Cassazione: imporre l’alienazione parentale su madri e figli è nazista

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Luisa Betti Dakli • 20 Maggio 2021
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Una nuova ordinanza della Cassazione potrebbe dare nuovo sviluppo alla condanna sull’uso indiscriminato della pseudo-teoria dell’Alienazione parentale nei Tribunali, portata avanti da una certa psicologia giuridica, tramite le Consulenze tecniche d’ufficio (Ctu), e sposata spesso dai giudici di tutta Italia. Provvedimento che in un colpo solo:

ha annullato il decreto della Corte d’Appello di Venezia sull’affido esclusivo di una bambina di 6 anni al padre, escludendo la madre, sulla base di un primo provvedimento del Tribunale di Treviso

Non è la prima volta che succede

Due anni fa anche la sentenza 13274 rigettava il costrutto della Pas (Parental alienation syndrome) rilevando la:

 

Gabriella Luccioli

Dichiarazioni che spingono fuori dai tribunali l’idea che si possa stabilire l’affido di un minore in sede separatoria, fondando la decisione su perizie basate su un costrutto mai dimostrato scientificamente. Sentenza che ribadiva quella già redatta nel 2013 dalla Presidente di sezione della Suprema Corte, Gabriella Luccioli, che stabiliva non solo che “l’ipotesi della Sindrome di Alienazione Parentale (Pas) necessita di un conforto scientifico” ma anche che il suo fondatore

Richard Gardner era un “volontario non retribuito” alla Columbia noto per “aver giustificato la pedofilia”

Richard Gardner

Un medico, Gardner, reso famoso dal caso Farrow-Allen negli Stati Uniti, che descriveva i bambini come demoni che odiano i padri, guidati da “madri malevoli” che li strumentalizzano attraverso false accuse, contro mariti sempre innocenti (R. Gardner, L’isteria collettiva dell’abuso sessuale, ed. Quattro Venti, Urbino 2013, pp. 148-149). Donne che se invece fossero oneste, sempre secondo Gardner, preferirebbero “vivere in una situazione nella quale i loro bambini sono sessualmente abusati piuttosto che soffrire la rottura del loro matrimonio” (R. Gardner, True and False Accusation of Child Sex Abuse, ed Creative Terapeu- tics, Cresskill NJ 1992, p. 15).

Una teoria, la Pas, inventata sostanzialmente per difendere i pedofili con l’equazione: la parola di un adulto contro quella (indimostrabile) di un bambino, che poi è stata ampiamente sviluppata per difendere anche i maltrattanti in sede civile e in separazioni che spesso avvengono proprio in presenza di una violenza domestica non riconosciuta dalle stesse Istituzioni.

Ma davvero l’alienazione parentale ha così appeal nei tribunali?

Sembra di sì, perché malgrado i vari respingimenti da parte della Cassazione, che dovrebbero fare giurisprudenza, le mamme continuano a chiedere aiuto ininterrottamente, da quando la legge 54/2006 sull’affido condiviso, con la bandiera della bigenitorialità, è diventata uno strumento di punizione per le donne che decidono di interrompere una relazione tossica. Uno stravolgimento che rende i bambini strumento di ricatto per ritorsioni da parte di ex partner che sono liberi di infierire sui loro cari, tanto da mandare i figli anche in una struttura pur di non collocarli presso la madre.

Uomini che esplicano azioni di una violenza inaudita, appoggiati da avvocati, psicologi e psichiatri della scuola gardneriana, ma anche da magistrati impreparati che si affidano completamente a una certa psicologia, senza uno straccio di incidente probatorio

Non tutti però. Perché questa nuova pronuncia della Cassazione (ordinanza 13217/2021) non solo smonta il “controverso fondamento scientifico della sindrome Pas, cui le ctu hanno fatto riferimento senza alcuna riflessione sulle critiche emerse nella comunità scientifica circa l’effettiva sussumibilità della predetta sindrome nell’ambito delle patologie cliniche”, ma va oltre rivelando qualcosa di molto interessante. Sul piano della validità scientifica si raccomanda di

facendo una equazione molto importante della Pas con la “sindrome della madre malevola”, mettendo in luce un fatto essenziale riscontrato ormai come prassi in molti procedimenti di questo tipo.

