Brasile, caccia a chi non vota Bolsonaro: a partire dalle donne

Qui va il tuo testo... Seleziona qualsiasi parte del tuo testo per accedere alla barra degli strumenti di formattazione.
Luisa Betti Dakli • 22 Ottobre 2018
Condividi articolo

È stato ucciso con 12 coltellate alla schiena per aver dichiarato il suo voto a sinistra in un bar di Salvador de Bahia. Romualdo Rosario Da Costa, conosciuto come Maestro Moa, era un famoso capoeirista di 63 anni ed è stato accoltellato domenica 7 ottobre, durante nel giorno delle elezioni in Brasile, da Sérgio Ferreira Santana, un elettore della destra di Jair Bolsonaro, che dopo la discussione è andato a casa, ha preso un coltello, ed è tornato al bar per colpire a morte l’uomo che l’aveva contestato. Un clima di violenza quello che ha scandito la campagna elettorale, con lo stesso Bolsonaro ferito all’addome, e che continua ora nell’attesa del ballottaggio del 28 ottobre in cui si scontreranno il candidato di destra, forte del 47,6% conquistato al primo turno, e la sinistra di Fernando Haddad che ha convinto solo il 27,7% dei cittadini.

Eppure, malgrado il successo del Partito social-liberale (Psl) che è passato da un deputato eletto nel 2014 ai 51 di domenica, l’ex militare Bolsonaro non piace a tutti. Oltre al 20,3% di astenuti, tra chi non ha votato il Trump dei Tropici ci sono molte di quelle donne che prima delle elezioni sono scese in piazza con lo slogan «#EleNão» (Non lui) in imponenti manifestazioni a Rio de Janeiro, San Paolo, Brasilia e in altre 60 città: una contestazione descritta dai giornali come «la più grande mobilitazione di donne nella storia del Brasile».

Romualdo Rosario Da Costa

Un movimento di protesta che, iniziato su Facebook, ha raccolto finora 4 milioni di adesioni puntando il dito contro il machismo di Bolsonaro, che oltre a essere un nostalgico della dittatura e un fervente religioso a favore della famiglia tradizionale, si è rivelato un sessista strenuo oppositore dei diritti civili. Famose alcune sue dichiarazioni come quella sugli attivisti per i diritti umani chiamati «vagabondi», o la frase che rivolse alla deputata Maria do Rosario dicendole «non ti stupro perché sei troppo brutta per meritartelo».

Il gruppo «Donne contro Bolsonaro», creato da una pubblicitaria di 36 anni di Bahia, Ludimilla Teixeira

ha avuto il sostegno di star della musica brasiliana come Daniela Mercury e Anitta, e attrici come Madiline Brewer della serie The Handmaid’s Tale, ed Ellen Page che ha definito il leader d’estrema destra: «un pericoloso omofobo, misogino e razzista». Un candidato alla presidenza che ha dichiarato in un’intervista che non assumerebbe mai «una donna con lo stesso stipendio di un uomo, perché le donne vanno in gravidanza», e che a proposito dei suoi 5 figli disse: «Dopo i primi quattro maschi mi sono indebolito, ed è arrivata una ragazza».

Eloà Dos Santos

Per Eloà Dos Santos, del Movimento delle donne nere di Rio, quello di Bolsonaro «è un attacco feroce» e la sua vittoria al primo turno è stato uno shock. «Fino a 5 anni fa qui il Partito social-liberale non era niente e ora vincono le elezioni, e ci chiediamo dove abbiano preso i soldi per fare tutta la propaganda che hanno fatto». In Brasile il movimento delle donne è trasversale e anche quelle che non sono di sinistra si sono opposte perché Bolsonaro fa paura. «Stamattina hanno picchiato una deputata di sinistra e minacciato di stupro una giornalista sfregiandola in viso – dice Dos Santos – e prima delle elezioni il deputato Rodrigo Amorim ha spaccato la targa di Marielle Franco (la consigliera comunale del Psol assassinata il 14 marzo, ndr): un atto che è stato applaudito mentre lui è stato il candidato più votato. Si tratta di gruppi di giovani fascisti che hanno trovato la loro identità nell’estrema destra appoggiata anche dagli evangelisti e pentecostali brasiliani che qui sono una forza».

Women Protest Against Jair Bolsonaro
Donne contro Bolsonaro con l’hashtag #EleNao (Non Lui) a Sao Paulo, Brasile (AFP)

Una politica che vuole controllare la famiglia, dove le donne vanno relegate sotto il controllo del capofamiglia maschio, al punto tale che anche dentro questi gruppi religiosi favorevoli alla destra, si sono formati schieramenti come le «Mujeres evangelicas contra Bolsonaro». «La loro propaganda si poggia su ragionamenti semplici, moralistici ma diretti – continua Dos Santos – quindi per esempio contro i gay, appoggiati dalla sinistra, dicono: vuoi una sinistra che trasformi i tuoi bambini in omosessuali? Oppure: vuoi una sinistra che faccia abortire tua figlia?».

Il rischio oggi è di perdere tutti i diritti conquistati finora

dal Ministero delle donne, spazzato via dopo il colpo di stato di due anni fa, alle case popolari intestate alle donne come capo famiglia, che dal candidato alla vicepresidenza, il generale Antonio Hamilton Mourao, sono considerate «una fabbrica di malavitosi», fino alle misure di contrasto alla violenza di genere contro la quale Bolsonaro prevede come soluzione quella di armare le donne che si dovranno difendere da sole grazie alla liberalizzazione delle armi.

Quello che viene contestato è «il maschilismo, la misoginia e i pregiudizi» del candidato alla guida del Brasile che, in un incontro televisivo, è arrivato a dire che se suo figlio fosse stato gay, avrebbe preferito vederlo morto in un incidente, paragonando l’omosessualità alla pedofilia. Donne che rappresentano il 52% dell’elettorato brasiliano e che al ballottaggio del 28 ottobre potrebbero ribaltare il risultato ottenuto al primo turno.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

“Il prezzo del sangue” in Iran: Goli Kouhkan, vittima di matrimonio forzato a 12 anni, sarà giustiziata

Autore • 10 Novembre 2025

Avanti Marx! Il nuovo sindaco di NY Mamdani, inizia la transizione nominando un team di 5 donne

Autore • 7 Novembre 2025
Vai alla rubrica