A Scarperia lunedì lutto cittadino

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Luisa Betti Dakli • 22 Settembre 2018
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Due giorni fa ha tentato il suicidio cercando di buttarsi delle passerelle del palazzo di giustizia di Firenze e ieri gli è stata sospesa la podestà genitoriale fino all’udienza del 24 settembre che valuterà la revoca definitiva della responsabilità genitoriale. Intanto il comune di Scarperia ha indetto, per lunedì 24, una giornata di lutto cittadino dando l’annuncio che si costituirà parte civile al processo. E’ la storia di Niccolò Patriarchi che a Scarperia ha ucciso una settimana fa, il figlio di un anno cercando di ammazzare anche la figlia di 7, salvata dal corpo della madre ricoverata per i fendenti ricevuti.

Dall’autopsia sul corpo del piccolo si rileva che sono state 6 le coltellate che Niccolò avrebbe inferto al figlioletto dopo averlo strappato dalle braccia della madre e gettato a terra recidendogli poi l’aorta

immagini.quotidiano-3Fuggita sul terrazzo dopo l’ennesima aggressione, Annalisa Landi era vittima della violenza del convivente che da anni la massacrava di botte, perfino quando era incinta. I vicini dichiarano che le urla dalla loro casa erano frequenti e che spesso venivano i carabinieri chiamati in soccorso. Eppure, malgrado le segnalazioni fatte dalle stesse forze dell’ordine alla Procura ordinaria e alla Procura dei minori, nessuno ha fermato quest’uomo e nessuna istituzione è intervenuta neanche per rendere effettivo il decreto di allontanamento dell’uomo richiesto al Tribunale dei minori. Un buco che sembra una voragine sporca del sangue del piccolo Michele, della cui morte è responsabile lo Stato italiano che ancora una volta non ha voluto proteggere una donna e i suoi bambini da una violenza che si consumava in famiglia da anni e che era sotto gli occhi di tutti, segnalata in Procura con diverse denunce.

Uno Stato che malgrado le leggi esistenti, continua a ignorare la presenza di un fenomeno sistematico ed endemico come la violenza domestica che in Italia rappresenta l’80% della violenza maschile sulle donne. Uomini bianchi, mariti, fidanzati, compagni di vita, padri dei propri figli che vivono nel posto che dovrebbe essere il luogo più sicuro del mondo: casa tua. Uomini che le donne possono non riconoscere come offender perché non si capacitano, o tentano di controllare per paura che succeda il peggio, ma che le istituzioni preposte alla loro tutela e alla loro difesa, devono saper riconoscere agendo di conseguenza in maniera preventiva ed efficace.

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Niccolò Patriarchi

La storia di Scarperia è un copione che si ripete e fa pensare non alla follia, come hanno scritto molti giornali, ma al perfetto profilo di un offender perché, come raccontano vicini e parenti, Niccolò si arrabbiava per cose banali e mentre fuori era tranquillo, in casa diventava una bestia: proprio come gli insospettabili mariti che poi si rivelano perfetti aguzzini. Di certo, se fosse stato folle veramente, se la sarebbe presa con tutti e invece no, solo con Annalisa e i suoi figli. Eppure, sebbene l’uomo fosse sotto psicofarmaci per attenuare questa violenza, nessuno ha pensato che fosse pericoloso e fosse un dovere allontanarlo da quella casa dove ha ucciso il figlio e dove stava per ammazzare tutti.

Ma perché uccidere la propria famiglia? Nella dinamica della violenza all’interno di rapporti intrafamiliari il presupposto è che la donna che sta con me è mia e i figli sono una sua appendice, quindi posso fare quello che voglio di lei e decidere del suo destino, così come dei figli, che diventano arma di ricatto, mezzo di controllo, uno strumento per continuare a vessare, massacrare, distruggere la donna che ha osato sfidare il mio potere di maschio.

