Pubblicità sessista

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Luisa Betti Dakli • 1 Gennaio 1970
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Cosa c’è dietro la battaglia ossessiva di Fratelli d’Italia contro il divieto di affissione per strada di cartelloni pubblicitari sessisti o violenti? Il senatore Malan, firmatario dell’emendamento che vuole rimuovere il divieto, ha ammesso candidamente in Aula qual è l’obiettivo: cancellare le limitazioni che impediscono di fare le campagne anti-aborto nei Comuni attraverso i manifesti per strada.

Nel 2021 sono stati introdotti nel Codice della Strada alcuni divieti, che in pratica impediscono sulle strade e sui veicoli, come le fiancate di tram e bus, “qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”. Ora grazie a un emendamento al ddl Concorrenza a firma Salvo Pogliese e Lucio Malan, presentato in Commissione Commercio e Industria dove il provvedimento è in esame, questi divieti potrebbero essere cancellati. Parliamo dell’eliminazione di tre commi dell’articolo 23, del decreto legislativo numero 285, del 30 aprile 1992.

il senatore Malan, che prendendo la parola in Aula ha spiegato qualche giorno fa che quest’emendamento “non è per apporre immagini oscene”, “né per istigare a discriminazioni”, ma “ci preoccupa che sulla base di questa legge sono state vietate, non solo dal Comune di Roma, ma anche da altri Comuni, delle affissioni pubblicitarie”, che riportavano messaggi come “‘I bambini non si comprano, no all’utero in affitto'”, un divieto, quest’ultimo, che l’anno scorso è stato introdotto per legge da questo governo, con il ddl Varchi che ha reso la Gpa reato universale.

Avete capito bene. Malan in pratica ha ammesso che quel divieto introdotto dal governo Draghi dà fastidio perché limita la possibilità di diffondere messaggi anti-abortisti e anti-gender. Il senatore poco dopo è ancora più esplicito: “Così come quando l’aborto era reato si poteva propagandare l’idea di legalizzarlo, io credo sia legittimo dire che una legge è una buona legge”.

Il senatore di Fratelli d’Italia stava rispondendo a Palazzo Madama alla collega del Pd Simona Malpezzi, che nel suo intervento aveva letto poco prima alcuni passaggi di una lettera aperta, sottoscritta da una quarantina di associazioni, promossa da Elena Rosa (presidente di LOFFICINA) e Laura Onofri (Presidente di SeNonOraQuando? Torino), e inviata ai componenti IX commissione del Senato, per chiedere loro di non votare la proposta e ritirare l’emendamento.

 

Lettera aperta ai Senatori e alle Senatrici componenti la 9° commissione permanente XIX Legislatura

Davvero vogliamo una pubblicità sessista, violenta, che contiene stereotipi di genere offensivi e lesivi della dignità  delle donne?

Sembra incredibile che più di cinquant’anni di lotte e di conquiste possano essere messi in discussione, anzi cancellati con tanta leggerezza: ha dell’inverosimile l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia (Lucio Malan e Salvo Pogliese), in esame in commissione al Senato, che propone la «Modifica al codice della strada» e prescrive l’abrogazione di tre commi di una norma in vigore dal 2021 sul divieto «sulle strade e sui veicoli» di «qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali». Quindi, niente più divieti ma propone di consentire, di nuovo, la pubblicità sessista, omofoba o lesiva della dignità delle persone. In una parola la pubblicità discriminatoria. Chiede di rimuovere il divieto alle pubblicità sulle strade pure per i messaggi non rispettosi «dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche».

