Parigi, chiamarsi femministe si può

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Sono a Parigi, piove, e tra poco andrò alla manifestazione per la “Giornata internazionale delle donne” dato che oggi è l’8 marzo. Sono venuta qui perché due giorni fa il Comune parigino mi ha invitata come rappresentante italiana sui diritti delle donne in un convegno dal titolo “Donne e poteri”, con cui la vicesindaca, Fatima Lalem, ha inaugurato un programma di eventi e incontri su e per le donne (ma anche per uomini) che durerà tutto il mese e interesserà diverse parti di questa capitale. Nella meravigliosa sala dell’Hotel de Ville, sede centrale del Comune di Parigi, abbiamo parlato davanti a una folta platea raccontando cosa bolle nelle rispettive realtà d’azione, e ho capito che l’atteggiamento giusto per vincere la battaglia delle donne, è unire le forze superando barriere e differenze.
Fatima Lalem

Il punto centrale però è stato chiaro fin da subito, e cioè che le donne che erano lì non solo combattevano per altre donne in un sostegno reciproco e costante, ma non avevano paura a chiamarsi femministe. E ho tirato un sospiro di sollievo pensando ai tanti “se” e ai tanti “ma” che ormai siamo costrette a mettere davanti a quella parola qui da noi, come quasi fosse quasi un’offesa. Su quel palco la vicesindaca Fatima Lalem, insieme a Yvette Roudy (prima e storica ministra del dicastero dei diritti delle donne nell’81) e la senatrice Michèle André, ha lanciato le 100 iniziative del marzo parigino dicendo chiaramente che si tratta di “un momento particolare per la lotta delle donne che oggi si trovano anche a vivere situazioni insopportabili”, e che per questo “l’8 marzo deve essere sempre, ogni giorno, perché ormai un capovolgimento è necessario”.

“La tabella di marcia per l’uguaglianza in una logica  trasversale che apra l’accesso delle donne al potere è il risultato di un lavoro di anni e di una militanza”, dice Lalem riferendosi a sé ma anche alle politiche di governo e al ministero dei diritti delle donne guidato dalla giovane Najat Vallaud-Belkacem. “A Parigi – continua – ho creato una dinamica territoriale di informazione e intervento su sessualità, aborto, salute delle donne, lavoro, e abbiamo permesso l’aborto terapeutico, e interventi contro la violenza sulle donne con rifugi per le vittime su tutto il territorio. Percorsi di inserimento nel lavoro per le famiglie monoparentali che sono per lo più mamme separate con figli.

Un’azione politica che agisce sui diritti delle donne, ma anche sulla cultura nella decostruzione degli stereotipi che bloccano l’accesso delle donne al potere”

Parole che in tutta la campagna elettorale italiana non ho sentito (neanche a sinistra), almeno non in forme così nette e con l’orgoglio di una militanza femminista non da nascondere ma da esibire come bagaglio di esperienze. “Le donne al potere – dice Lalem – sono una questione fondamentale, perché bisogna esitare a fare di una donna capo di una azienda? Perché mettere steccati che delimitino l’accesso delle donne ovunque?”.

Yvette Roudy è la donna che ha convinto Mitterand a istituire il ministero dei diritti delle donne e ha imposto di lanciare l’8 marzo in Francia: “Lui non voleva – dice Roudy – perchè solo il partito comunista lo celebrava, e io l’ho voluto ricordando che non era proprietà del partito comunista perché il partito comunista in Francia era nato dopo, e così ho convinto Mitterand”. Per questa donna, che qui è un’istituzione, se l’8 marzo viene ancora ricordato, “è perché questa giornata significa qualcosa” e anche perché “la questione delle donne non è risolta”: un problema che riguarda “la democrazia che non sarà reale finché ci saranno diversitá di carriere, poche donne nel potere, e violenze maschili sulle donne. Come dicevano Marx e Gandhi, noi evochiamo sempre quello che non va”.

