Femminicidi e stupri in India, Usa, Italia e nel mondo ma sono sempre le donne che se la sono cercata

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Luisa Betti Dakli • 5 Aprile 2013
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Ieri in India nel villaggio Behratoli, nello Stato centrale di Chhattisgarh, un uomo di 35 anni ha preso un’ascia e ha ucciso 5 bambine, dai 2 ai 5 anni, e 4 donne tra cui una 25enne e poi tre sesssantenni. L’uomo, dopo essere stato catturato, ha dichiarato al capo della polizia locale, Govardhan Singh Darroh, di essere stato lasciato dalla moglie e che prima ha ucciso la venticinquenne e la sua bambina, e poi le vicine di casa, perché non accettava l’abbandono.

Sempre in India lo scorso mese una turista svizzera è stata stuprata da 7 uomini nello Stato di Madhya Pradesh, mentre due giorni fa quattro sorelle sono rimaste ustionate in modo grave con l’acido lanciato da due uomini a bordo di una moto. Questo in India: ieri, l’altro ieri, da molto tempo, in un Paese considerato come uno dei più pericolosi del mondo per le donne (Thomson Reuters), e in cui un mese fa – dopo lo stupro di gruppo sul bus della studentessa poi morta in ospedale – il primo ministro ha varato l’ergastolo per gli autori di femminicidio, ignorando quasi del tutto il responso della Commissione Varma che aveva individuato tra tutti il riconoscimento della violenza domestica e la violenza delle forze armate e della polizia.  Ieri però anche negli Stati Uniti, un Paese di ben altro spessore in materia di diritti delle donne, almeno in teoria, è scoppiato il caso di due giocatori di football di 18 anni accusati di stupro nei confronti di due ragazzine di 13 anni, difesi su twitter dai compagni di scuola che hanno infierito sulle ragazze stuprate le quali si sono ritrovate a loro volta vittime di pubblici insulti e violenza verbale in quanto “poco di buono”.

“Le giovani si comportano come put*ane e per questo non c’è nessuna pena”, è stato scritto: affermazioni utili come difese

Questo succede nella tranquilla città di Torrington nel nord-ovest del Connecticut, che è stata ovviamente paragonata a Steubenville, in Ohio, dove in questi giorni sono stati condannati i due giocatori accusati di stupro nei confronti di una minorenne che hannno pubblicato il video su youtube in cui raccontavano la violenza deridendo la ragazza, e dove diversi media americani hanno presentato gli abusers come poveri giovani dalla carriera stroncata, facendo addirittura il nome della vittima. Ma quello di Torrington, come quello di Steubenville, ci ricorda anche qualcosa di molto vicino, qui, a due passi da Roma: lo stupro di gruppo di Montalto di Castro ai danni di una ragazza di 15 anni, dove non solo i compagni di scuola ma tutta la comunità, hanno preso le difese degli abusers indicando la ragazza come responsabile degli 8 rapporti consecutivi con 8 sconosciuti, nella pineta, la notte della violenza. Un processo che ancora oggi, dopo 6 anni, non vede la fine in quanto il tribunale ha dato una seconda messa alla prova per i ragazzi, dopo la quale il reato potrebbe anche estinguersi. Ma non è finita qui, perché il nocciolo è altrove ed è, come già si può intuire, un nocciolo culturale duro come un granito che ruota pericolosamente sulle teste delle donne in tutto il mondo. Ed è inutile lamentarsi se non si cominciano a individuare e a combattere le mani che ancora lucidano e fanno volteggiare questa pericolosa arma che nega la violenza e timbra le donne come esseri inferiori, passivi, oggetti, giocattoli, niente.

Martedì Papa Francesco ha “reso omaggio” alle donne, come hanno scritto alcuni, dicendo che siamo più inclini a credere e mettendoci al nostro posto che è quello non di essere protagoniste ma, appunto, testimoni e strumenti di fede. “E’ bello che le donne siano le prime testimoni della Resurrezione”, ha detto il papa, “è un po’ la missione delle donne dare testimonianza ai loro figli e ai nipotini che Gesù è risorto”, ha continuato, incitandoci anche con il motto: “Mamme e donne, avanti con questa testimonianza, le donne nella Chiesa e nel cammino di fede abbiano un ruolo particolare: aprire le porte al Signore”.