La “madre malevola”

Nelle Ctu sugli affidi, che di fatto decidono le sorti in tribunale, non è quindi più necessario nominare la Pas, in quanto basta individuare una “falla materna” etichettabile come “madre malevola”, “conflitto di lealtà”, “madre simbiotica”, o altro, per attribuire la responsabilità del rifiuto del bambino dell’altro genitore a una mamma sempre e comunque sbagliata. “Comportanti materni deviati” che se anche non determinano un dolo nell’immediato presente, potrebbero produrre possibili traumi nel futuro del bambino. Un’eventualità remota su cui si basa la distruzione, reale ed effettiva nonché immediata, di minori sradicati dal loro ambiente, dalle abitudini, dagli affetti, e privati della figura materna, per poter

garantire invece la proprietà della prole e il controllo sul nucleo da parte del pater familias, e questo senza svolgere una seria indagine oggettiva sulle cause reali del rifiuto del bambino verso il padre

“Supposizioni di dolo” formulate da psicologi e psichiatri tramite costruzioni ad hoc per far fuori una volta “mamme ribelli”. Ma la Cassazione stavolta fa ancora un passo ulteriore che spazza via ogni dubbio dicendo che

Che significa Tätertyp? Vediamolo insieme

Edmund Mezger

Il termine “Tätertyp” o “Taterschuld” deriva dal tedesco e significa “colpa d’autore o colpa per il modo d’essere”, e prevede una sanzione per la persona che risponde penalmente non per un’azione specifica ma per quello che è o che pensa. Quindi quello che va punito non è l’azione in sé, ma un modello umano e sociale fuori dal modello prestabilito e imposto. Quello che Edmund Mezger chiama “colpa per la condotta di vita”. Lo scopo è la preservazione del corpo sociale da cui si respinge il “corpo estraneo” che mette in pericolo l’ordine prestabilito, punendolo ed estirpandolo prima che possa entrare in azione e sulla base di supposizioni. Esattamente il procedimento messo in atto nei tribunali in cui la diagnosi di Alienazione parentale è solo la chiave per non turbare l’ordine prestabilito.

Il perno della famiglia è il padre indiscusso, al di là delle sue condotte che non vengono né indagate né prese in considerazione, e quello che va estirpato è il corpo estraneo, ovvero colei che si ribella allo status quo: la donna che vuole separarsi da una relazione tossica e difende il bambino che rifiuta di stare con l’atro genitore perché ha paura. Ma guarda caso questa teoria del diritto penale lombrosiana, che deriva dal medioevale Bannitus, è stata ampiamente sviluppata dal nazismo negli anni ’40: il modello penale nazionalsocialista, improntato sul presupposto della colpevolezza, incasella “la colpa” perché avversa al Gheist del Popolo, e quindi al Führer.

Il Tätertyp nazista affonda le radici nell’antropologia tribale ma è soprattutto il simbolo dall’abnormità di un comportamento che merita una punizione espressa pubblicamente per la restaurazione dei valori messi in discussione

Un monito chiaro e ormai ben percepito che, riguardo al nostro discorso su affidi coatti e separazioni giudiziarie, dissuade molte donne a denunciare e a fuggire da relazioni con maltrattanti o abusanti, perché sanno che la loro “ribellione” potrebbe ricadere ferocemente su di loro e sui loro figli con vendette non solo da parte dell’ex ma da parte del sistema stesso. Georg Dahm, avvocato penalista e rappresentante del diritto penale nazionalsocialista, ha sviluppato ampiamente il Tätertyp (“Der Tätertyp im Strafrecht”, Leipzig, 1940) e diceva che un “ladro” non è chi ruba ma qualcuno che è “per natura un ladro”.

Una teoria che si basa su pregiudizi: e chi meglio degli stereotipi femminili incarnano i pregiudizi universali? Si sa, le donne sono “bugiarde di natura”, tendono a manipolare gli altri per avere vantaggi, streghe che usano i figli per ricattare i loro mariti, “madri malevoli” che sussurrano nelle orecchie dei loro bambini, e così via. A questo punto c’è da chiedersi: la giustizia può basarsi su questo? Su teorie infondate sostenute solo da stereotipi culturalmente radicati che non hanno nessuna oggettività? Possiamo accettare che un metodo “nazista” abbia ormai invaso le aule di tribunale decidendo delle vota dei nostri bambini e punendo chi cerca aiuto e protezione?

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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