Un anno di pandemia: il Covid travolge i diritti delle donne

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Luisa Betti Dakli • 4 Marzo 2021
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È vero, il Covid ha stravolto le nostre vite ma non in maniera equa. Senza dubbio la pandemia ha aumentato disparità già esistenti, allargando la forbice tra ricchi e poveri, ma sta mettendo a rischio anche diritti conquistati nel tempo che potrebbero sparire sotto i nostri occhi come per magia. Prima di tutto diciamo che dall’inizio della pandemia

i 10 uomini più ricchi del Pianeta hanno già  incrementato i loro patrimoni di 540 miliardi di dollari

senza alzare un dito (“Il virus della disuguaglianza”, Rapporto Oxfam), e che le 1.000 persone più ricche del mondo hanno già recuperato le loro perdite. E questo a fronte di un patatràc che potrebbe ridurre in povertà oltre mezzo miliardo di persone entro il 2030.

A oggi nel mondo si contano 115 milioni di contagiati e 2 milioni 96 mila morti: una crisi che può essere considerata la più grave degli ultimi 90 anni in termini di disoccupazione e impoverimento, anticamera all’erosione di diritti fondamentali dove i primi soggetti a essere colpiti sono proprio le donne, cioè la metà della popolazione, anzi qualcosina di più. Andiamo a vedere come. A livello globale le lavoratrici precarie sono il 58% e solo nel primo mese di emergenza virale avevano perso già il 60% del loro reddito. 11 milioni di ragazze rischiano la descolarizzazione e senza una sicurezza economica anche minima, possono essere più facilmente vittime di matrimoni imposti e di violenza domestica. Non solo, perché

in questa pandemia 243 milioni di donne e ragazze hanno subito una forma di violenza domestica

e le richieste di aiuto durante il lockdown sono aumentate ovunque: 30% in Francia, 25% in Argentina, 30% a Singapore, 18% in Inghilterra, 50% in Cina e Somalia, 79% in Colombia e il 400% in Tunisia, per dare solo qualche numero. In Italia i contagi sono arrivati a 2 milioni e 96 mila, mentre i decessi sono 98.288. Ma questi non sono i soli numeri da tener presente, perché nel giro di un anno, secondo l’Istat, sono stati fatti fuori 444 mila posti di cui 312 mila occupati da donne. Dati che diventano allarmanti se pensiamo che solo nel nostro paese 1 milione e 300 mila donne rischiano di rimanere disoccupate in breve tempo, e che solo nel mese di dicembre il 98% dei 101 mila posti spariti nel nulla, era occupazione femminile. Numeri che potrebbero far implodere il già pessimo 48,5% (la media europea è il 62%), che rappresenta il tasso di lavoro delle italiane (tra i più bassi d’Europa), rendendo le donne ancora più dipendenti dai propri partner: una dipendenza, quella economica, che rende ancora più difficile denunciare un maltrattamento in famiglia per paura di ritrovarsi in mezzo a una strada e magari anche privata dei figli.

Un impiego che di solito è part-time, precario, sottopagato e al nero, e che con lockdown è diventato smartwork a cui si aggiunge l’immancabile peso del lavoro di cura, che si aggira già sul 67% per le donne costrette a casa dove potrebbero anche ritrovarsi a essere picchiate e uccise, visto l’aumento esponenziale della violenza domestica legata all’impossibilità di uscire per cercare aiuto. Lo sorso anno il Viminale ha infatti reso noto che a fronte di un calo degli omicidi, c’è stato

un aumento di femminicidi principalmente avvenuti in relazioni intime (90% nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex (61%), con una donna uccisa ogni tre giorni

Mario Draghi

Ma non è finita. A fronte della caduta del governo Conte e dell’insediamento del nuovo governo Draghi, anche la rappresentanza femminile nelle istituzioni ha avuto il suo schiaffone con 8 ministre su 23 dicasteri di cui solo due con portafoglio. E questo malgrado siano proprio le donne a essere in prima linea nella lotta contro il Covid, nelle strutture ospedaliere (dove il 66,8% del personale è composto da donne anche se l’80% dei primari sono uomini), nel difficilissimo ambito scolastico, a casa con lavoro di cura per bambini e anziani, senza dimenticare le scienziate che hanno dato un enorme apporto alla ricerca sul virus. Uno scivolone che diventa affronto quando il neo presidente del Consiglio marchia come “farisaiche” – quindi false, ipocrite, formalistiche – una legittima esigenza di parità anche nell’ambito di rappresentanza istituzionale, sventolando la promessa di pari opportunità nel lavoro e nella società (ancora lontana da venire se queste sono le premesse), erigendosi a vate come uno dei tanti uomini che nella storia si sono presi la briga di dirci cosa è meglio per noi. Per usare le parole della sociologa Chiara Saraceno:

“La parità di genere non è una questione di difficoltà a conciliare famiglia e lavoro ma riguarda la sistematica marginalità delle donne nei luoghi e processi in cui si prendono decisioni che incidono sulla vita di tutti”

Chiara Saraceno

tanto che il parlare di “farisaico rispetto delle quote” come fa Draghi, non solo sottovaluta che esistono discriminazioni di genere, a parità di competenze, in ogni luogo, ma crea un grave sospetto su un fatto semplicissimo: se sono soltanto dei ruoli a cui non dare tutta questa importanza, se sono dei semplici formalismi, perché non li mollate? Eppure le Nazioni Unite ci dicono che tra i Paesi guidati dalle donne ci sono quelli che hanno risposto meglio al Covid: Finlandia, Danimarca, Germania, Etiopia, Islanda, Nuova Zelanda e Slovacchia sono stati riconosciuti per la rapidità della risposta con leader che hanno utilizzato metodi più inclusivi, preferendo una collaborazione al posto della competizione.

Ma il Covid ha messo lo zampino anche qui e a causa della sospensione delle elezioni in molti paesi, anche la rappresentanza femminile sembra in calo

Un momento però, perché se noi siamo indietro non vuol dire che il resto vada a gonfie vele. Nel mondo l’85% delle task forces nazionali contro il Covid sono composte principalmente da uomini, e se le donne a capo di governo sono 21, l’81% dei paesi ha leader maschi. Nonostante le lavoratrici sanitarie siano il 70%, i ministri della salute e i capi di organizzazioni mondiali sanitarie sono uomini al 72%, e in Gran Bretagna, durante la pandemia, il 42,5% delle conferenze stampa giornaliere sono state esclusivamente al maschile, senza politiche né esperte di sesso femminile. A causa dello spostamento delle priorità dei governi sull’emergenza sanitaria,

le politiche di genere sono sparite dall’agenda politica di molti paesi e molti hanno approfittato di questa situazione per ridurre risorse, spazi e libertà delle donne

come in Ungheria dove il 30 marzo il presidente Orban ha preso pieni poteri e il 7 maggio ha respinto la ratifica della Convenzione di Istanbul per il contrasto alla violenza di genere; o in Polonia dove dopo anni di tentativi di ridurre al luminicino la legge sull’aborto, sono riusciti a togliere la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di malformazioni, con un evidente colpo di mano.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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