Un emendamento che contrasta con  leggi già in vigore, come la convenzione di Istanbul, con le conquiste civili, l’educazione al rispetto della persone, la lotta agli stereotipi.  Siete consapevoli che in Italia la violenza di genere è in aumento? A cosa servono le dichiarazioni che, dopo ogni femminicidio, i politici fanno per condannare questo fenomeno, proporre un’educazione al rispetto e all’affettività, scevra da stereotipi sessisti? Anche la pubblicità, come sappiamo bene, fa cultura e influenza tutti e tutte e specialmente i giovani e le giovani

A cosa servono campagne sociali che incoraggiano la parità di genere, come succede negli altri Paesi europei perché valutata come fattore di crescita nazionale, per rivendicare  i diritti delle donne, far conoscere le leggi faticosamente conquistate negli anni e difenderle perché valgano davvero? Tutto il lavoro di gruppi e associazioni in difesa dei diritti delle donne  che mira a scardinare luoghi comuni e stereotipi sul ruolo delle donne, nel mondo del lavoro come in politica e nelle relazioni intime, che limitano la loro libertà e alimentano la violenza di genere che ha profonde radici culturali,  viene vanificato  con un emendamento che ci fa arretrare culturalmente, frutto di una mentalità a dir poco inquietante.

Questo emendamento è inaccettabile, visto che gli stessi pubblicitari hanno sentito il dovere di autocensurarsi, istituendo la Fondazione Pubblicità Progresso dal 1971 al servizio della crescita civile e sociale del nostro Paese per “contribuire alla soluzione di problemi morali, civili ed educativi della comunita’, ponendo la comunicazione di massa al servizio della collettivita’ e perseguendo l’intento di dimostrare l’utilita’ di un intervento pubblicitario professionale per stimolare la coscienza civile ad agire per il bene comune.”

Gli stessi pubblicitari hanno creato anche lo IAP l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria che, tramite il Codice di Autodisciplina, fissa i parametri per una comunicazione commerciale “onesta, veritiera e corretta”. Lo IAP ha il potere di abrogare la comunicazione che trasmette un’immagine stereotipata che nega le potenzialità, le conquiste e i diritti, che svaluta le donne o che promuove la soggezione e la violenza. Sono due gli articoli dedicati:

Art. 9 Violenza, volgarità, indecenza La comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale o tali che, secondo il gusto e la sensibilità dei consumatori, debbano ritenersi indecenti, volgari o ripugnanti. Art. 10 Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose. Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere. 

Alcune pubblicità travalicano il loro ruolo e divengono pensiero accettabile e diffuso, si depositano nel terreno emotivo di chi le assorbe anche distrattamente e possono diventare pensiero comune. Vogliamo davvero che la pubblicità trasmetta stereotipi femminili sessisti che rispecchiano la diffusa mentalità paternalista e patriarcale, un luogo comune radicato, un pensiero diseducativo che ha plasmato le menti e i comportamenti di milioni di uomini?

Chiediamo quindi a tutti i e le componenti di questa Commissione di fermare questa proposta e di bocciare l’emendamento.

_______________________________

Elena Rosa Presidente de LOFFICINA associazione che si occupa di analisi e denuncia degli stereotipi di genere della pubblicità ed è artefice di campagne sociali a favore delle pari opportunità e Laura Onofri, Presidente di SeNonOraQuando? Torino.

Sottoscrivono: Cgil Donne Nazionale, Coordinamento Pari Opportunità e Politiche di Genere Uil Nazionale, Senonoraquando? Coordinamento Nazionale Comitati, Noi Rete Donne, Casa Internazionale Delle Donne Roma, Aidos – Associazione Italiana Donne Per Lo Sviluppo, Differenza Donna, Udi Unione Donne In Italia, Giulia – Giornaliste Unite Libere Autonome, Pro Choice Rete Italiana Contraccezione Aborto, Gamma Donna, Assist – Associazione Nazionale Atlete, Educare Alle Differenze Ets, Arcigay, Senonoraquando? Torino, Comitato Pari Opportunità Provincia Bolzano, Vitadidonna Roma, Civiltà Laica Aps, Donnexdiritti Association, Break The Silence Italia Aps, Telefono Rosa Piemonte Di Torino, Casa Delle Donne Torino, Retedonne Snoq Cremona, Associazione Scosse, Senonoraquando Udine, La Città Delle Donne Odv, Donne per la Difesa Della Società Civile, Centro Donna Lucca, Udi Lucca, Snoq Livorno, Snoq Venezia, Snoq Marzì, Snoq Alto Adige Sud Tirol, Associazione Cittadini Di Rivoli

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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