Donne, pace e ancora insicurezza

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Qualche anno fa, mentre ero a Damasco, migliaia di profughi iracheni scappavano dalla guerra che imperversava nel loro paese, l’Iraq, cercando asilo in uno dei pochi posti, la Siria, che, insieme alla Giordania, accettava ancora di accoglierli. Una fuga disperata che coinvolgeva operatori e operatrici internazionali sul territorio i quali, tra mille difficoltà, cercavano di gestire quello che era un vero e proprio esodo. L’allora responsabile dell’Unhcr in Siria, Laurens Jolles, oggi delegato dell’Unhcr per il sud Europa, era alle prese con questa fatica: “Insicurezza generale, impossibilità di mantenere un ordine, gente che ha subito personalmente violenze e vari abusi.

Qui arrivano donne dall’Iraq che hanno subito violenza sessuale, ma non è facile sostenerle e recuperarle, perché non tutte vengono e dicono di aver subito violenza. La vera difficoltà è individuare questi casi

noi lavoriamo attraverso centri organizzati collaborando in maniera funzionale insieme alle Ong e all’Unicef. Ma non possiamo andarle a cercare”, diceva Jolles. Una parte delle donne che fuggivano e approdavano in Siria dall’Iraq era invisibile. Alcune operatrici che lavoravano sul territorio, mi spiegavano che per queste donne non era semplice esporsi e dichiarare la propria presenza e ancor meno denunciare una violenza e che quindi, anche se molte avevano subito abusi, era davvero arduo monitorarle, e che l’unica cosa da fare per rendere più accessibile il servizio era avere “personale specializzato e interventi mirati di tipo legale, medico e psicologico con un approccio specifico di genere”.

http://www.youtube.com/watch?v=G-MtL7AYSYc

A terminare l’enorme dipinto sconnesso di vite messe a soqquadro, era il proliferare di night club in alcuni quartieri damasceni, con un aumento spaventoso di ragazzine avviate alla prostituzione, un vademecum necessario per mantenere tutta la famiglia, tanto che lo stesso New York Times di quei giorni raccontava di “migliaia di giovani donne irachene giunte in Siria come profughe, e costrette a prostituirsi per sopravvivere”. Era il 2007 e la Risoluzione 1325 era già stata approvata da qualche anno.

Ma cos’è la 1325? Non tutti sanno che il 31 ottobre del 2000, nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, il Consiglio di Sicurezza votò all’unanimità una Risoluzione, la 1325 appunto, che nelle tre parole “Donne, pace e sicurezza”, esprimeva tutto un mondo. Era la prima volta che la massima autorità a livello internazionale esprimeva e riconosceva la specificità del ruolo e dell’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace.

La risoluzione chiedeva di adottare una prospettiva di genere cioè di provvedere a una risposta dei bisogni delle donne prima, durante e dopo il conflitto

ma anche di appoggiare le iniziative di pace delle donne locali e provvedere a una partecipazione diretta di quest’ultime alle trattative di pace. “In sostanza è una delle poche risoluzioni non tematiche ma trasversali – dice Luisa Del Turco, consulente esperta in cooperazione internazionale e politiche di genere – che comprende la specificità del ruolo e l’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace, infatti quello che si chiede è sia protezione delle donne, che nei conflitti sono il campo di battaglia per eccellenza, ma anche la loro partecipazione attiva nelle missioni internazionali e ai negoziati di pace. La verità è che la 1325 è speciale, un vero spartiacque, un momento storico”. Secondo i dati diffusi dal rapporto italiano sulla 1325, curato da Actionaid e Pangea,

il 90% delle vittime in guerra sono civili, e l’80% sono donne e bambini

quindi non ci vuole una laurea in matematica per capire quanto l’impatto di una guerra sia diverso per gli uomini e per le donne, e le cifre sugli stupri subiti nel corso dei conflitti negli ultimi 20 anni parlano chiaro: 20.000-50.000 in Bosnia, 250.000-500.000 in Ruanda, 50.000-64.000 in Sierra Leone, e una media di 40 donne stuprate ogni giorno nella Repubblica Democratica del Congo. “In Ruanda – raccontava un’operatrice canadese dell’Unicef – sembrava un inferno, non riuscivamo a fermare le violenze sessuali: ogni notte c’erano stupri all’interno del campo profughi e noi non riuscivamo a mettere fine a questo disastro. La causa principale era lo stress della guerra, questi uomini non riuscivano a fermarsi, un vero incubo”. E le vittime erano sempre loro, donne che subivano violenza prima, durante e dopo il conflitto.

Donne in Ruanda

Le donne però non sono sempre e soltanto vittime, perché anche dopo aver subito violenze sessuali, abusi fisici e psicologici, sono capaci si rialzarsi, prendere in mano il proprio destino e quello degli altri, per cambiarlo radicalmente. “Il ruolo delle donne in Afghanistan – dice Simona Lanzoni, Project manager di Pangea – sono un esempio di partecipazione diretta ai processi di pace. Sono loro che si sono organizzate e hanno assistito e contribuito a tutte le conferenze internazionali, hanno preso la parola, si sono alzate e hanno lottato per il proprio paese. Queste donne esistono e vanno supportate. L’Afghanistan non è solo burka”. I paesi che hanno aderito alla 1325 sono tanti e tra questi c’è anche l’Italia, ma quelli che hanno effettivamente concretizzato le buone intenzioni in un Piano Nazionale d’Azione sono una ventina nel mondo tra cui Danimarca, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Svizzera, Austria, Olanda, Islanda, Spagna, Finlandia, e naturalmente il Canada.

l’Unifem aveva pubblicato una valutazione con 
esperti indipendenti sul ruolo delle donne nei processi di costruzione della pace post conflitto

sostenendo che per migliorare le cose in tempo di guerra
 le NU e gli stati membri dovevano impegnarsi a includere 
le donne in tutti gli aspetti delle operazioni di pace e riconciliazione. In Italia si è fatto ancora troppo poco: e se si ha qualche riscontro, anche se con uno sforzo che sembra dover essere sempre triplo rispetto agli altri paesi europei, è solo grazie all’impegno di alcune donne tra cui l’on. Rosa Calipari (Pd, Commissione Difesa), che nel 2009 ha presentato e fatto votare una mozione per l’adozione di un Piano nazionale d’Azione italiano sulla 1325.

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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