Caro Moccia, se un uomo uccide la partner la responsabilità non è pari

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Luisa Betti Dakli • 11 Ottobre 2018
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Magari se ne pentirà e chiederà scusa ma quello che oggi Federico Moccia, scrittore e regista degli amori adolescenziali, ha scritto in “Femminicidio, la cultura dell’amore e del rispetto contro la violenza” sulle pagine del Corriere della sera, che ha la responsabilità di averlo pubblicato in prima pagina, è gravissimo. Dopo un panegirico sul femminicidio e la constatazione di quanto sia brutta la violenza, Moccia cita, probabilmente senza averla mai neanche aperta, la Convenzione di Istanbul dicendo che “norme, leggi, misure di prevenzione devono sempre camminare di pari passo con la cultura dell’amore”, confondendo già due piani che si escludono: quello della violenza e quello dell’amore, e citando leggi che puniscono reati che nulla hanno a che fare con l’amore anche nel momento in cui la violenza si sviluppa all’interno di relazioni intime.

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Federico Moccia scrittore, sceneggiatore e regista

Affermazioni che in un primo momento potrebbero sembrare frutto di confusione, ma non è così perché le idee sul femminicidio Moccia ce l’ha chiare: “Se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie o la compagna di una vita, perché magari è deluso dal fatto che certe dinamiche di coppia siano cambiate, perché il suo progetto di vita si è interrotto e con esso la complicità che c’era, o perché magari non si è trovato prima il modo e il coraggio di dire che un sentimento era finito da anni” e

“il suo gesto tradisce il valore del tempo e l’obbligo etico che abbiamo tutti di viverlo al meglio e con sincerità, ma la loro colpevolezza è pari”, scrive Moccia

Bene, non so se lo scrittore, o chi ha deciso di pubblicare una cosa del genere, si è reso conto del valore di queste parole, ma qui il significato è chiaro: se un uomo uccide la sua compagna perché il rapporto è fallito, ha le sue ragioni, e la responsabilità di quella morte non è solo sua, non è di chi prende un coltello e lo ficca nell’addome della moglie, non è di chi la massacra di botte fino a farla schiattare, non è di lui che la soffoca, la strozza, la brucia, le spara, no, la responsabilità è anche di lei che non ha capito il fallimento, che ha contribuito alla delusione, che non ha saputo rilanciare il rapporto, e quindi, anche se lei muore, “la loro colpevolezza è pari”. Come se uccidere non fosse un reato, come se ammazzare una partner fosse in realtà giustificato dalla delusione amorosa, dalla non accettazione della separazione, come se uccidere fosse una normale reazione alla fine di un rapporto: un’eventualità che se fosse vera avrebbe avuto l’effetto di estinguere il genere umano.

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Un quadro, quello messo nero su bianco da Moccia, che è peggio del delitto d’onore (abolito in Italia negli anni Ottanta) in cui almeno era chiara la radice patriarcale, sostituita qui dal pietismo e dall’empatia verso chi uccide perché tradito nei sentimenti più puri. Un’aberrazione che, intendiamoci, non è solo sua né è nuova ma che appartiene alla peggiore narrazione del femminicidio presente anche nell’informazione quando sui giornali trovi scritto che lui l’ha uccisa “perché non accettava la separazione”, perché “era troppo geloso”, “perché non gli faceva vedere i figli”, perché “era stato rifiutato e allontanato”, e non semplicemente perché era un uomo violento, un maltrattante, un abusante.

Moccia probabilmente non lo sa ma dicendo che lei, la donna, quella che viene massacrata e uccisa, ha una responsabilità della sua stessa morte perché “la colpa è pari”, mette in atto una rivittimizzazione gravissima nei confronti di tutte le donne

Ma non finisce qui, perché lo scrittore di “Tre metri sopra il cielo” va oltre e scrive: “Non hanno saputo vedere le loro mancanze, domandarsi che cosa non è andato, perché quel rapporto è fallito. Ma se è fallito è fallito da tutte e due le parti”, usando il plurale perché la responsabilità è di tutti e due. E poi continua: “Servirebbe la capacità di accettare un errore, di chiedersi se si ha la voglia di continuare, di saper abbandonare la rabbia, di saper perdonare e soprattutto di dimenticare. Ma tutto questo non viene insegnato.

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La persona si sente fallita, si sente sola, tradita, allora se la prende con la persona amata e cerca di ferirla ancora di più: se la prende con i figli, con l’amore più grande, che poi dovrebbe essere anche il suo”. Ho capito bene? A causa del fallimento amoroso un uomo sarebbe giustificato a prendersela non solo con la moglie ma anche con i figli? Cioè avrebbe le sue ragioni a usare violenza e magari anche uccidere i suoi cari perché deluso da un rapporto?

Federico Moccia, si rende davvero conto di quello che ha scritto? Eppure la responsabilità non è solo sua, perché certe affermazioni le avrebbe potute fare nel salotto di casa sua

femminicidio_violenzaQuel danno chiamato vittimizzazione secondaria esplicitamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e qui messo in atto dalla pubblicazione di questo articolo in prima pagina su un giornale nazionale letto da milioni di persone. Chi ha deciso di pubblicare una cosa del genere ha, questa volta sì, una responsabilità pari se non superiore a quello dell’articolista. Perché pubblicare un articolo del genre scritto da una persona che non è assolutamente preparata sull’argomento? Pensiamo ancora che il femminicidio sia un tema di conversazione su cui chiunque possa sproloquiare? Siamo ancora al punto che essendo un fenomeno che riguarda le donne chiunque possa alzare la penna e scrivere o prendere in mano un microfono e sparare sentenze in tv?

Forse le esperte di gender violence, le avvocate dei centri antiviolenza, le operatrici e le psicologhe, chiedono di scrivere sui film di Moccia o sul cinema in generale? Prendendo in prestito Martin Luther King, l’autore dice infine che “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni”, ebbene a me invece viene da dire che quello che mi fa più paura è la cattiveria dei falsi buoni, la cattiveria gratuita senza uno scopo travestita da buona fede, il male assoluto. Quello che Hanna Arent chiama “la banalità del male”: faccio così perché lo fanno tutti, perché questo mi è stato chiesto, senza pensare e senza riflettere su quello che sto facendo. Ecco, pensando al male che queste parole fanno su milioni di donne, forse sarebbe stato più apprezzato il silenzio.

 

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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