Il mansplaining di Barbero? Uno stereotipo vecchio come il cucco

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Luisa Betti Dakli • 22 Ottobre 2021
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Prima Barbara Palombelli, adesso Alessandro Barbero. No, in effetti non ce la possiamo fare, non ce la faremo mai. Perché è troppo forte il pregiudizio per cui la responsabilità è sempre e comunque delle donne che non sanno scegliersi il partner, che non sono capaci di dare un buon padre ai loro figli e quindi poi li esasperano e vengono ammazzate, donne che non sono capaci di prendersi una fetta di potere, che sono troppo “mosce” per arrivare al successo, poco aggressive e “spavalde” per arrivare dove invece gli uomini arrivano facilmente. Giudizi, pregiudizi, stereotipi che neanche lo storico Barbero, con la sua sapienza e conoscenza, è riuscito a smarcare.

Pregiudizi che non sono chiacchiere da bar, ma messi in bella copia su giornali, o ribaditi in televisione davanti a milioni di spettatori e spettatrici che si sono ribellate

La forza devastante dello stereotipo

Alessandro Barbero

Un pregiudizio forte, radicato, che è proprio la causa profonda non solo di parole gravissime gettate al vento come perle di saggezza, ma del perpetuarsi di una condizione di subalternità femminile. Perché quando Barbero parla di “differenze strutturali” tra uomo e donna, lo fa pensando che in effetti le donne sono di una pasta diversa, e che non possono gareggiare con la sfacciataggine maschile che serve per arrivare a ricoprire le poltrone che contano. E quindi si permette, come tanti altri, di dirci come dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare, facendo un mansplanning che da lui non ci saremmo mai aspettate. Successo, competizione, gara, non sono cose da donne: donne che invece, come lui ben sa, hanno fatto la storia ma non tanto quella dei nomi (pochi) che leggiamo sui libri imposti nel nostro percorso scolastico, quanto la storia non scritta ma vissuta, creata.

Cosa ha detto Barbero e perché 

Quando nell’intervista della “Stampa”, la giornalista chiede perché le donne “faticano tanto non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere pari retribuzione o fare carriera”, Barbero mette le mani avanti dicendo che il suo “compito è quello di indagare il passato, e non il presente e il futuro”, e lo fa perché sa cosa sta per dire. Lui è ben consapevole che quella sua convinzione che cova dentro, con cui è cresciuto, come tutti, è lì che aspetta di venire fuori una volta per tutte come un atto normalizzante e liberatorio.

L’attrazione fatale è quella di essere uguale a tutti gli altri e di sbandierare uno stereotipo vecchio come il cucco come un’opinione critica e personale

E siccome sa che ci sta rimettendo la faccia, lui risponde non da storico ma come “cittadino” per attutire il colpo. “Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale siamo lontani da una effettiva parità in campo professionale – risponde Barbero alla giornalista che lo incalza. E mettendo di nuovo le mani avanti continua dicendo: “Rischio di dire una cosa impopolare, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali tra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi”.

Parole che preparano ulteriore terreno alla stoccata finale, all’idea che lui si è fatto senza accorgersi che è la stessa idea per cui fino agli anni Sessanta le donne non potevano entrare in magistratura perché “ragionavano con l’utero”, o ancora prima non potevano avere accesso al voto, o andando ancora a ritroso, perché non potevano accedere alla vita politica e a quella sociale.

Proprio per questo, perché la loro attitudine era considerata del tutto diversa rispetto a quella degli uomini, in quanto legata soprattutto al piano riproduttivo tout court

Dove sta il manspanning

Affermazioni che proprio da lui, che la storia la maneggia come una “massaia maneggia lo straccio”, noi non ci saremmo mai aspettate. Lui che ha tutti gli strumenti non solo per capire ma anche per destrutturare questo tipo di stereotipo, ovvero che la donna è diversa e che questa diversità “strutturale” la penalizza a prescindere. Ma Barbero non si ferma qui e va oltre sapendo che quel salto mortale carpiato gli costerà caro, anche se ormai non si può più fermare perché la tentazione è troppo grande. Alla fine quindi la sua sentenza arriva con un escamotage, ovvero la formula in una domanda retorica:

“È possibile che in media le donne manchino di quella aggressività, spavalderia, sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi?”

Barbara Palombelli

e poi rassicura: “Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi”. Certo, noi non ci scandalizziamo perché questo ritornello ce lo sentiamo buttare in faccia da quando mettiamo piede nel mondo, ed è difficile spiegare la sensazione di quando, alcune di noi ma non tutte, si rendono conto che si tratta del più grande inganno della storia dell’umanità: un tranello che ti coinvolge in prima persona e in tutto quello che fai o decidi di fare solo perché sei nata “femmina”. Un muro, contro cui si schiantano sogni, aspettative, desideri, che non sono responsabilità nostra, personale, del nostro carattere, ma perché c’è un pensiero, una cultura millenaria, che ha deciso che tu, in un modo o in altro, quelle cose non le puoi fare. Ed è un pensiero maschile, anche quando a professarlo è una donna, come ad esempio ha fatto in maniera reiterata Palombelli nel ribadire, ancora due giorni fa nel suo programma televisivo “Forum”, che le donne in fondo se la cercano e che se fanno figli con uomini violenti, la responsabilità è sempre e comunque la loro.

Ce la possiamo fare anche senza 

E anche quando la giornalista gli ricorda che forse esiste “mondo storicamente dominato dai maschi” che oppone “resistenza all’ascesa delle donne“, Barbero la liquida in maniera semplicistica, quasi fosse un pensiero ingenuo, dicendo che “se così è, allora è solo questione di tempo. Basterà allevare ancora qualche generazione di giovani consapevoli e la situazione cambierà”. Maddai, che notizia! Se lo avessi saputo prima mi sarei tranquillizzata. No, la verità è che se si è mosso qualcosa, se qualche passo in avanti in questa lotta per la civiltà, è stato fatto è proprio grazie alla spavalderia, alla forza e alla profonda sicurezza di sé espressa anche storicamente da quelle donne che hanno voluto di più, che hanno capito che il loro ruolo non era soltanto subalterno, e che oltre il muro della minaccia e del controllo maschile, c’era un mondo creato dai loro corpi.

un corpo storicamente espropriato, violentato, usato, giudicato, svuotato e riplasmato proprio attraverso quegli stereotipi che Barbero, come tanti altri, ci propina ancora oggi

Un corpo che è come vuole essere, libero e secondo il desiderio di chi lo incarna, al di là dello sguardo dell’altro e senza che qualcuno dica come deve essere. Noi sappiamo come sfidare un potere bel consolidato, quello che ci serve sono alleati che si mettano in ascolto, gli uomini che ci dicono come dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare, sono diventati noiosi e privi di qualsiasi interesse.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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