Presidenziali: la War Against Women della destra fa vincere Obama

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Avevano detto che una gravidanza è «un dono di Dio» anche se frutto di una violenza, avevano affermato che una donna vittima di stupro non può rimanere incinta, avevano trattato la giovane studentessa Sandra Fluke come una «prostituta» perché aveva sostenuto pubblicamente la campagna per la contraccezione di Obama: e alla fine sono stati sconfitti.

Barak e Michelle Obama dopo la vittoria

Stiamo parlando della campagna elettorale che nell’ultimo anno ha visto fronteggiarsi il repubblicano Mitt Romney e il democratico Barak Obama, oggi riconfermato presidente degli Stati Uniti con le elezioni che si sono svolte lo scorso 6 novembre, e in cui il ruolo delle donne è stato fondamentale. In particolare la netta sconfitta dei candidati repubblicani nella corsa per il Senato Richard Mourdock nell’Indiana e Todd Akin nel Missouri – due Stati vinti dal repubblicano Mitt Romney nella corsa presidenziale – hanno messo in luce come l’America non abbia gradito le affermazioni in cui

Mourdock si era dichiarato contrario all’aborto anche dopo uno stupro perché la nascita di un bimbo è evento «voluto da Dio»

Akin da parte sua sosteneva che se una donna viene veramente stuprata secerne un liquido che neutralizza gli spermatozoi da cui non può esserci nessuna gravidanza: affermazioni quanto più gravi perché fatte da William-Todd Akin il quale, come appreso dagli archivi pubblicati da «Post Dispatch», cambiò nome (col suo secondo nome), prima di entrare in politica per non lasciare traccia dei suoi 8 arresti avvenuti per violazione di domicilio e resistenza a pubblico ufficiale presso cliniche in cui le donne potevano interrompere gravidanze indesiderate.

Una War against women , quella del GOP, partita per porre un argine alla riforma sanitaria di Obama per poi sfociare in un’ondata devastante contro il corpo delle donne, e che ha dato la possibilità alla campagna democratica di mettere a fuoco diverse gaffe degli avversari proponendo ribattute che hanno funzionato come boomerang dolorosi verso tutti i repubblicani. Dopo un iniziale tentennamento, Obama ha preso le redini di questa guerra non solo difendendo i diritti delle americane ma anche rendendole protagoniste della sua campagna perché si è reso conto che se voleva vincere davvero, non poteva farne a meno. Durante la chiusura in Ohio, il presidente ha incontrato i suoi fan a Cleveland e ai piedi dell’Air Force One ha detto chiaro e tondo alle sue elettrici: «Voi non volete che un gruppo di politici a Washington, per la maggior parte uomini, prendano decisioni sulla salute delle donne. Le donne possono prendere da sole le proprie decisioni. È questo che io chiedo e che continuerò a fare come presidente degli Stati Uniti».

Ma Obama ha avuto il voto del 55% delle donne di cui il 68% nubili

non solo perché ha difeso pubblicamente i loro diritti contro l’affronto del GOP, ma anche perché ha capito in tempo il ruolo delle americane nella società e quanto il loro rapporto con il potere si stia rapidamente trasformando. Ha capito che le donne non hanno solo il polso della situazione tra tasse, bollette, e spese domestiche, ma rappresentano il blocco demografico elettorale più ampio e consapevole. Per capire come le cose siano cambiate basta leggere l’indagine del Pew Research Center in cui si dice che per il 66% delle americane, tra i 18 e i 34 anni, avere successo in una professione ben pagata è «una delle cose più importanti della vita», con una percentuale al femminile che per la prima volta supera quella maschile (59%, nella stessa fascia di età), e con un trend che ha avuto una crescita costante in questi ultimi 15 anni (si partiva dal 26% delle donne). Una realtà confermata dalla stessa Hillary Clinton che alla conferenza di Lima aveva detto chiaramente che «le donne sono il motore dell’economia mondiale e le restrizioni che colpiscono le donne ci stanno togliendo alti dati di crescita ed entrate in tutte le regioni del mondo».

Tammy Duckworth

La vera cartina di tornasole di questo cambiamento, che vede le donne pretendere il comando nella stanza dei bottoni, sono state le elette durante queste votazioni in Usa: sono loro che hanno trascinato le folle nei comizi, convinto le altre donne a votare per Obama e persuaso queste stesse a far votare democratico anche mariti, fidanzati, fratelli, zii, cugini, papà. Ma vediamo chi sono queste donne. Tammy Baldwin, eletta nel Wisconsin, è la prima lesbica che diventa senatrice battendo l’ex governatore repubblicano Tommy Thompson con argomenti riguardanti più l’economia e l’occupazione che non l’orientamento sessuale (tanto più che il Wisconsin ha bandito le nozze gay sei anni fa).

