Human Rights Wach sulla Siria: le torture che Assad non racconta

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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I titoli a volte dicono tutto, e “Torture Archipelago: arbitrary arrests, torture and enforced disappearances in Syria’s underground prisons since March 2011” , è il nome che Human Rights Wach (HRW) ha dato al rapporto di 81 pagine che giorni fa ha presentato al mondo, svelando le torture che il regime siriano di Bashar al-Assad pratica sui suoi cittadini. Una mappa del terrore composta da 27 centri di detenzione sparsi nel Paese e gestiti dalle agenzie di intelligence siriane, in una guerra civile che ha ucciso, dal marzo 2011, più di 16.500 persone.

Il rapporto, messo insieme grazie all’inchiesta di HRW, denuncia che decine di migliaia di persone in Siria vengono ormai quotidianamente «picchiate, abusate sessualmente e torturate» con bastoni, cavi e manganelli, seviziati con impiego di scosse elettriche e chiodi elettrificati piantati nel corpo, bruciati con acido o acqua bollente,

aggrediti e violentati, costretti a posizioni dolorose e sottoposti ad asportazione di unghie ed esecuzioni simulate

Un reportage agghiacciante in cui vengono elencati oltre 20 metodi di tortura su detenuti che rimangono in attesa del loro turno in celle che potrebbero al massimo contenere 4 o 5 persone, e in cui invece vengono accatastati circa 70 persone a volta. I siriani vittime di queste torture sono di età compresa tra i 18 e i 35 anni, ma le testimonianze parlano anche di molti bambini, di donne e di persone anziane, perché chiunque sia sospettato di opporsi al regime di Bashar al-Assad rischia di finire in questo incubo. Le 200 interviste di cui si compone il documento, sono state realizzate grazie alle testimonianze di ex detenuti, anche alcuni minorenni, in un lavoro iniziato subito dopo la repressione.

In queste interviste un detenuto ha detto di essere stato torturato con una pinzatrice

Arrestato nel governatorato di Idlib a giugno, l’uomo ha raccontato: «Mi hanno costretto a spogliarmi. Poi hanno cominciato a stringere le mie dita con una pinzatrice. Mi hanno messo punti sulle dita, il petto e le orecchie. I punti nelle orecchie erano i più dolorosi. Poi hanno usato due cavi agganciati a una batteria da auto per darmi scosse elettriche. Hanno usato pistole elettriche stordenti sui miei genitali per due volte. Pensavo che non avrei mai più rivisto la mia famiglia». Ole Solvang, responsabile della ricerca, dice che «quello che risulta chiaro da questo rapporto è che la tortura è largamente e sistematicamente usata. Le informazioni che abbiamo raccolto e documentato descrivono

uno stato di polizia in cui la tortura è ampiamente tollerata»

I prigionieri sono tenuti «in posizioni di stress dolorose per lunghi periodi, e spesso con l’utilizzo di apparecchiature appositamente progettate per questo scopo», dice ancora Solvang. «Le agenzie siriane di intelligence gestiscono un arcipelago di centri di tortura sparsi in tutto il Paese», prosegue Solvang «ma le agenzie che avrebbero commesso le peggiori torture sarebbero raggruppate sotto il nome di Mukhabarat ».

A capo di questa vasta rete di centri di detenzione ci sarebbero infatti 4 nuclei: il Dipartimento di intelligence militare, il Direttorato di sicurezza politica, l’Intelligence generale e l’Intelligence dell’aviazione militare. Ognuna di queste agenzie è poi in diretto contatto con le filiali centrali a Damasco e con quelle regionali in tutto il Paese, e in quasi tutti i settori ci sono strutture di detenzione di varie dimensioni, anche se, oltre alle basi militari, verrebbero usati anche stadi, scuole e ospedali.

In conclusione, «la tortura continua ancora oggi in Siria, ed è il prodotto di una politica nazionale», ha detto Nadim Houry, a capo di Human Rights Watch con sede a Beirut, un uso sistematico delle violenze che indica «una politica di Stato della tortura e del maltrattamento, che quindi costituisce un crimine contro l’umanità». Per questo Human Rights Watch ha lanciato, insieme al reportage, un appello al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché denunci la situazione siriana alla Corte penale internazionale con sanzioni contro i funzionari sospettati, i capi delle agenzie di intelligence, i membri di governo e il capo dello Stato.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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