Insomma niente di nuovo ma solo un ribadire che il nostro posto è quello che da sempre la chiesa e la religione ci appioppa: cioè testimoni passive della potenza maschile di dio e strumento (ancora passivo) della grandezza divina (sempre dio padre). Ma prima di essere accusata di blasfemia, vorrei fare alcune osservazioni: la prima è l’uso strumentale di questa uscita pubblica papale sulle donne che non ha nulla di nuovo per noi (anzi) e che invece ha completamente oscurato quello che si era riportato su Bargoglio subito dopo la sua nomina, ovvero la triste frase nei confronti della presidente argentina Kirchner:

“Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici

L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”. Affermazioni che sono state smentite da alcuni ma che in definitiva non sono affatto in contrasto con “l’omaggio” dell’altro giorno. L’altra osservazione, che va ben oltre le parole, è la politica che il Vaticano sta portando avanti a livello mondiale sulle donne, con un attacco frontale e gravissimo, e di cui i giornali italiani non parlano affatto, per cui la Chiesa cattolica, di cui il santo padre è vicario di Cristo e pastore in terra, non ha nessuno scrupolo ad allearsi con altre religioni per fare fronte unico nella guerra alle donne.

Come già detto altrove, quest’anno alla 57a CSW (Commission on the Status of Women) dell’Onu che si è conclusa a New York a metà marzo, il Vaticano, alleandosi con islamici e ortodossi, ha cercato di bloccare l’importante Carta dell’Onu sulla violenza contro le donne e le ragazze. Un documento alla fine faticosamente uscito dall’assemblea, malgrado l’opposizione e malgrado i dati dell’Onu che indicano ancora 7 donne su 10 come vittime di violenza e 603 milioni di donne che vivono in nazioni che non la considerano un reato.

Tra i punti considerati inammissibili da alcuni paesi c’era la “piena uguaglianza nel matrimonio” che consente di denunciare il coniuge violento, la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con accesso ai contraccettivi, e il diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne, cosa che il Vaticano (con un seggio all’Onu come Stato non membro e osservatore permanente), insieme a Russia e Iran, voleva convincere a far cassare come già successo nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso. Non solo, perché l’anno scorso, sempre alla Csw dell’Onu dove il tema era l’empowerment delle donne rurali, alcuni paesi –  tra cui il Vaticano – si sono opposti sulla salute riproduttiva delle donne e la contraccezione d’emergenza per le donne violentate, e l’assemblea non ha potuto varare un accordo perché gli altri paesi hanno preferito non approvare un documento che avrebbe infine leso i diritti delle donne stesse. Per Polonia, Malta, Ungheria, Russia, Iran e Vaticano, i diritti riproduttivi, i diritti delle donne lesbiche e bisessuali, e l’uso della parola “genere” sono come incontrare satana in persona. Infine, e sempre in quella sede,

il Vaticano ha negato che gli accordi sui diritti delle donne fossero stati universalmente accettati, sostenendo che non si applicano a tutti gli Stati

e che quindi dovrebbe essere aperta una rinegoziazione su questi temi all’interno della Piattaforma di Pechino (altro che omaggio, qui siamo peggio che in Arabia Saudita). Quindi se l’obiettivo principale è distruggere il diritto alla salute riproduttiva, l’altro è l’integrità della famiglia dove la violenza domestica e il femmicidio entrano in gioco in maniera diretta, e da cui tutte le religioni devono stare ben lontane se si vuole trovare una soluzione a favore delle donne. Per mettere un punto a fatti come quelli in India, come in Ohio, a Montalto, e in tutto il nostro Pianeta, è necessario un cambio profondo della cultura e noi abbiamo bisogno di alleati, e non di bastoni tra le ruote: e se la radice è sempre la discriminazione delle donne questa cultura dei diritti deve essere prima di tutto laica.

 

 

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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