111432337-8199155e-591f-4971-8fed-6db2e6170297In Italia meno del 10% dei femminicidi viene commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% per problemi economici o lavorativi, e questo perché dietro a queste morti c’è un movente di genere: morti per femminicidio, anche se la vittima è un figlio o una figlia, che è la giusta punizione e la vendetta verso la donna che ha osato trasgredire gli ordini del maschio di casa. Come hanno fatto Franceschelli che ha ucciso il figlioletto Claudio buttandolo nel Tevere; Russo che ha ucciso la figlia di 12 anni e ferito la maggiore di 14 anni; Maravalle che ha soffocato il figlio di 5 anni; Capasso che ha ucciso le sue figlie di 8 e 14 anni, dopo aver sparato all’ex moglie; e come Mele che ha ucciso il figlio di due anni.

I genitori di Annalisa Landi hanno confermato che i litigi e le botte andavano avanti da tempo ed erano sempre per motivi futili, magari perché la cena non era pronta, che è lo schema tipico degli uomini offenders

Violenza a cui i due figli, il piccolo di un anno e la più grande di 7, assistevano: una situazione che sui bambini fa danni irreparabili, producendo comportamenti di continua difesa e paura, anche ossessiva, simili a quelli riportati dai reduci di guerra. Ma uccidere i figli per punire la donna che ti ha sfidato, non è l’unica vendetta di questi uomini perché la minaccia, quando una donna non ce la fa più e cerca di fuggire pensando di separarsi, è questa: non ti faccio più vedere i bambini, esattamente quello che anche Niccolò minacciava nei confronti di Annalisa durante gli episodi di violenza.

E, si noti bene, sono uomini violenti quelli che minacciano di sottrarre i figli alle mamme, e non padri amorevoli che cercano a tutti i costi un accordo pacifico né tanto meno fantomatiche madri alienanti. Ma perché proprio lui, che era violento, minacciava la donna di toglierle i bambini?

immagini.quotidianoPerché in Italia esiste un girone dell’inferno che si chiama Alienazione parentale e che nei tribunali italiani, ordinari e dei minori, viene tirata fuori quando una coppia si separa in presenza di violenza domestica non riconosciuta e scambiata per conflittualità reciproca (che come possiamo vedere dalla cronaca è sicuramente nella maggioranza dei casi dove la violenza esiste). Questo spettro, per cui se un figlio non vuole veder un genitore probabilmente violento, viene accusata la madre di essere alienante, viene fatto entrare nei tribunali italiani come se fosse una teoria plausibile, mentre è vietata esplicitamente in diversi paesi per i danni che produce.

Una teoria che spalanca le porte alla violenza domestica e che frutta fiumi di quattrini ad avvocati, psicologi e psichiatri chiamati in causa da uomini che non vogliono perdere il ruolo del padre padrone in famiglia e che sono stati sfidati da una moglie che si è ribellata. Teoria, quella dell’alienazione parentale, messa ora nero su bianco nel disegno di legge 735 (e non è la prima volta che ci provano) in discussione in questi giorni al senato, proposta dal senatore Simone Pillon, sulla modifica dell’affido condiviso che ha scatenato il putiferio e la contrapposizione di tutta la società civile, compreso il mondo cattolico.

Antonella Penati

Antonella Penati, punita dal padre di suo figlio che ha trucidato il piccolo Federico Barakat con 34 coltellate durante un incontro protetto, ed Erika Patti, i cui figli di 8 e 12 anni sono stati uccisi e bruciati da un padre che poteva tenerli a casa con sé, sono due donne che sono state classificate “alienanti” da tribunali italiani sulla base di CTU (Consulenza tecnica d’ufficio) fatte da psicologi e di pareri di assistenti sociali, perché continuavano a dire che questi due uomini erano violenti. Pareri che hanno decretato la morte di questi bambini dato che lo Stato ha deciso di esporli a padri – offender, pur essendo stati avvertiti in tutti i modi e solo sulla base di una teoria inventata da uno pseudo psichiatra pedofilo e disconosciuta da tutto il mondo scientifico, per cui se un bambino non vuole vedere uno dei due genitore è perché l’altro lo mette su.

Un vergognoso trabocchetto fatto ad hoc per chi agisce violenza e abuso e non vuole perdere il controllo su ciò che ritiene di sua proprietà (moglie e prole), che Pillon vorrebbe inserire tra le leggi di un Paese che ancora vorrei considerare civile, e che non solo avvallerebbe ancora di più la violenza domestica ma punirebbe chi la denuncia.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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