L’Italia di Draghi vota per la armi in Ucraina e boccia (di fatto) la pace

Qui va il tuo testo... Seleziona qualsiasi parte del tuo testo per accedere alla barra degli strumenti di formattazione.
Luisa Betti Dakli • 2 Marzo 2022
Condividi articolo

“Con l’invasione finisce l’illusione che la pace sia scontata ma io continuerò a cercarla con tutta la volontà, senza pausa”, ha detto Mario Draghi al senato, aggiungendo anche che se da una parte “Non è vero che ci siamo rassegnati a non perseguire la pace”, dall’altra “L’Italia non intende voltarsi dall’altra parte” e anche se “Da tutto ciò se ne esce con la pace, col dialogo – ha aggiunto Draghi – ho l’impressione che questo non sia il momento”.

Le contraddizioni di una risoluzione anticostituzionale

Mario Draghi

Insomma il presidente del Consiglio trascina l’Italia alla guerra perché oltre a prevedere l’obiettivo della de-escalation militare, l’assistenza ai civili in Ucraina e l’accoglienza delle persone in fuga che arrivano in Italia, prevede anche la sospensione del Patto di stabilità e soprattutto la cessione di armi e strumenti militari che è in netto contrasto con l’obiettivo della de-escalation. Una risoluzione pesante che rischia di alimentare la pericolosa escalation verso una guerra mondiale e cade come una pietra tombale sull’articolo 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (…)”.

Svezia e Germania partecipano alla guerra

Olaf Scholz

Una decisione già presa dalla Svezia, storicamente neutrale, e dalla Germania, che in realtà è pesantemente dipendente dalla Russia in materia di risorse energetiche. E se il cancelliere Olaf Scholz manderà 1.000 armi anticarro e 500 missili terra-aria Stinger, stanziando anche 100 miliardi di euro per la l’esercito federale “per investimenti necessari e nuovi sistemi d’arma”, Draghi è pronto a spedire in Ungheria e Romania 1.350 militari italiani che entro il 30 settembre saliranno fino a 4 mila. Un provvedimento, quello sulle armi da guerra italiane fornite all’Ucraina preparato dal ministero della Difesa e approvato dal Consiglio dei ministri, previa autorizzazione del Parlamento, che stanzia 12 milioni di euro per materiale bellico. 

Chi ha già mandato armi all’Ucraina

Ma non è finita, perché c’è chi ha già inviato le sue armi all’Ucraina che dimostra di essere molto meglio equipaggiata di quanto non sembri tanto da rendere difficile l’occupazione russa. Gli Usa sono hanno già mandato missili anticarro portatili Javelin a guida infrarossi autonoma e i potenti missili antiaerei (Manpads); a Gran Bretagna armi leggere, anti-armatura, anticarro e personale militare di addestramento; gli Stati baltici missili anticarro e antiaerei; Repubblica Ceca armi leggere; Canada un contingente di forze speciali; Danimarca una fregata nel Baltico, più 4 caccia F-16 in Lituania; Olanda 2 caccia F-35; Turchia droni Bayraktar, in grado di combattere e acquisire informazioni.

Interventi massicci e decisi senza remore morale, malgrado i numerosi interessi economici che tutti questi Paesi hanno neo confronti della Russia di cui la maggior parte, non possono neanche pensare di fare a meno. Azioni che dimostrano che quando le economie sono in discesa libera, come succede adesso dopo due anni di pandemia che ha immobilizzato gran parte dell’economia mondiale, quello delle armi è un mercato che “non muore mai e che riesce a risollevare quelle economie in maniera rapida anche se non indolore.

Il ruolo determinate della Cina 

Wang Yi

L’impero del dragone potrebbe diventare il vero ago della bilancia per un accordo nella crisi russo-ucraina, come riportato in queste ore dopo le dichiarazioni Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, nella telefonata avuta su richiesta di Kiev con la controparte Dmytro Kuleba. Ma se da un parte la Cina “deplora lo scoppio del conflitto tra Ucraina e Russia ed è estremamente preoccupata per i danni ai civili”, dall’altra mette la violazione della sovranità dell’Ucraina allo stesso livello dell’espansione della Nato verso la Russia, riconoscendo quindi la pericolosità dell’entrata dell’Ucraina nella UE e quindi nella Nato e la posizione scomoda di Putin nel caso fosse rivendicata a tutti i costi, come sembra, dal presidente Zelens’kyj. Wang Yi ha infatti sottolineato che la Cina ha sempre creduto che “la sicurezza di un Paese non possa essere a scapito della sicurezza di altri Paesi e che la sicurezza regionale non può essere raggiunta espandendo i blocchi militari“.

I Paesi non schierati contro la Russia e l’Onu

Volodymyr Zelensky

Mentre l’Unione Europea smania per avere l’Ucraina tra gli scranni del suo Parlamento votando la mozione che approva lo status di candidato per il Paese, e applaudendo al discorso del presidente Zelensky intervenuto in collegamento alla plenaria, non tutti sono d’accordo nel condannare la Russia: c’è chi tace o chi lo dice apertamente. A non aver preso ancora posizione contro la Russia ci sono molti paesi: oltre naturalmente la Bielorussia anche il Venezuela, l’Eritrea, Cuba, Iran, Siria, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, Brasile, ma anche Mauritania, Namibia, Senegal, Somalia, Sudan, Camerun, Gabon, Pakistan, gli Emirati Arabi e soprattutto soprattutto l’India.

António Guterres

Oggi c’è grande attesa per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York convocata d’urgenza per votare la risoluzione contro Mosca che definirà tutti gli schieramenti della nuova guerra. Il segretario generale dell’Onu, António Guterres,  ha detto che “la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti, devono essere rispettate”, e poi ha annunciato il piano da 1,6 miliardi di dollari per aiutare le persone che scappano dalla guerra.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

“Il prezzo del sangue” in Iran: Goli Kouhkan, vittima di matrimonio forzato a 12 anni, sarà giustiziata

Autore • 10 Novembre 2025

Avanti Marx! Il nuovo sindaco di NY Mamdani, inizia la transizione nominando un team di 5 donne

Autore • 7 Novembre 2025
Vai alla rubrica