
Il punto centrale però è stato chiaro fin da subito, e cioè che le donne che erano lì non solo combattevano per altre donne in un sostegno reciproco e costante, ma non avevano paura a chiamarsi femministe. E ho tirato un sospiro di sollievo pensando ai tanti “se” e ai tanti “ma” che ormai siamo costrette a mettere davanti a quella parola qui da noi, come quasi fosse quasi un’offesa. Su quel palco la vicesindaca Fatima Lalem, insieme a Yvette Roudy (prima e storica ministra del dicastero dei diritti delle donne nell’81) e la senatrice Michèle André, ha lanciato le 100 iniziative del marzo parigino dicendo chiaramente che si tratta di “un momento particolare per la lotta delle donne che oggi si trovano anche a vivere situazioni insopportabili”, e che per questo “l’8 marzo deve essere sempre, ogni giorno, perché ormai un capovolgimento è necessario”.
“La tabella di marcia per l’uguaglianza in una logica trasversale che apra l’accesso delle donne al potere è il risultato di un lavoro di anni e di una militanza”, dice Lalem riferendosi a sé ma anche alle politiche di governo e al ministero dei diritti delle donne guidato dalla giovane Najat Vallaud-Belkacem. “A Parigi – continua – ho creato una dinamica territoriale di informazione e intervento su sessualità, aborto, salute delle donne, lavoro, e abbiamo permesso l’aborto terapeutico, e interventi contro la violenza sulle donne con rifugi per le vittime su tutto il territorio. Percorsi di inserimento nel lavoro per le famiglie monoparentali che sono per lo più mamme separate con figli.
Un’azione politica che agisce sui diritti delle donne, ma anche sulla cultura nella decostruzione degli stereotipi che bloccano l’accesso delle donne al potere”
Yvette Roudy è la donna che ha convinto Mitterand a istituire il ministero dei diritti delle donne e ha imposto di lanciare l’8 marzo in Francia: “Lui non voleva – dice Roudy – perchè solo il partito comunista lo celebrava, e io l’ho voluto ricordando che non era proprietà del partito comunista perché il partito comunista in Francia era nato dopo, e così ho convinto Mitterand”. Per questa donna, che qui è un’istituzione, se l’8 marzo viene ancora ricordato, “è perché questa giornata significa qualcosa” e anche perché “la questione delle donne non è risolta”: un problema che riguarda “la democrazia che non sarà reale finché ci saranno diversitá di carriere, poche donne nel potere, e violenze maschili sulle donne. Come dicevano Marx e Gandhi, noi evochiamo sempre quello che non va”.


“I francesi sono ancora molto maschilisti e il lavoro è enorme. Qui ci sono 75mila donne stuprate all’anno e nel 2011 ci sono stati 157 femminicidi, e lo stereotipo è forte se si pensa che quando una donna si sposa perde il suo cognome se non avverte esplicitamente di volerlo tenere prima del rito civile”. Sui movimenti femministi francesi, Tiziana Jacoponi, italiana trapiantata a Parigi da 15 anni e presidente dell’associazione “Les 400 Louves”, dice che se qui a Parigi “One Billion Rising” non ha avuto un grande successo, “è perché le francesi pensano ai loro diritti come una cosa seria su cui c’è poco da ballare. Sulla violenza, per esempio – continua – il numero telefonico di Solidarieté femmes che gestisce le chiamate di richiesta d’aiuto sulla violenza domestica, è efficiente non solo perché indirizza la donna al centro più vicino richiedendo un intervento speciale del telefono azzurro se ci sono minori presenti, ma perché in caso di pericolo di vita della donna, sposta la vittima dalla città dove abita per tutelare la sua incolumità”.


