Mamme in carcere con figli piccoli: la disastrosa situazione nel mondo

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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In tutto il mondo ci sono donne costrette a crescere i figli in strutture carcerarie o allontanate dai piccoli per scontare una pena detentiva. Ovunque esistono madri che vivono, in maniera più o meno disumana, il dramma di partorire e far crescere un bambino in cella. Donne, detenute per motivi legati per lo più al disagio sociale e alla povertà, ma anche per cause politiche o “morali”, condannate a scontare pene che ricadono inevitabilmente sui figli.

Nel carcere di Badam Bagh, a Kabul (Afghanistan), su 160 recluse una cinquantina ha figli con sé o è incinta. Sono donne accusate di essere scappate di casa, di aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio, di essere adultere. Situazione che si scontra con un’altra realtà afgana, quella dei Centri di detenzione delle province di Badghis, Ghor, Logar, in cui le donne, costrette a vivere in prigioni miste, vengono stuprate sistematicamente, perché, come accade nella prigione di Pul-e-Charkhi a Kabul, sorvegliate da guardie maschili.

In Iran, le detenute della prigione di Evine (Teheran) vivono in condizioni spaventose

e i bambini, che possono stare con le mamme fino ai 2 anni, sono alloggiati nelle celle della sezione femminile, nel blocco 2, dove non c’è acqua potabile e i rischi per la salute sono altissimi. In Africa spesso la povertà rende le carceri un luogo di morte: nella maggior parte delle prigioni non ci sono letti né bagni e le celle sono affollate. Il vitto è insufficiente e chi non ha parenti soffre la fame. Ci si ammala con facilità e a volte si muore. Nella prigione centrale di Mbuji-Mayi, capitale del Kasai-Orientale (Repubblica Democratica del Congo), il cibo viene distribuito una volta a settimana; qui il progetto Monuc dell’Onu, che ha operato al Centro penitenziario e di riabilitazione di Kinshasa, è intervenuto assicurando ai piccoli un’adeguata alimentazione con la distribuzione giornaliera di pasti.

Il carcere sprovvisto di zanzariere, materassi, prodotti igienici e medicinali, aveva bisogno di tutto, anche del pediatra

Poco tempo fa in Sudafrica, nel carcere di Pollsmoor au Cap, è stata inaugurata una sezione ad hoc per madri e figli, che prima vivevano insieme per la maggior parte della giornata, fino a quando, scesa la sera, le mamme rimanevano al buio della cella mentre i piccoli venivano spostati altrove.

Repubblica del Congo

Casi gravi di lesione dei diritti sono stati riscontrati in Cambogia, come nel carcere di Siem Reap e nella prigione di Kompong Thom, in cui la poca alimentazione, l’inesistente assistenza sanitaria e il sovraffollamento hanno colpito le donne in gravidanza e le detenute con bambini. Il governo dà 1.500 riel (circa 25 centesimi) al giorno per ogni carcerata e le madri sono costrette a dividere in due la razione, mentre le gestanti non hanno diritto all’assistenza pre/post natale e spesso molte partoriscono in prigione. Il destino delle donne tibetane nelle carceri cinesi è atroce: nella prigione di Drapchi a Lhasa (Tibet), le

detenute vengono violentate a turno, torturate e, se in stato di gravidanza, fatte abortire con bastoni elettrici, mentre i piccoli partoriti dalle prigioniere vengono uccisi appena nati

In Russia esistono 46 prigioni femminili, che ospitano 49mila detenute e 846 bambini; questi ultimi vivono in sezioni speciali separati dalle mamme. Le donne possono partorire solo negli ospedali delle prigioni e non sono coinvolte nella cura dei piccoli. Dall’altra parte dell’oceano la situazione non è migliore. Nella sezione femminile del Centro penale di Quezaltepeque (Salvador) le mamme e i bambini (fino a 5 anni) vivono in stanze piccolissime dove l’aria è viziata e il calore insopportabile, il wc è in uno sgabuzzino dietro una tendina, e i piccoli dormono in amache fatte da asciugamani appesi al letto a castello. Nel carcere femminile di Los Hornos (Argentina), che ospita mamme con figli fino a 4 anni, chi è incinta è costretta a partorire tra le mura della struttura detentiva.

Nelle prigioni femminili di Bogotà i bagni sono infestati da serpenti

Messico

mentre in Bolivia, a Cochabamba, le donne in carcere sono così povere e malnutrite da non riuscire a prendersi cura dei figli che sono con loro. In Messico è ormai nota la storia di Rosa López Díaz, la detenuta del carcere San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, che ha visto nascere il suo primo figlio Natanael, gravemente malato per le torture subite dalla donna. Indigena e proveniente da una famiglia povera, Rosa è stata arrestata nel 2007 insieme al marito con l’accusa di un reato non commesso, per il quale è stata condannata a 27 anni e 6 mesi di reclusione. Quando è stata arrestata era incinta di 4 mesi ed è stata picchiata e torturata affinché firmasse una confessione in bianco. Il piccolo Natanael, nato con gravi danni cerebrali, è vissuto per 4 anni immobile, senza nemmeno poter piegare la testa per vedere il suo corpo, ed è morto nel 2011. Nel carcere dove vive Rosa non ci sono medici né pediatri, non ci sono medicine e i piccoli condividono la cella con le mamme.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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