Elizabeth Warren

Elizabeth Warren, avvocata e prof. ad Harvard, che non solo è la prima donna eletta al Senato nel Massachusetts ma è la democratica che ha riconquistato il seggio di Ted Kennedy occupato dal repubblicano Scott Brown. Tammy Duckworth, eletta nell’Illinois, ex pilota di elicotteri che ha perso le gambe durante la guerra in Iraq nel 2004, e che entrerà al Senato camminando grazie a due protesi in titanio. Tulsi Gabbard, che sarà la prima indù al Congresso, e Mazie Hirono, prima donna dell’Aloha State, prima buddista, e primo caso di emigrata giapponese Tche entra nel Senato americano.

A loro si aggiungono, oltre a Claire McCaskill che ha sconfitto Akin, altre lady come Maria Cantwell (Washington), Dianne Feinstein (California), Kirsten Gillibrand (NY), Amy Klobuchar (Minnesota) e Debbie Stabenow (Michigan), nonché la cinquina rosa del New Hampshire che è diventato il primo Stato degli Usa rappresentato soltanto da donne con Maggie Hassan, eletta governatrice democratica, e Carol Shea-Porter e Ann McLane Kuster, democratiche elette alla Camera, mentre al Senato sono già in carica la repubblicana Kelly Ayotte, e la democratica Jeanne Shaheen.

Tulsi Gabbard

Il risultato finale sarà che al 113.mo Congresso, tra democratiche e repubblicane, siederanno 20 senatrici, mentre tra i 435 membri della Camera dei rappresentanti ci saranno almeno 77 donne (l’attuale primato sono 73). Tra le nuove Congresswomen ci saranno quindi donne che hanno esperienza militare di combattimento, Tulsi Gabbard e Tammy Duckworth, e due donne con età inferiore ai 40 anni, Gabbard e Grace Meng. E come afferma Susan J. Carroll, studiosa presso «Rutgers» (Center for American Women and Politics, University of New Jersey) molte di queste non sono donne qualsiasi ma democratiche convinte che svolgeranno «un ruolo enorme nel passaggio alla parità». La lista Emily – organizzazione che recluta donne democratiche da eleggere al Congresso – ha fatto sapere che «queste elezioni hanno fatto emergere con chiarezza la scelta tra quelli che vogliono andare avanti e quelli che vorrebbero tornare indietro negando alle donne la parità di retribuzione e accesso ai servizi sanitari e controllo delle nascite». Una pink revolution che Patty Murray, arrivata al Senato nel ’92, riassume dicendo che quando lei è entrata non esisteva un bagno per le donne vicino alla camera del Senato, tanto che «hanno dovuto costruirne uno quando sei di noi sono arrivate nel ’93».

Ma il vero asso nella manica della campagna è stata Michelle Obama

la donna che davanti a una folla impazzita e in collegamento con milioni di spettatori, si è sentita rivolgere dal marito, appena rieletto presidente degli Stati Uniti, parole che danno un’idea della sua statura: «Michelle, non ti ho amata mai così tanto – ha detto Obama – e sono fiero di guardare il resto dell’America innamorarsi di te come first lady di questa Nazione».

Michelle Obama

Lei, l’onnipresente e inossidabile lady, ha galvanizzato e scosso folle di uomini e donne nell’indicare non solo il marito come candidato – e anche uomo ideale – ma nel sostenere la continuità di un progetto politico non ancora terminato. Ha riciclato il vestito bordeaux sul palco del McCormick Center di Chicago, dando il messaggio che niente è scontato e che una vera donna non prepara l’abito da sera quando in ballo c’è il futuro di un Paese; ha parlato dritto al cuore alla Convenzione democratica di Charlotte appellandosi con un mum in chief che ha indicato chiaramente a tutte le americane chi è che comanda in una casa; ed è regolarmente apparsa in tv a «The Tonight Show» con Jay Leno e a «The Ellen DeGeneres Show», prendendo anche parte nella serie «Iron Chef» con ingredienti del suo orto biologico alla Casa Bianca, perché sa che uno dei più grossi problemi negli Stati Uniti è proprio l’obesità, soprattutto dei bambini. Di lei, Hilary Estey McLoughlin – presidente della società che produce «The Ellen DeGeneres» – aveva detto: «Personalmente mi piacerebbe vederla alla Casa Bianca ma se Obama non fosse rieletto vorrei Michelle in uno show televisivo». Paragonata a Oprah Winfrey, la regina della tv americana, per la sua forza empatica e

per la capacità di saper dire cose difficili in maniera semplice, Michelle ha il potere di fare la differenza per tutte le donne

sia per chi lavora che per chi non lavora, sia per le casalinghe che per le donne in carriera. Figlia di schiavi e identificata nel 2008 come una first lady troppo rude e troppo a sinistra, lei è riuscita a trasformare la sua immagine in qualcosa di più familiare senza compromettere la sua forza e la sua idea di un Paese che deve andare «avanti». Oggi, dopo l’elezione di Obama, molti sostengono che gli Usa siano pronti per un presidente-donna e gira voce che la stessa Hillary Clinton lasci il suo incarico per preparasi alla corsa per le presidenziali del 2016. A lei potrebbe aggiungersi Condoleezza Rice, protagonista alla Convention repubblicana di Tampa, ma anche la neo eletta Elizabeth Warren. Ma la vera sorpresa sarà Michelle Obama: se non domani, sarà dopodomani.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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