Lo stupro di Montalto si chiude ma con una sentenza vergognosa

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Luisa Betti Dakli • 26 Marzo 2013
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La Presidente della camera, Laura Boldrini, durante la trasmissione “Che tempo fa”, ha detto che una delle priorità di questo Paese è quella di mettere le donne al centro della società, mentre nel suo discorso di inaugurazione alla carica, ha precisato la necessità di combattere la violenza contro le donne. La senatrice del Pd, Anna Finocchiaro, ieri ha ripresentato il disegno di legge per la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, e lo stesso Pierluigi Bersani, ora incaricato di formare il nuovo governo, si è dichiarato più volte a favore di una legge per contrastare il femminicidio, che nella fattispecie comprende tutte le violenza a cui una donna può essere sottoposta fino al suo totale annientamento: la morte.

La ministra del lavoro Elsa Fornero, con delega alle pari opportunità, ha detto davanti al pubblico della 57a Commission on the Status of Women delle Nazioni Unite a New York, che l’Italia riguardo la violenza sulle donne, ha fatto tantissimo, potenziando le strutture presenti sul territorio nazionale e applicando politiche che facilitino l’uscita delle donne dalla violenza. E allora perché l’Italia è ancora ferma a “Processo per stupro”? Alla luce di quello che è successo ieri all’udienza del Tribunale dei Minori di Roma sullo stupro di Montalto del 2007, viene da dire che l’Italia in realtà è un Paese fermo al medioevo, e che in fatto di discriminazione delle donne e di stereotipi, può essere paragonata a Stati in cui le donne non hanno nessuna voce in capitolo, e non è che non sono messe al centro: non contano proprio.

https://www.youtube.com/watch?v=-pVr956wU5k

Per chi non se lo ricordasse, lo stupro di Montalto di Castro, coinvolse una ragazzina di 15 anni violentata a turno da 8 ragazzi, tutti minorenni, in una pineta vicino alla festa dove la giovane si era recata. Riconosciuti da una amica della ragazza che li vide uscire dalla pineta (che poi ha ritrattato), i giovani furono arrestati dopo due mesi, e nel 2009 il tribunale dei minori concesse la messa in prova per due anni, agli 8 che avevano dichiarato di essere pentiti, con conseguente sospensione del processo. Nel nel 2010 però la Corte di Cassazione aveva bloccato la messa in prova, facendo riprendere il processo che andò avanti a singhiozzo e che proprio ieri, dopo 6 anni, doveva avere la sua sentenza definitiva. Ma siccome

lo stupro è una ragazzata e ciò che sta a cuore non è la vita distrutta della ragazza

non è il riconoscimento della violenza, quel tribunale ha deciso di dare nuovamente la messa alla prova agli stupratori, riconoscendone la colpevolezza ma rifiutando di accogliere la richiesta del Pm a 4 anni di reclusione ciascuno: una decisione che porterebbe all’estinzione del reato qualora sugli imputati, oggi tutti maggiorenni, dovesse dare esito positivo il programma di recupero redatto dai servizi sociali.

La messa alla prova verrà discussa il prossimo 11 luglio (quindi non è finita qui) e anche se la ragazza potrà proseguire in civile per il risarcimento danni, è indubbio che il nodo in gola rimane, non perché quei ragazzi debbano marcire in cella, ma perché ancora una volta, in Italia, la violenza sulle donne – che in questo caso è stata di gruppo e su una minorenne – non è riconosciuta. Pensando alla difesa dei ragazzi – malgrado le scuse degli imputati alla famiglia della ragazza e il riconoscimento di colpevolezza del reato commesso da parte dei giudici – è insostenibile per tutte le donne il fatto che questi avvocati abbiano strenuamente sostenuto che si trattasse di “otto rapporti consecutivi e consensuali”. Ma perché tutto questo è potuto succedere in un paese civile?

Perché oggi, la giovane ragazza dalla vita distrutta, deve pentirsi di aver denunciato i ragazzi che la stuprarono in pineta? Il fatto gravissimo, per chi se lo ricorda, fu che i ragazzi furono difesi da tutto il Paese perché “bravi ragazzi”, un’idea approdata in Tribunale grazie a un’opinione pubblica schierata e sostenuta dallo stesso sindaco che all’epoca aprì le casse per pagare le spese degli avvocati degli imputati: un sindaco del Partito Democratico che, almeno per coerenza con quello che dice, Bersani dovrebbe aver cacciato da un pezzo dal suo partito e che invece sta ancora là.

Montalto di Castro

La ragazza ha avuto la sua vita annientata: è caduta in depressione, non va più a scuola, non si cura di se stessa come faceva un tempo, e soprattutto esce poco di casa perché non è piacevole essere guardata come una “poco di buono” dopo aver subito una violenza sessuale a 15 anni. Uno stupro che  si è ripetuto con la stessa violenza in questi anni nelle strade e nelle battute della gente vicino a lei, in un giudizio che non riesce a concludere questa agonia, con un appoggio e un sostegno culturale di teste che continuano a pensare, come in “Processo per stupro” – quando il reato era ancora contro la morale – che in fondo la colpa è sua, è lei che se li è cercati, è lei che li ha provocati, in uno schema secolare di puttana o madonna. E come in quel processo del 1979, ancora oggi, malgrado le leggi siano cambiate da allora, quella ragazza è stata trasformata da vittima a imputata, e si è parlato di lei che fosse “una che aveva amanti a pagamento”, tanto che nelle ultime settimane è arrivato, dopo 6 anni, anche

un testimone che ha giurato di avere sentito la ragazza rivolgere offerte sessuali ai giovani, a sostegno dell’ipotesi che la minore fosse consenziente ad avere 8 rapporti consecutivi con 8 ragazzi diversi in una notte

in accordo con la maggioranza degli abitanti di Montalto di Castro. Le difese hanno controbattuto sul fatto che non ci fossero referti del pronto soccorso ma soprattutto che le perizie psichiatriche hanno attestato assenza di disturbi della personalità che renda inclini i ragazzi a commettere reati sessuali: come se l’essere violenti e commettere uno stupro, dipenda da una malattia mentale. Per dirla l’incipit di uno dei pezzi usciti in questi giorni: “Ragazzi di buona famiglia. Sani. Senza alcun disturbo di personalità. In una sola parola: normali”.

Tina Lagostena Bassi

Per chiarire bene questa “logica”, è ancora attuale l’intervento di Tina Lagostena Bassi che nel 2007 in una intervista notò come nel processo del ‘79 “gli avvocati che difendevano gli accusati di stupro potevano essere altrettanto violenti nei confronti delle donne, inquisendo sui dettagli della violenza e sulla vita privata della parte lesa, puntando a screditarne la credibilità per trasformarla in imputato”, e che “l’atteggiamento mentale che emergeva in aula era che una donna di buoni costumi non poteva essere violentata”. Un pregiudizio, una cultura che sostiene e giustifica lo stupro, che nel ’79 portò l’avvocata Lagostena Bassi a ricordare che lei non era il difensore della parte lesa, ma l’accusatore degli imputati, e che oggi ci porta a indignarci per questa decisione dei giudici – dopo 6 anni dallo stupro – e per tutte le donne inascoltate fuori e dentro i tribunali, mai soccorse e mai aiutate, trasformate in responsabili della violenza che hanno subito nel momento in cui mettono piede in un aula.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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