Chi di parola ferisce: la violenza nascosta nel linguaggio dei media

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Si parla di violenza del linguaggio in quanto l’informazione, così come la maggior parte del contesto mediatico italiano, riporta e sostiene una cultura violenta nei confronti delle donne già presente nella società, un fenomeno che tocca tutte in diversi modi e in diverse fasi della vita, e non è solo violenza fisica o violenza sessuale, ma violenza psicologica, economica, sociale, politica, che può essere operata da diversi agenti e in diversi contesti come la famiglia, l’autorità, le istituzioni, la scuola, il lavoro.

Alla base c’è sempre la discriminazione, ossia una reale disuaglianza tra donne e uomini

sia nella sfera privata che in quella pubblica, con uno sbilanciamento di potere in politica e nella società. Ma vediamo come e veicolando cosa, i media sostengono questa cultura, analizzando fatti che riguardano la violenza di genere: come trattano gli stupri e i femminicidi i mass media in Italia? Su cosa puntano i giornali e le televisioni, quando parlano di fatti cruenti legati alla violenza sulle donne? Cosa dicono a proposito dei fatti e a quali stereotipi si rifanno per avere un effetto su chi legge?

Quando si tratta di un femminicidio, che magari avviene dopo una lunga serie di maltrattamenti gravi in famiglia, o di uno stupro da parte di italiani, nei giornali la grafica segue, più o meno, uno schema: il titolo riporta spesso un’attenunate psichiatrica dell’autore, e se questo autore è italiano, la notizia verrà messa in secondo piano, se invece si tratta di un immigrato la notizia viene sbattuta in prima pagina. Per gli omicidi di genere, che al 96% in Italia vengono commessi da membri maschi della famiglia (ex fidanzati, partner respinti, ecc.) si parla di raptus o infermità mentale, gelosia o delitto passionale, oppure di stress dovuto al lavoro o alla perdita del lavoro, e si traccia un profilo della vittima che possa giustificare l’atto che in realtà è semplicemente un omicidio di genere.

Stefania Noce uccisa dal suo ex

Per quanto riguarda lo stupro la prassi è identica: se si tratta di un immigrato ci sarà la sua foto in prima, se si tratta di un italiano la rilevanza sarà minore e se è una persona di rilievo ci sarà poco o nulla. Quindi l’attenzione non è posta sul dato, ovvero l’aumento dei femminicidi o della violenza domestica che per esempio si registra in Italia e in Europa, ma si punta a isolare il fatto e a farne un problema di sicurezza pubblica. Di solito il background culturale nell’illustrazione dei fatti, si richiama agli stereotipi femminili della donna “preda” che istiga l’istinto animale dell’uomo: quindi se la vittima, dell’omicidio o dello stupro, è di bell’aspetto ci sarà la sua foto, ma se la vittima è un’anziana o una donna non particolarmente avvenente, ci sarà l’immagine del luogo del delitto o la foto di polizia o carabinieri, che rimette ordine come se fosse un semplice fatto di cronaca isolato e non un fenomeno sociale grave.

Se la vittima del femminicidio o dello stupro, è una minorenne di bell’aspetto, saranno pubblicate foto ammiccanti con didascalie penose come nel caso di Sarah Scazzi: “la bella biondina pugliese”

Sarah Scazzi

In molti di questi casi si cercherà di indugiare su aspetti morbosi e perversi per interessare il lettore senza dare un quadro d’insieme ma facendo appunto leva su stereotipi culturali. Di solito si pubblica il 112 ma non il numero per il sostegno delle donne che subiscono violenza, il 1522, o informazioni sui centri antiviolenza. È importante capire come nei casi di violenza sulle donne, dove la discriminazione è eclatante, l’informazione debba iniziare usando un linguaggio adeguato e immagini che non possono ricalcare l’immaginario maschile della donna “preda” o “istigatrice di bassi istinti”, trasformando così la vittima in offender complice della sua stessa morte o dello stupro, perché si giustifica apertamente la non gravità del reato commesso e si sostiene la miopia delle istituzioni riguardo la violenza, lo stupro, il femminicidio, attraverso un linguaggio altrettanto violento.

Titolare l’articolo di cronaca di un femminicidio con “dramma della gelosia”, oppure “uomo uccide per gelosia”, o ancora “uccisa per motivi passionali”, significa deviare la percezione comune dando un’informazione sbagliata, perché non si tratta di delitti passionali ma di omicidi di genere in cui un uomo uccide una donna in quanto tale, perché il femminicidio è una conseguenza estrema della violenza di genere e rappresenta la volontà (quindi non la follia ma la consapevole volontà) di un totale controllo sulla donna, ed è anche l’estrema ratio di chi dice che del nostro corpo può disporre, sia teoricamente che materialmente.

Anna Pramstrahler

Secondo Anna Pramstrahler, che lavora con la Casa delle donne di Bologna e ha coordinato la più recente ricerca sul femminicidio in Italia e ha curato questa parte nel Rapporto Ombra presentato a luglio alle Nazioni Unite a New York, sostiene che “il comitato delle Nazioni Unite ha ammonito in maniera grave il governo italiano sul femminicidio, che risulta aumentato nel corso degli ultimi 6 anni, e ha chiesto all’Italia di svolgere ricerche e azioni per fermare questi delitti, sottolinenado che sia in Francia che in Spagna lo stato ha istituito un osservatorio speciale per il femminicidio, mentre il Ministero degli Interni non ha mai voluto farlo e quindi nel nostro paese è impossibile aver dati ufficiali sul femminicidio”.

Un ammonimento che il CEDAW ha rivolto all’Italia mettendo in primo piano il fatto che il nostro paese rimanda all’esterno un’idea della donna gravemente schiacciata su stereotipi maschilisti che impediscono di avere reali pari opportunità. Esercitare violenza attraverso il linguaggio dunque non significa solo insultare, offendere, ferire ma esercitare una violenza invisibile sui processi di identità della persona che in questo caso si estende al genere e che forzano e manipolano la realtà.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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