A Betlemme il centro antiviolenza fatto dalle italiane

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Luisa Betti Dakli • 24 Novembre 2013
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Emanuela Moroli è presidente di Differenza Donna di Roma, la Onlus che, grazie al sostegno del Ministero Affari sociali dell’Anp e della Cooperazione italiana, ha costruito e fatto crescere quello che è considerato uno dei centri antiviolenza più all’avanguardia nel mondo: il Centro Mehwar di Beit Sahour, ai piedi di Betlemme, che nel 2010 ha ricevuto il premio per L’alto valore dell’impegno nella difesa dei diritti delle donne da parte dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Ed è qui che le donne palestinesi festeggiano il loro 8 marzo, che a Betlemme è cominciato già dal 5: “Due giorni fa è andato in scena un gruppo di Ramallah che è venuto a Mehwar con il suo spettacolo – racconta un’operatrice italiana del Centro – mentre il 6 c’è stato un trio di musiciste che dopo il concerto si sono offerte di insegnare i primi rudimenti dei loro strumenti alle donne che sono qui. Ma il grande giorno è oggi, 8 marzo, perché il Comune di Betlemme ha promosso un’iniziativa sulla piazza, dove si affacciano sia la chiesa della natività sia la moschea, per un confronto pubblico di tutte le organizzazioni di donne dell’area che prendono parte a un grande progetto della Cooperazione italiana: il Tawasol, che cerca di rendere stabile e strutturata la rete delle organizzazioni delle donne della Cisgiordania”.

“Le donne che arrivano per chiedere aiuto sono di solito mamme che non ce la fanno più  – dice Moroli – o giovani che subiscono pesanti abusi in famiglia, e che dopo l’ennesima violenza decidono di chiedere aiuto.

Un po’ di tempo fa è arrivata una ragazza giovanissima, il padre l’aveva legata a una catena con i cani perché era convinto che non fosse sua figlia. lei non riusciva a camminare e non veniva a pranzo perché fino a quel momento aveva mangiato nella ciotola con i cani”

Tawasol è il progetto che coordina la rete di tutte le associazioni di donne presenti su l’intero territorio palestinese ed è molto utile perché c’è uno scambio tra diverse realtà che serve a risolvere problemi diversi tra loro, mentre Mehwar coordina i centri antiviolenza aperti in territori molto tradizionali che sono nella zona di Hebron, e precisamente a Dura, Yatta e Hall, luoghi in cui non si esce di casa e dove gli sportelli sono stati aperti in edifici dove ci sono anche altri servizi, in modo da poter permettere alla donna di dire che sta andando dal medico o comunque da un’altra parte. Non c’è da stupirsi se si considera che in Palestina è ancora in vigore una legge giordana che risale al ’56, che prevede la pena di soli 3 mesi di carcere in caso di omicidi d’onore di mogli, sorelle o figlie.
Manuela Moroli

“Quando abbiamo pensato di fare il Centro antiviolenza in Palestina – spiega Moroli – abbiamo incontrato i ministri coinvolti e tutti ci dicevano che una cosa del genere lì era impensabile perché una donna che denuncia una violenza disonora tutta la famiglia, che non è padre, madre e figli, ma un intero clan. Così abbiamo costruito un luogo utile alla comunità e non un luogo reietto, inserendo non solo una serie di consulenze di tipo legale e psicologiche, ma anche una palestra gratuita, una caffetteria, un baby garden, una sala multimediale, aperti a tutte le donne, e ci sono state tantissime di loro che sono uscite di casa per la prima volta per venire in palestra”. Quando Mehwar è stato progettato era il 2000 e ci sono voluti 7 anni per costruirlo e prepararlo: il Centro è stato inaugurato nel 2007 alla presenza dei ministri di Hamas.

Il merito è stato di Diana Mubarak ministero degli Affari Sociali che è andata a chiedere aiuto alla cooperazione italiana perché non sapevano più come gestire le violenze e gli abusi sulle donne

e qui un uomo sensibile al problema, il dottor Aldo Sicignano direttore della cooperazione, si è interessato e ha dato vita al progetto. Un altro contributo importante è stato quello della municipalità di Betlemme che ha donato il terreno su cui è stato edificato il Centro, un regalo significativo in un luogo dove la terra è la patria pagata col sangue. L’edificio, che è stato costruito dagli architetti Roberto Barretta e Salameh Murkark, è una struttura fatta da due anelli concentrici con al Centro il giardino e le stanze delle donne, intorno a cui c’è un altro anello con gli uffici e le strutture aperte al pubblico come la palestra, il caffé, ecc.

