Turchia: Erdogan chiede alle donne di fare troppi passi indietro

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Oggi a Istanbul della mobilitazione che nei mesi di giugno e luglio ha riversato migliaia di uomini e donne contro il governo di Erdoğan, sembra rimasto ben poco. In compenso piazza Taksim sembra una caserma a cielo aperto, con 4 enormi pullman pieni di poliziotti in divisa nera, parcheggiati fissi sul lato sinistro della piazza, e un continuo via vai di camionette che sfrecciano a sirene spiegate su İstiklal Caddesi.

Sotto lo sguardo svogliato dei turisti, i turchi che si ritrovano nel piccolo parco di Gezi, si dividono tra poliziotti in divisa, quelli in borghese, e il resto. Mentre, quasi in sordina, sono anche ripresi i lavori davanti al parco, dopo che un mese fa un tribunale amministrativo di Istanbul ha rovesciato la prima sentenza che sospendeva l’abbattimento di Gezi Park per la costruzione del centro commerciale, sotto la pressione del Ministero della cultura e turismo, malgrado la promessa del premier a indire un referendum sulla questione. E c’è anche chi, come il sindaco Kadir Topbas, sta pensando di rimpiazzare Gezi con un Central Park da un milione di metri quadrati fuori le mura.

Manifestazioni a Istanbul

A Gezi non c’è più traccia dei «forum aperti» dove i cittadini discutevano elaborando proposte politiche. Sgomberati da una polizia che controlla anche il battito delle ciglia dei passanti, la mobilitazione che era proseguita in molti quartieri di Istanbul, come in altre città della Turchia, sembra apparentemente sedata. Le poche manifestazioni che vengono organizzate per la richiesta di rilascio di chi si trova in prigione per essere stato in piazza, vengono prontamente spazzate via da idranti e retate. Soprattutto adesso che Erdoğan deve concentrare la sua attenzione sulla Siria, dopo aver mostrato al suo Paese che chi cospira contro può subire condanne esemplari: come le recenti sentenze del processo «Ergenekon». Ma la Turchia vuole davvero vivere così?

Uno dei passi indietro che Erdoğan chiede è rivolto alle donne che durante le proteste sono state protagoniste del movimento

Dopo aver reintrodotto il velo nelle scuole e dopo aver tentato di limitare l’aborto, pochi giorni fa Erdoğan ha promesso piscine olimpioniche separate tra i due sessi e più scuole religiose, un proposito poco interessante per le ragazze che a Taksim vanno coi capelli al vento, senza preoccuparsi della lunghezza dei loro pantaloncini.

«Il 49,8% della popolazione turca è donna, e il tasso di disoccupazione femminile è all’11%, mentre quella delle giovani arriva fino al 20%. Anche se le donne alfabetizzate sono il 92% contro il 98% degli uomini, e malgrado siamo alla pari nell’istruzione, le donne turche si trovano in prevalenza nelle professioni con ruoli tradizionali: il 98% dei segretari, il 97% degli infermieri, il 71% dei venditori, il 53% degli insegnanti, il 48% dei banchieri, e solo il 34% dei medici e degli avvocati».

Aysegul Yaraman

A parlare è Aysegul Yaraman, docente universitaria a Istanbul presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali alla Marmara University, che si lamenta perché «se è vero che il 48% dei professori universitari qui sono donne, è anche vero che ci sono solo sei donne rettori contro 101 uomini che ricoprono questo ruolo. Ci sono molte incongruenze: da una parte siamo avanti ma c’è una spinta a tornare indietro. Per fare un esempio: se l’età del primo matrimonio qui è intorno ai 23 anni, c’è anche un 28% di ragazze che si sposa prima dei 18».

E in politica?

In politica la rappresentanza femminile è bassa: il 14% dei parlamentari è donna, e nel governo c’è solo una rappresentante del genere femminile che, guarda caso, è la responsabile delle politiche sociali e familiari. Per non parlare poi delle 26 sindache contro i 2924 sindaci del Paese.

Le donne qui hanno motivo di avere paura?

Solo nel mese di aprile di quest’anno, 17 donne sono state uccise all’interno della famiglia dopo aver subito violenza domestica e 13 ragazze sono state stuprate. E anche se la Turchia è stato il primo paese a ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa per la lotta contro la violenza sulle donne , la sensazione è che sia solo una manovra di facciata.

