Caro Salvini non serve il Codice rosso ma la Convenzione di Istanbul

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Luisa Betti Dakli • 5 Febbraio 2019
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Nel giro di due giorni si sono succeduti tre gravissimi episodi legati alla violenza maschile sulle donne: Marisa Sartori, 25 anni, è stata uccisa dall’ex marito a Curno, in provincia di Bergamo, mentre la sorella che ha cercato di difenderla è stata gravemente ferita; a Vercelli Simona Rocca, 40 anni, è stata picchiata in un centro commerciale dall’ex fidanzato che ha tentato di ucciderla dando fuoco alla macchina con lei dentro, e ora è gravissima al Cto di Torino; e infine a Desio, in provincia di Monza e Brianza, un padre ha tentato di uccidere i figli di 11 e 12 anni per vendetta contro la moglie da cui si stava separando, minacciando di far saltare in aria la casa in cui si era barricato con loro, satura di gas.

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Marisa Sartori

Episodi che non sono nuovi alla cronaca di questo Paese ma su cui ancora nessuno riesce a prendersi la reale responsabilità di intervenire in maniera efficace. Solo chiacchiere, verrebbe da dire, soprattutto sentendo il ministro dell’interno Salvini che urla a gran voce l’approvazione di una legge, quella del Codice rosso, che non solo è un iter preferenziale per le denunce delle donne già esistente ma che, come dimostrato, non è assolutamente la chiave di soluzione del femminicidio in Italia. Sappiamo invece bene che

il 70% delle donne uccise in Italia aveva denunciato i propri assassini ben prima di essere uccise

perché cercavano di fuggire da una violenza da cui non sono state protette e su cui le istituzioni che sapevano, hanno sottovalutato la pericolosità di questi uomini, e non hanno considerato in maniera adeguata il fattore di rischio. Perché? Marisa Sartori aveva denunciato l’ex marito e aveva paura, tanto che non rimaneva mai da sola: una precauzione che non è stata sufficiente a salvarla da Arjoun Ezzedine, che l’ha colpita al cuore più volte fino ad ucciderla. Mario D’Uonno, ex guardia giurata di 54 anni, aveva precedenti per stalking che sono un forte campanello d’allarme malgrado spesso siano procedimenti archiviati perché non considerati così gravi per impreparazione della stessa magistratura non formata sulla violenza di genere e sulle sue dinamiche.

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Simona Rocca

Quello che Salvini vuole farci passare come un problemino che si risolve con un lasciapassare già esistente, ha invece una complessità che prevede una serie di interventi mirati su cui investire un denaro che il governo invece continua a non destinare se non in parte: scelte di chi in realtà disconosce la violenza di genere e ne è assolutamente connivente. Senza dubbio l’unica azione reale per affrontare il femminicidio in Italia sarebbe implementare la Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere, una convenzione redatta dal Consiglio d’Europa che è stata ratificata dall’Italia e che la società civile ha sempre sostenuto, ma che in realtà è ancora lettera morta nella vergogna generale, anche nei tribunali e nelle procure.

Una mancanza che pesa sulla coscienza dello stato e di quelle istituzioni che hanno permesso tutti i femminicidi in cui vi era una segnalazione o una denuncia, e che non hanno fatto nulla per impedire quelle morti, e che oggi continuano a far finta di non sentire cercando di deviare lo sguardo altrove.

Morti che sono sulla coscienza di chi sapeva e non è intervenuto, e di chi ha il potere istituzionale e materiale di intervenire in maniera efficace e completa, e non lo fa

E questo perché per essere efficaci è necessario rimuovere le cause del femminicidio che sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, in quanto la violenza sulle donne non è solo un atto criminoso ma il frutto di un pensiero che basandosi sul genere discrimina storicamente e in maniera sistematica le donne in tutti i campi: nel lavoro in famiglia, per strada, a partire dall’educazione e da quei libri di testo che studiamo a scuola e in cui le donne sono completamente cancellate, come se non fossero mai state protagoniste di una storia fatta di soli uomini. Ma per combattere questi stereotipi, che sono alla base della violenza, occorre una strategia che va ben al di là dello sbanderiato Codice rosso, le cui indicazioni sono chiaramente contenute proprio della Convezione di Istanbul.

Qualche giorno fa al I municipio di Roma le donne della società civile che protestavano nei confronti del senatore Pillon in quanto promotore del ddl 735, sono state aggredite fisicamente da parte di Alessandro Vallocchia, figura della destra romana e sostenitore di Pillon. Lì un avvocato romano, Gianluca Sigismondi, ha apostrofato con insulti le donne presenti chiamandole “zoc**le” e ha spiegato alla giornalista Angela Gennaro che la legge italiana ha inventato “due reati: i maltrattamenti in famiglia e lo stalking” che in realtà “non esistono”; parole uscite dalla bocca dei sostenitori di un disegno di legge che vorrebbe riformare la famiglia legittimando la violenza domestica come un ingrediente normale all’interno di un nucleo famigliare dove il maschio comanda, la donna subisce in silenzio, e i figli sono di proprietà esclusiva del padre che ne può disporre come vuole, anche se violento, abusante e maltrattante.

Una proposta misogina e punitiva per donne e bambini, che legittima la violenza minimizzandola e disconoscendola, di cui la Lega Nord e il ministro Salvini, insieme a Pillon, si sono fatti portavoce accogliendo le istanze proprie di quegli uomini che ritengono normali le condotte violente, le quali, come sappiamo, potrebbero in ogni momento sfociare in un femminicidio. Allora perché poi scandalizzarsi se una donna ogni due giorni muore per mano di questi uomini?

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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