Quale futuro per le donne afghane?

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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La guerra che in Afghanistan ha provocato dal 2001 a oggi 12.000 morti civili e 3000 militari, dovrebbe essere finita. Durante il summit della Nato che si è svolto a Chicago il 20 e il 21 maggio, la exit strategy dall’Afghanistan delle forze armate straniere è stata decisa per la fine del 2014: l’ISAF (International Security Assistance) con i suoi

130.000 soldati della Nato, dovrebbe lasciare la sicurezza del Paese in mano all’esercito afghano

l’ANSF (Afghan National Security Forces), ritirandosi dal Paese gradualmente ma non completamente. Un mese fa, durante la Conferenza del World Affairs Council 2012, Illary Clinton, sottosegretaria di Stato americana, aveva già chiarito che pur confermando l’uscita dall’Afghanistan, Washington avrebbe comunque assicurato la sua presenza sul territorio, tanto che le tre basi aree Usa in aree di interesse strategico come Bagram – vicino a Kabul – Shindand – presso il confine con l’Iran – e Kandahar, restano operative. Nel documento uscito da Chicago, si ribadisce che «Europa e Nato condividono valori comuni e interessi strategici congiunti» e che «l’Unione Europea è partner unico ed essenziale», e malgrado la Francia di Hollande voglia anticipare il ritiro delle proprie truppe, gli Usa vogliono che la Nato sia in Afghanistan oltre il 2014, tant’è che gli americani hanno negoziato con Karzai la loro presenza almeno fino al 2024 con una missione di formazione e di sostegno.

In realtà la ritirata totale non ci sarà e quello che si prospetta è un minore investimento militare e quindi di denaro. «La guerra è un business – dice Luca Lo Presti, presidente della onlus Pangea che da anni lavora in Afghanistan con donne e bambini – e come tale ha degli investitori che se non hanno un loro tornaconto economico rivedono i loro investimenti.

Come in Iraq, anche in Afghanistan, ci sono interessi economici e strategici, ma la guerra costa»

Nel frattempo l’Afghanistan è diventato più pericoloso di prima: «Lo Stato afghano – continua Lo Presti – sta in piedi perché ci sono gli stranieri ma in realtà non c’è più niente e in questa situazione può succedere di tutto, anche una guerra civile. Il fatto che l’opinione pubblica sia convinta che con la guerra si porti la pace è illusorio perché la guerra non può essere portatrice di pace e i militari hanno un solo scopo: fare il loro lavoro e cercare di tornare a casa tutti interi. Se bombardi non porti la pace. E dire che l’occupazione esporta i diritti umani è ancora più illusorio perché non è così che si fa. Dire, come faceva la moglie del presidente Bush, che gli americani andavano per togliere il burqa alle donne, non significa nulla perché sotto quei burqa ci sono donne coraggiose che si nascondono sotto quella veste perché hanno paura di una situazione ormai molto pericolosa.

In Afghanistan chi stupra è la polizia corrotta e non c’è una cognizione del diritto: in questo status le donne non esistono»

Per quanto riguarda le afghane la situazione è molto diversa sul territorio: a Kabul, dove la frequenza scolastica delle ragazze è buona, in certi quartieri le donne usano un foulard come velo, mentre nei villaggi e in provincia le donne non hanno voce in capitolo e qui stupri, matrimoni forzati, analfabetismo, spose bambine, violenza domestica, impossibilità di accesso alla tutela della salute, sono la norma. Secondo l’ultimo report di Human Right Wach, l’87% delle afghane ha subito violenza – per metà violenza sessuale – e il 60% dei matrimoni è forzato – il 57% è con ragazze sotto i 16 anni – mentre il suicidio è uno dei modi per sfuggire alla violenza maschile.