Yvette Roudy
Il tetto di cristallo esiste ancora (eccome se esiste) e si sta facendo sempre più duro perché la pressione delle donne è sempre più intensa e dichiararsi femminste oggi non è essere “vecchie” ma rinforzare quella spinta. Francois Laborde, giornalista dell’osservatorio dell’immagine delle donne nei media, dice che qui in Francia le donne che appaiono in tv sono il 35% del totale ma sono donne che per la maggior parte vengono interpellate in quanto testimonianza o racconto perché quando servono gli esperti chiamano sempre un uomo.
Il problema – dice Laborde – è che la maggior parte di uomini e donne pensano che ci sia giá la parità, mentre non è vero”. E il fatto che ci siano donne ai veritici non sempre garantisce che quella donna sia lì per lottare e sostenere i diritti delle altre, perché la cooptazione femminile su logiche maschili è sempre più in agguato. “In Marocco – dice Rajaa Berrada, presidente della CIOFEM (Centre d’information et d’observation des femmes marocaines) – l’unica ministra donna che abbiamo, e che si occupa della famiglia, ha proposto di abbassare l’età del matrimonio delle ragazze dai 18 ai 16 anni, perché il numero altissimo delle violenze sulle ragazze possa essere rimediato con il matrimonio riparatore”. Per Gaye Petek, presidente dell’associazione ELELE e vicepresidente del Conseil National pour l’Intégration des Populations Immigrées (CNIPI), la situazione è molto chiara in Turchia dove il governo di Erdogan sta riportando indietro il Paese sui diritti delle donne con proposte come quella di ridurre le settimane in cui è possibile interrompere la gravidanza oppure reintroducendo il velo nelle università, sostenendo la tesi della libertà femminile attraverso mediazioni maschili.
“Lo stereotipo della libertà a portare il velo, per esempio, è chiaramente uno stereotipo pericoloso, in quanto la differenza non è in chi lo porta o chi non lo porta, ma del perché chi ha il foulard è una brava ragazza mentre chi non ce l’ha è una poco di buono. La strategia è politica perché permette di portare le donne su un terreno di consenso, senza capire che su certi cose le donne non hanno deciso nulla per se stesse e sono totalmente all’interno di logiche maschili”. Liberarsi da questo significa non solo dividere nettamente quello che è la religione, che è un fatto personale, e la laicità dello Stato, ma anche intravedere la natura di uno stereotipo di cui le stesse donne possono essere tramite. E per questo dichiararsi femministe oggi ha un valore doppio.
Per le giovani francesi chiamarsi femministe non è un problema come non lo è per Yvette Roudy o Fatima Lalem. Julie Muret, portavoce di Osez le femminisme che esiste dal 2009 e raccoglie tantissime giovani francesi (20-30 anni è la media delle aderenti), racconta di come loro lavorano su tutti i temi del femminismo: dall’autoderterminazione, all’aborto, la violenza contro le donne, la parità di salario, l’accesso al lavoro, le mutilazioni genitale, attraverso campagne e controinformazione. “Noi abbiamo un giornale, un blog, e facciamo campagne, ma tutto è basato sull’abbattimento degli stereotipi”, dice Muret.
“I francesi sono ancora molto maschilisti e il lavoro è enorme. Qui ci sono 75mila donne stuprate all’anno e nel 2011 ci sono stati 157 femminicidi, e lo stereotipo è forte se si pensa che quando una donna si sposa perde il suo cognome se non avverte esplicitamente di volerlo tenere prima del rito civile”. Sui movimenti femministi francesi, Tiziana Jacoponi, italiana trapiantata a Parigi da 15 anni e presidente dell’associazione “Les 400 Louves”, dice che se qui a Parigi “One Billion Rising” non ha avuto un grande successo, “è perché le francesi pensano ai loro diritti come una cosa seria su cui c’è poco da ballare. Sulla violenza, per esempio – continua – il numero telefonico di Solidarieté femmes che gestisce le chiamate di richiesta d’aiuto sulla violenza domestica, è efficiente non solo perché indirizza la donna al centro più vicino richiedendo un intervento speciale del telefono azzurro se ci sono minori presenti, ma perché in caso di pericolo di vita della donna, sposta la vittima dalla città dove abita per tutelare la sua incolumità”.
Come ha detto Fatima Lalem due giorni fa: “Le violenze sulle donne sono progressive nel mondo intero, i femminicidio è ovunque, e per questo è necessario sostenere la lotta delle donne che sono in trincea per la democrazia, utilizzando tutti i mezzi possibili, aprendo nuovi orizzonti che si sviluppino intorno ai diritti delle donne e all’accesso al potere. Siamo di fronte a un momento cruciale per i movimenti femministi che hanno una sfida più grande nel mondo”.
Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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