Sui diritti delle donne incombe la violenza maschile nel mondo

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Luisa Betti Dakli • 25 Novembre 2013
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È stata con la risoluzione 54/134 che nel 1999 l’Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una data scelta non dall’Onu ma dalle attiviste che nell’incontro femminista Latinoamericano e dei Caraibi di Bogotà nel 1981, scelsero il 25 novembre per ricordare il femminicidio di Stato delle sorelle Mirabal, attiviste dominicane uccise su ordine del dittatore Rafael Trujillo nel 1960. Ma cosa è cambiato da allora? Da anni il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, rilancia la campagna mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, anche se i dati della stessa Onu ci dicono che, malgrado gli sforzi degli organi internazionali, Ong e l’impegno di alcuni governi nazionali, la situazione è ancora lontana dalla soluzione.

Violenza nelle relazioni intime, stupro di guerra, gendercidio, matrimoni forzati, femminicidio privato e di Stato, riduzione in schiavitù sessuale di bambine e ragazze, sono solo alcuni dei punti ancora in sospeso per un cambiamento reale e radicale come quello che viene auspicato su scala mondiale, almeno nelle intenzioni. L’Onu oggi dice apertamente che, malgrado convenzioni, risoluzioni e protocolli internazionali che hanno come argomento la violenza di genere, «la forma più comune di violenza contro le donne è la violenza inflitta da un partner intimo», aggiungendo poi che «in media, almeno una donna su tre è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita», e che

“secondo i dati della Banca Mondiale, lo stupro e la violenza domestica sono il maggior pericolo per una donna”

Oltre a questo, viene specificato che la metà di tutte le donne assassinate nel mondo sono uccise dal partner o ex, un dato che in Australia, Canada, Israele, Sud Africa e Stati Uniti, è compreso tra il 40-70% (dati OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità), mentre in Colombia avviene ogni sei giorni. Stime che indicano come nel mondo ancora adesso una donna su 5 sia vittima di stupro o tentato stupro. A questo si aggiungano, tra gli altri, femminicidi per dote (sud est asiatico) in cui una donna viene uccisa da marito o suoceri perché la sua famiglia non può soddisfare le richieste di pagamento; matrimoni forzati in età precoce, estesi in tutto il mondo e con alta incidenza in Africa e in Asia meridionale, che comportano relazioni sessuali imposte a bambine e ragazze giovani, con esposizione a parti precoci, malattie e mancato accesso alla scolarizzazione; stupri di guerra, che in Ruanda nel ’94 hanno coinvolto circa 500’000 donne, e in Bosnia sulle 50’000.

Ogni anno, per l’Onu, circa 2 milioni di persone, per l’80% donne, bambine e bambini, sono vittime di tratta per prostituzione, lavoro forzato, schiavitù o servitù. Circa 140’000’000 di ragazze e donne, che vivono oggi, hanno subito mutilazioni genitali, soprattutto in Africa e in Medio Oriente, mentre i femminicidi per adulterio con donne uccise da membri della famiglia, sarebbero circa 5000 ogni anno (dati UNFPA). In Europa, Nord America e Australia, più della metà delle disabili sono state vittime di violenze, mentre il 50% delle donne nell’Unione europea avrebbero subìto una forma di molestia sessuale sul lavoro. E se più della metà di tutte le nuove infezioni da HIV si verificano tra i 15 e i 24 anni, oltre il 60% dei sieropositivi in questa fascia di età sono donne di cui molte esposte a violenza sessuale, che nel caso degli

stupri in zone di conflitto armato, vengono infette da HIV intenzionalmente in quanto strumento di guerra

Sempre l’Onu ci dice poi che il costo di tutto questo è altissimo, sia per quelli diretti di assistenza e sostegno alle donne, spesso accompagnate dai figli, sia per quelli della giustizia: costi annuali che negli Stati Uniti, solo per la violenza domestica, superano i 5,8 miliardi di dollari; in Gran Bretagna si aggirano sulle 23 miliardi di sterline; e in Canada arrivano ai 1000 milioni di dollari canadesi.

Riguardo la violenza domestica, che è una delle forme di violenza endemica in tutto il mondo, circa 102 Paesi membri non dispongono di specifiche disposizioni di legge, e lo stupro coniugale non è un reato in almeno 53 Stati. In particolare sul femminicidio, secondo il rapporto della Special Rapporteur dell’Onu Rashida Manjoo, a fronte di un tasso di omicidi di uomini rimasto stabile negli ultimi 10 anni, è in atto un aumento delle uccisioni di donne con movente di genere, che tra il 2004 e il 2009 è stato stimato in circa 66’000 vittime all’anno a livello globale: quasi un quinto di tutte le vittime totali.

E se «le cause profonde della violenza contro le donne – dichiara l’Onu – si trovano in relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne», le strategie di contrasto, in date come queste, si rivolgono, oltre che alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica, alle leadership politiche dei diversi Paesi, non solo perché la violenza contro le donne è pervasiva in tutto il mondo ma perché risulta necessaria una più ampia e scientifica raccolta di dati ufficiali ovunque: un deficit evidenziato in moltissimi Stati, e supportato da

uno studio OMS che dal 2005 ha reso noto che dal 55% al 95% delle donne che subiscono violenza non hanno mai contattato la polizia oppure chiesto aiuto

In questo panorama sconfortante, le campagne internazionali hanno quindi l’onere di sensibilizzare tutti, e la campagna «Say NO – UNITE», lanciata nel 2009 dall’Un-Women, quest’anno non solo si vestirà di arancione – colore prescelto per la campagna internazionale – ma durerà con questo colore addosso per 16 giorni: si parte dal 25 novembre per arrivare al 10 dicembre, tracciando un filo ideale che unisca la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, alla Giornata in cui si celebrano i diritti umani, per riconfermare l’idea che i diritti delle donne sono diritti umani.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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