Bambini strappati con la forza da agenti in borghese e madri trattate come criminali: il racconto di una donna che ha perso tutto

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Luisa Betti Dakli • 28 Luglio 2023
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Questa è una tristissima storia fatta di crudeltà, dolore e violenza. Siamo nel novembre del 2013, una donna, madre di un figlio di un anno e mezzo, decide di denunciare l’ex compagno per maltrattamenti, violenza fisica e psicologica fatta di denigrazioni, botte, spinte, e tanto dolore. Lo fa con la presidente del Centro antiviolenza dove era andata per cercare aiuto, che l’accompagna in questura perché lei ha paura e non ha tutti i torti. Decide di andarsene da quella casa perché sa di essere in pericolo di vita e perché rimanere in quella situazione potrebbe significare per lei morire insieme al figlio.

“Ci rifuggiamo prima a casa dei miei genitori e poi andiamo in un altro appartamento, dove vivo ancora oggi”, racconta

“Qui riusciamo a trovare un po’ di serenità, troviamo un senso nuovo per la nostra vita ormai lontana dalla violenza, e mio figlio cresce forte, sereno, spensierato, curioso, libero. È ben integrato a scuola, un alunno con il massimo dei voti, e fa il chierichetto in chiesa. Mi prendo cura di lui e lavoro come educatrice scolastica e domiciliare”.

La fuga dura poco

Un idillio che non dura molto perché il padre del bambino, dopo due anni di totale sparizione, torna e lo fa in maniera devastante. È con una telefonata dei servizi sociali che inizia il lungo e tortuoso calvario che porta al tragico epilogo di oggi. Il bambino, vittima di violenza subita e assistita, viene costretto a incontrare quel padre all’interno di spazi neutri in cui piange e si dispera. Una tortura che a un certo punto lo porta al collasso: il bambino non respira, ansima davanti agli sguardi glaciali degli operatori sociali che non muovono un dito per soccorrerlo e che ribadiscono: “Signora, suo figlio deve vedere il padre, a tutti i costi”.

La vendetta

Ma non basta, perché il padre non si accontenta, si deve vendicare e chiede al Tribunale dei minori l’affido esclusivo denunciando “atteggiamenti alienanti ed escamotages attuati dalla signora”: fatti senza reale riscontro, per cui il bambino viene affidato ai Servizi Sociali con collocamento dalla madre.

Ma è il Tribunale ordinario a stabilire l’affido condiviso con diritti di visita

Padre che poi propone anche un reclamo in Corte d’appello che amplia i suoi diritti di visita. Segue nuovo ricorso de potestate sempre al Tribunale dei Minorenni, rigettata l’istanza nel luglio del 2016, e il Giudice del tribunale Ordinario stabilisce il divieto dell’uso della forza per avvicinare il bambino al padre: “Nega che io sia una madre ostativa e stabilisce che incontri tra padre e figlio siano in uno spazio neutro, lasciando al bambino tutto il tempo necessario”, dice la signora. “Ma a questo punto il padre mi denuncia per omissione del diritto di visita, nonostante io portassi mio figlio nello spazio neutro come stabilito”.

Nel frattempo, lui viene assolto per la violenza ai danni del figlio al quale aveva rotto il naso, nonostante il referto del pronto soccorso dell’ospedale

Alienazione parentale e Ctu

“Nel giro di tre anni vengono fatte due Consulenze tecniche d’ufficio in cui vengo refertata come una mamma pregiudizievole per mio figlio – racconta lei –  in base alla teoria mai dimostrata dell’alienazione parentale. Il presidente del tribunale dei minorenni dispone con provvedimento il collocamento di mio figlio in una comunità con il padre per dar avvio a un progetto avente come unico scopo la riconnessione emotiva con l figura paterna e cancellando completamente la figura della madre”.

“Così mio figlio andrà incontro a un destino senza scampo voluto dal padre e dal tribunale dei Minorenni – continua la signora – e verrà strappato con ferocia inaudita dalle braccia della nonna in ospedale mentre urla straziato, dopo essere stato ricoverato per fortissimi mal di testa e perché urinava continuamente da giorni per la paura di essere prelevato da casa per andare a stare con un padre che non voleva vedere in quanto terrorizzato dalla violenza subita e assistita”.

La deportazione in casa famiglia contro la sua volontà

Un bambino preso in ospedale con la forza in pigiama e senza scarpe da un agente in borghese, come dimostra il video divulgato per disperazione sui social, senza che nessuno abbia obiettato nulla malgrado le modalità e malgrado sia entrato in comunità svenuto. Un bambino che ha fatto lo sciopero della fame piangendo senza poter essere consolato in alcun modo, baciando la foto della mamma fino a consumarla.

“Dov’è l’umanità in tutto questo? E dove sarebbe l’interesse di un minore? dove sta la tutela dei diritti?”

“Mio figlio è diventato un fantasma – racconta la mamma – sta trascorrendo anni da incubo, prima in comunità e ora dal padre lontano da tutto il suo mondo, dalla sua famiglia, vedendo me una volta a settimana, e i nonni che ogni mattina si sono recati vicino a scuola pur di vederlo pochi secondi in attesa di un calendario di visita”.

Diritti del bambino negati

Ascoltato mentre era in comunità alla presenza del Giudice, il bambino ha ribadito la sua ferma volontà di stare con la mamma e di tornare a casa sua dove ha sempre vissuto: diritto che gli è stato negato dal giudice stesso e senza un valido e accertato motivo concreto. Tanto che poco prima dello scadere dei due anni, il Tribunale dei minorenni ha anche emesso un provvedimento di collocamento del bambino presso il padre e la decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre che vede il figlio in spazio neutro.

A nulla è valso il ricorso in appello che ha confermato il crudele provvedimento né il ricorso in Cassazione che è stata una mannaia su questa madre e su suo figlio

Una sentenza, quella in Cassazione, che non ha assolutamente tenuto conto che nel frattempo la stessa Corte Cassazione aveva emesso due sentenze importanti che rigettavano categoricamente l’alienazione parentale, considerata alla stregua di una teoria nazista, dimostrando una insolita “schizofrenia” all’interno della stessa istituzione, con un bambino completamente privato della madre in barba a ogni concetto di bigenitorialità sbandierato nei tribunali per sottrarre questi minori alla loro casa e ai loro affetti.

“Di fatto mio figlio non ha più una madre – conclude la mamma – non ha più amici, non frequenta più la sua scuola, non si allena con il suo mister, non fa più il chierichetto nella sua Chiesa, non ha una vita libera: la sua vita“. Un incubo ad occhi aperti dal quale non c’è scampo.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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