Combattere la cultura dello stupro

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Luisa Betti Dakli • 4 Febbraio 2012
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Mi ha fatto riflettere più lei sull’ultima sentenza della Cassazione riguardo lo stupro di gruppo ai danni di una minorenne di Cassino, che tutta la polemica che ne è scaturita. Non solo perché mi ha ricordato una risposta che già sapevo, ma che alle volte una perde di vista perché s’infila in ragionamenti arzigogolati, ma perché in effetti, e come sempre, questo non è un problema di leggi ma culturale, di una cultura che è globalmente maschilista.

Meg Kissack

Inoltre la sua riflessione nasce da un biglietto che è capitato di leggere, in maniera allarmante, anche a me qui, in Italia, lo stesso che è capitato tra le mani di Meg Kissack, co-editor di WvoN. «Mentre stavo tornando da una lezione, mi è capitato di leggere un biglietto su cui era scritto: A tutte le ragazze e le donne: se andando a casa, a scuola, in ufficio o ovunque, incontrate un bambino da solo che dice di essersi perso e in possesso di un pezzo di carta con un indirizzo scritto sopra, non lo prendete in considerazione!  Portatelo direttamente alla stazione di polizia, perché questo è il modo nuovo per adescare ragazze da parte delle ‘gang’ di stupro. I casi stanno aumentando.  Avvertite amici e familiari.

Processo per stupro

Come attivista che lavora sui temi della violenza contro le donne, sono abituata a leggere ogni giorno di casi orribili sulla violenza contro le donne, ma questo biglietto mi ha fatto rimanere di sasso. Come si può facilmente intuire si tratta con ogni probabilità di una bufala, e il mio interesse non è capire se sia vero o no, perché il punto a cui voglio arrivare è un altro.

Quello che voglio sottolineare è la cultura dello stupro e la normalizzazione della violenza sessuale nella cultura

Ho parlato a molte mie amiche del biglietto che avevo trovato e la loro reazione è stata quella di alzare gli occhi al cielo. Non una reazione di shock ma quasi un’accettazione scontata. Ed è qui che ho capito in profondità il problema. Le femministe e le attiviste per i diritti umani hanno parlato a lungo di cultura dello stupro e hanno fatto campagne contro di essa per anni e anni, ma è come se non si fosse fatto nulla. La Gran Bretagna ha ancora il tasso di condanne per stupro più basso d’Europa, e le donne vittime di violenza passano ancora e spesso per offender, e tra le persone che conosco e frequento, l’idea di poter combattere con successo questa cultura si è, a mano a mano, sbiadita.

abbiamo assistito a un aumento dell’infiltrazione della cultura dello stupro nella quotidiatà

La parola “stupro” continua a essere regolarmente usata su Facebook, e poco più di un anno fa un poliziotto canadese ha detto alle studentesse di una università che se non volevano “correre il rischio di essere violentate”, non dovevano “vestirsi come puttane”. Per la polizia le donne vestite in un certo modo che bevono troppo, è normale siano violentate, e ci sono comici come Frankie Boyle che hanno continuato a usare la parola “stupro” come un intercalare delle loro battute.

Mentre la cultura dello stupro continua a diffondersi la controffensiva femminista è la sola a farsi sentire

Il 2011 ha segnato l’anno della nascita delle SlutWalks, un movimento femminista globale nato dall’incidente in Canada che ha sfidato la cultura che ritiene la donna stuprata colpevole, e non vittima a tutti gli effetti, in quanto responsabile dello stupro che subisce. E se da una parte mi rendo conto quanto sia radicata la cultura dello stupro nella nostra società, dall’altra sono fermamente convinta che il fenomeno vada affrontato, sfidato e vinto.

Ma perché questo accada, quello che dobbiamo affrontare non è facile. Per cominciare, bisogna tornare indietro, a quello che alcuni potrebbero definire come le nozioni di base e considerare ciò che costituisce lo stupro in sé. Sempre tornando con la mente ai casi di violenza sulle donne, i rapporti e le statistiche agghiaccianti provenienti dai rifugi e dai centri per le donne che subiscono violenza, ci fanno capire, prima di tutto, che abbiamo bisogno che la legge, i tribunali, riconoscano l’incitamento all’odio e la cultura della violenza su base di genere, cioè nei confronti delle donne in quanto tali.

Dobbiamo affrontare la nostra cultura che raffigura uomini come consumatori di donne oggettivate

Alison Saunders

Proprio questa settimana il Guardian, ha riferito come Alison Saunders, capo del Crown Prosecution Service di Londra, stia mettendo in discussione il modo in cui i media contribuiscono a costruire gli stereotipi delle donne vittime di stupro: un modo che può supportare questa cultura e portare ad assoluzioni “facili” nei confronti degli autori di stupri e violenze. Dobbiamo affrontare quindi la cultura dello stupro, e non accettarlo come evento inevitabile. Fino a quando non avremo una società che riconosce che si tratta di stupro anche quando la donna è addormentata, o se lei cambia idea, e che una donna non è mai responsabile dello stupro che subisce, abbiamo bisogno di aprire una discussione che si estende non solo alla cultura di massa, ma che mira a cambiare il sistema giudiziario e la politica del governo».

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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