaforma 4Chan, anche se lanciata con scopi pubblicitari, sono in verità un elemento rivelatore, visto il numero di visite che ha scatenato (7 milioni di utenti si sono collegati), un numero che testimonia come il problema sia reale: perché non sarebbe stata la prima volta – 4Chan a fine agosto ha pubblicato le foto nude di Jennifer Lawrence e Kate Upton – e perché non c’è bisogno di essere Emma Watson per essere minacciate (dato che la maggior parte di noi, intendo sporche e luride femministe, lo sono state per davvero e più volte). La forma del ricatto intimidatorio e della minaccia, che è una forma di violenza, vale quindi anche se “per scherzo”, perché condiziona subdolamente su quello che stai dicendo e sulla spinta che gli stai dando perché anche se ora “non è” ci sono comunque buone probabilità che “potrebbe essere” (in fondo succede a tante).

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Manifestazione contro il disegno di legge Gallardòn sull’aborto

Che il femminismo sia intrinsecamente e potenzialmente sovversivo, ce lo hanno dimostrato recentemente le spagnole – di cui i giornali italiani non parlano adesso che hanno vinto – donne che oltre a far ritirare lo scellerato disegno di legge che avrebbe cancellato  l’interruzione di gravidanza volontaria nel Paese, hanno portato il ministro della giustizia alle dimissioni. Alberto Ruiz-Gallardón in persona, martedì scorso, ha riconosciuto di non essere “stato in grado di far passare in legge il disegno di legge”, quello sull’aborto, e di non aver avuto la capacità di andare avanti su quel progetto.

Un disegno di legge che è stato ritirato per “mancanza di sufficiente consenso sociale”

ha riferito il Premier Mariano Rajoy, e per cui non solo Gallardón si è dimesso ma si è ritirato dalla scena politica: una vittoria plateale per le spagnole e un esempio per tutte le donne del mondo, volutamente oscurata dai media perché pericolosa. Una vittoria che senza la società civile e senza le femministe, sarebbe stata impossibile. Ed è stata Justa Montero, storica attivista spagnola, che ha fatto sapere dall’Assemblea femminista di Madrid che in Spagna nella giornata di “domenica 28 settembre, giorno internazionale per la depenalizzazione dell’aborto, ci saranno manifestazioni convocate dal movimento femminista in molte città” e che “sarà una magnifica occasione per incontrarci tutte e tutti e celebrare, manifestare che sì,  si può.

Un grande incoraggiamento per tutte le donne sul fatto che vincere contro l’ingiustizia e per i diritti delle donne, è possibile. Ma il messaggio è deflagrante e quindi va mantenuto segreto,  perché questo significa realemente che lo stauts quo può essere sovvertito e che se le femministe, se ci si mettono seriamente e tutte insieme, hanno una forza e un impatto molto più incisivo di quello che vogliono far apparire attraverso stereotipi, quelli sì, vetero-sfiancanti.

E se la cultura è importante, e se le parole sono importanti, cominciamo a usarle meglio evitando obsoleti pregiudizi ma anche inventandone di nuove. Per questo domani, venerdì 26 settembre alle 15 a Modena (sala del Consiglio comunale, Piazza Grande), ci sarà un bell’incontro dal titolo “Prevenire è comunicare la violenza di genere” e in cui modererò una parte della tavola rotonda dove si ragionerà appunto su un modo nuovo di nominare la realtà fuori dagli stereotipi.

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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