«La situazione è peggiorata negli ultimi dieci anni di guerra e di occupazione Nato – ha detto mesi fa Samia Walid del Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan). Solo l’anno scorso sono stati 5000 i casi di violenza registrati al Ministero per le pari opportunità e la Commissione per i diritti delle donne, e molti altri non sono pervenuti. Molte donne hanno paura di denunciare i torti subiti perché sanno che il potere giudiziario è corrotto e che il tribunale non darà loro ragione o risarcimento. Negli ultimi 5 anni sono aumentati i casi di stupri sulle ragazze ed esiste una legge per cui un marito può violentare la moglie senza nessun problema legale». L’Afghan Women Network – rete di associazioni afghane impegnate nelle tutela dei diritti delle donne – dice che le istanze della società civile devono far parte del dialogo di pace e le donne devono essere messe in prima linea nella transizione post-Chicago. Le Nazioni Unite hanno chiesto direttamente alla Nato e al governo di Karzai di proteggere i diritti di milioni di donne afghane che «non possono essere compromessi da un qualunque accordo di transizione tra la Nato, altri partner internazionali e il governo afgano, o da qualsiasi negoziato di pace», e per questo gli investimenti finanziari dovranno «essere legati all’obbligo di adempiere agli impegni del governo afghano in tema di diritti umani e in accordo con la costituzione e i trattati».

Una preoccupazione fondata se si considera l’8 marzo di quest’anno, il governo Karzai ha regalato alle afghane «il codice di comportamento» emanato dal Consiglio degli Ulema, principale organismo religioso del Paese per cui le donne non possono viaggiare senza essere accompagnate da un uomo, non possono parlare con sconosciuti in luoghi pubblici come scuole, mercati e uffici, e a casa il marito può picchiarle «in conformità con la sharia». «Attualmente – dice Simona Lanzoni, direttrice dei progetti Pangea – le donne afghane non si sentono tutelate e protette dall’ANSF, l’esercito militare afghano, che è assolutamente insensibile e impreparato alle questioni di genere, al riconoscere le donne nei loro diritti e nei reali bisogni. Ed è quindi di vitale importanza che nel periodo di formazione e addestramento delle forze dell’ordine afghane, vengano coinvolte le donne e che esse stesse entrino a far parte del corpo di polizia.

È il momento di dare applicazione in Afghanistan alla risoluzione 1325 dell’Onu per coinvolgere le donne nel processo di pace»

La risoluzione 1325, «Pace, donne e sicurezza», è un testo delle Nazioni Unite sul ruolo delle donne prima, durante e dopo i conflitti, e chiede agli Stati di adottare una prospettiva di genere con una risposta ai bisogni specifici delle donne – prime e più gravi vittime dei conflitti – appoggiando le iniziative di pace delle donne locali e provvedendo a una partecipazione diretta di quest’ultime nelle trattative di pace e nella ricostruzione del paese. «In Afghanistan – spiega Lanzoni – le donne non hanno gli strumenti legali per portare avanti le loro richieste e il sistema legislativo fa acqua mentre il sistema tradizionale è forte.

Le donne hanno paura di uscire, quindi o c’è solidarietà, o sei da sola e paghi con la vita. In un Paese in cui alle donne non è permesso di uscire di casa da sole neanche se c’è il terremoto, il rischio è che le afghane paghino questa transizione e per evitare questa disgrazia ulteriore è necessario coinvolgerle nei meccanismi del processo di pace». Il presidente Obama ha assicurato che «mentre gli afghani si rialzano, non si troveranno soli», ma quello che si teme è che i soldi che verranno investiti in Afghanistan in futuro, circa 4,3 miliardi di dollari all’anno per tre anni (di cui loro garantiranno 2,3 miliardi, l’Italia 120 milioni di euro annuali, Gran Bretagna 110 milioni di dollari e la Germania 150), saranno destinati a finanziare soltanto le operazioni militari con grossi tagli agli aiuti civili. Se finora il 70% dei fondi è andato alla riorganizzazione dell’esercito e della polizia, alle strutture civili come ospedali, scuole, strade, che cosa andrà? La risposta potrà arrivare a Tokyo l’8 luglio quando si riuniranno i Paesi donatori per l’Afghanistan. Il rischio, in vista di un cambio strategico, potrebbe essere che diminuiscano anche i finanziamenti da un punto di vista civile. E allora sarebbero proprio le donne le prime a rimetterci.

 

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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