Una struttura unica al mondo in cui il Centro di accoglienza vero e proprio non si vede ed è protetto dall’anello esterno che invece è collegato al territorio, in modo da unire l’esigenza di protezione di queste donne, che a volte sono anche rivendicate e cercate dalle stesse famiglie che le hanno abusate, senza trascurare l’importanza dell’apertura all’esterno con strutture rivolte a tutte le donne, anche quelle non abusate. “Per capire il livello di sudditanza – continua Emanuela Moroli – ti racconto la storia di una donna che aveva il figlio di 6 anni gravemente malato e che non poteva portare il piccolo dal medico perché il marito era fuori e lei non poteva andare da sola. Il bimbo è stato salvato da un parente, maschio, che lo ha preso e portato all’ospedale”.

In Palestina c’è un abisso tra la città e i villaggi rurali, perché in città le donne sono più avanti, più emancipate, più consapevoli, mentre nei villaggi ci sono situazioni limite, soprattutto in materia di libertà personale

 Eppure dei passi da gigante sono stati fatti, perché quest’anno il ministero palestinese degli Affari sociali ha presentato un piano nazionale antiviolenza, un evento importantissimo per questo territorio. Malgrado questo il cruccio è che adesso, a 10 anni dal progetto, il Centro passerà in mano alle istituzioni, una cosa prevista dal progetto stesso ma che un po’ preoccupa chi ha dato vita aMehwar “perché l’istituzione potrebbe ammazzare il Centro”.
La presidente di Differenza Donna, che ha formato tutte le operatrici che lavorano nel Centro con un interscambio durato anni tra le donne italiane e quelle palestinesi, è convinta che “con tutte le buone intenzioni, in realtà l’istituzione qui tende sempre a rimandare le donne a casa dopo il recupero e questo è un boomerang perché molte ricadono nello stesso problema per cui si sono arrivate. E’ vero che in Palestina una donna non può vivere da sola perché sarebbe emarginata, e quindi sono loro stesse che vogliono tornare a casa, ma il rischio è che siano uccise o che ritornino al Centro per nuove violenze, e quindi, il più delle volte, si cerca di affidare la donna a parenti o di farle avere un alloggio vicino la casa della famiglia. Alle volte però fuggire è l’unica possibilità e ricordo una delle poche donne arrivata da noi che non è più tornata a casa.

una ragazza venuta al Centro dopo che il padre l’aveva colpita con 4 colpi di arma da fuoco perché a 19 anni si era innamorata di un cristiano

La fortuna ha voluto che l’uomo fosse convinto di averla uccisa, mentre lei era viva ed è stata soccorsa e portata in ospedale dove è stata salvata. Il suo percorso è stato esemplare perché questa ragazza ha ricominciato lentamente a vivere dopo aver visto in faccia la morte, ma il problema si è ripresentato quando il padre ha saputo che era ancora viva e la rivoleva a tutti i costi.

Un giorno si sono presentati al cancello di Mehwar tre macchine con dentro uomini armati fino ai denti. Appena li ho visti arrivare ho capito e ho messo la ragazza su una macchina, dal retro, facendola portare in un albergo

Appena in tempo perché il padre, accompagnato da due uomini armati, è entrato chiedendo di lei. Noi eravamo rimaste in due, io e la coordinatrice, e lo abbiamo affrontato con un testa a testa di 5 ore. La cosa buffa era che lui rivendicava il possesso della donna perché era sua figlia e non capiva perché noi non gliela davamo e mi diceva arrabbiato: ‘ma cosa importa a te? Non è roba tua’. A un certo punto gli ho chiesto la ragione per cui dovevo dargli la ragazza sapendo che l’avrebbe uccisa, il perché avrei dovuto dare una persona in mano al suo assassino. In conclusione li abbiamo talmente esasperati che o ci uccidevano o se ne andavano. Se ne sono andati e oggi questa ragazza è viva, lavora in un altro paese, e soprattutto è libera”.
Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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