Erdogan ha dichiarato che le donne sono il pilastro della famiglia. Che ne pensa?

Erdoğan ha chiesto alle donne di fare almeno tre figli e di rimanere a casa, e ha dato un assegno alle famiglie numerose. Inoltre ha lanciato la legge che avrebbe dovuto limitare l’aborto. Passi che non hanno funzionato, anche se poi, oggi, nella realtà, l’aborto diventa sempre più difficile. Diciamo che c’è un’ipocrisia generale che parla di uguaglianza delle donne, ma insiste sui loro ruoli domestici.

Secondo lei qual è l’obiettivo di questa politica?

La disoccupazione è molto alta in Turchia e sotto la copertura dell’Islam si sta chiedendo alle donne di stare a casa. Un tentativo con cui si cerca di far pagare a noi la crisi economica del sistema globale, come abbiamo già visto fare in Germania con Hitler. Con questa propaganda si vorrebbe convincere le donne a non lavorare più, una cosa che ci porterebbe indietro.

Le immagini che abbiamo visto mesi fa, ci hanno mostrato il coraggio delle turche che si sono opposte alla violenza della polizia. Sono la vera forza del Paese?

Qui la vera forza del cambiamento sono i giovani e le donne. Sono loro la vera forza perché rischiano di più e la loro vita è più difficile.

Ci sono gruppi di femministe?

Le organizzazioni femministe sono state tutte coinvolte dalla protesta, è stato un raro esempio di reale parità con gli uomini.

Ovunque?

Certo. Le donne erano non solo a Istanbul ma anche in altre città. E alcune urlavano e sbattevano pentole in segno di protesta dalle loro finestre o dai balconi.

I media hanno parlato di violenza contro le donne in piazza.

Non son sicura che ci siano stati stupri da parte della polizia, ma posso dire che hanno insultato tutte le donne che sono in custodia, e senza eccezione.

Ci sono somiglianze con le donne della Primavera araba?

Le donne sono state attive durante le proteste, sia nei Paesi arabi che in Turchia. Ma il rapporto con la modernità, in particolare l’impatto del secolarismo e l’ empowerment delle donne in Turchia, è diverso rispetto alle donne arabe. Qui, la modernizzazione è un processo di forza e una via di trasformazione sociale. Questo processo non è iniziato con la proclamazione della Repubblica, perché nell’ultimo secolo dell’Impero Ottomano c’erano già stati diversi tentativi, e le riforme di Atatürk sono state una continuazione di quell’onda.

Un processo che è andato avanti rapidamente?

La struttura di base, l’industrializzazione, non esisteva, e la modernizzazione è lo stile di vita della società industriale che è stato preso dall’Ovest. Per quanto riguarda i diritti delle donne, dal 19.mo secolo ci fu la prima ondata del movimento femminista e un’emancipazione garantita dalle leggi della Repubblica. Più tardi, dopo il colpo di stato militare del 1980, mentre tutte le organizzazioni politiche e sociali sono state vietate, la seconda ondata del movimento delle donne è partita dall’opposizione democratica.

E ha continuato ad evolversi.

Sì, con anche l’apertura di organizzazioni nuove, come la Biblioteca delle Donne, le associazioni per le donne maltrattate, i gruppi nelle università e i corsi di studi sulle donne.

E il femminismo islamico?

Il movimento islamista dal 1980 è sempre più presente nel dibattito sociale, politico e intellettuale, e sostiene la regola del velo anche nei luoghi pubblici. Malgrado ci siano dei limiti, le donne velate diventano più visibili e alcune stanno cercando una modernità diversa da quella importata dall’Occidente.

Quali sono le prospettive?

Naturalmente ci sono i tentativi tradizionali e patriarcali contro i diritti delle donne. In altre parole, vi è una fortissima ipocrisia non solo da parte di uomini ma anche di donne. Dalla mia ricerca in diverse categorie, ho trovato che, nonostante le dichiarazioni egualitarie e non sessiste, alcuni atteggiamenti riportano a pratiche sessiste in tutte le classi sociali.

Quindi?

Quindi bisogna stare attente a non tornare indietro ma andare avanti.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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