Perché Laura Boldrini presidente è una vittoria di tutte le donne

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Luisa Betti Dakli • 16 Marzo 2013
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È la terza carica dello Stato ed è la terza donna, dopo Nilde Iotti e Irene Pivetti, che viene scelta per questo incarico. Parliamo di Laura Boldrini, eletta con Sel alle ultime elezioni italiane, e che oggi è passata con 327 voti (malgrado i 13 voti mancanti dell’area dei deputati del centrosinistra), in un Parlamento in cui siederà sulla poltrona della Presidenza alla Camera. Una doppia conquista perché oltre al fatto che ci sia una donna su quella poltrona, c’è anche che Laura Boldrini, 51 anni ed ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ci sia arrivata per i suoi meriti, per il suo impegno e non per cooptazione maschile, e anche grazie al lavoro di tutte quelle donne che, dopo 20 anni di berlusconismo, hanno cominciato a far sentire la loro voce contro gli stereotipi femminili, per il diritto a una vita libera dalla violenza, e a spingere per avere un potere più consistente nelle loro mani. È per questi motivi, di merito personale e spinta collettiva femminile, che la sua elezione è un motivo di orgoglio per tutte le italiane, troppo abituate a vedere in luoghi di responsabilità o donne portatrici di una progettualità maschile (governo Monti), o anche scelte in base a scambi di favori di diverso genere (governi Berlusconi).

Il discorso di Boldrini oggi alla Camera ha dimostrato che una donna autonoma ha il potere di sbaragliare un tavolo maschile

fino a oggi guidato dai maschi su altro, riportando tutti su un terreno diverso anche in una sede istituzionale come la Camera dei deputati. Boldrini ha messo in chiaro in questo suo discorso, tutti gli elementi più urgenti di un Paese sull’urlo del baratro come l’Italia: ha parlato di immigrazione, lavoro, esodati, giovani, delle vittime della mafia, disabili, dei “detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante”, dei “pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti”, ma soprattutto ha per la prima volta sbattuto in faccia a quell’assemblea il femminicidio di cui le donne italiane sono ostaggio, dicendo chiaramente che “Dovremo farci carico della violenza subita dalle donne travestita d’amore”, sottolineando che si tratta di “un impegno che sin dal primo giorno affidiamo al Parlamento”: parole che hanno provocato in aula una vera e propria standing ovation su cui anche alcune deputate Pdl si sono alzate in piedi per applaudire.

Un atto che mi riempie di gioia perché in Italia la campagna contro la violenza sulle donne – femminicidio –  è partita in maniera costante dal 2010, quando nessuno si sarebbe mai sognato né di inserire la parola femminicidio nei suoi articoli – soprattutto dei grandi giornali e telegiornali –  né tanto meno indicarlo in un discorso istituzionale generale come questo.

Laura Boldrini presidente della camera

Nel corso della campagna elettorale, Laura Boldrini è stata una di quelle candidate che si è pronunciata apertamente e pubblicamente sul femminicidio prima di essere eletta, ed è stata la prima in assoluto a porre attenzione alla mia lettera aperta rivolta ai leader della sinistra, affinché parlassero dalle loro tribune di femminicidio e diritti dei minori, a cui hanno risposto poi Ingroia e Vendola.

Ma se oggi si è arrivati a questo è perché prima c’è stato un lavoro delle donne che ha nno continuato a combattere

Circa tre anni fa la Casa delle donne di Bologna e l’associazione nazionale dei centri antiviolenza, DiRe, cercavano di far arrivare all’opinione pubblica quello che si svolgeva tra le mura domestiche italiane e che rimaneva però senza eco, in un contesto dove i centri antiviolenza erano sul lastrico perché gli enti locali tagliavano fondi, e già allora si parlava di “mattanza” perché le donne uccise per mano di ex partner, fidanzati, mariti erano già tante (troppe). Emanuela Moroli di Differenza Donna nel 2010 diceva che “La situazione più comune è la violenza in famiglia ma adesso stiamo sfiorando il 90%, e la cosa tragica è che sono sempre partner o ex partner o anche i parenti più stretti. Figure che più sono vicine e più sono pericolose con un livello altissimo di stalking che spesso sfocia nell’omicidio”.

Da quel momento il numero delle donne uccise in ambito di relazioni intime non è andato a diminuire ma a crescere, e sembrava che nessuno se ne accorgesse. Una svolta decisiva è stata però la Piattaforma Cedaw – che ha riunito il meglio delle associazioni che lavorano sul territorio nazionale sulle donne – e che ha portato nel luglio 2011 alla Commissione Cedaw dell’Onu, una lucida e realistica analisi sulla condizione delle italiane: un rapporto che le ong di un Paese che ha ratificato la “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne”, può fare legittimamente, soprattutto quando il governo (come nel caso dell’Italia che allora era sotto Berlusconi) si dimentica di farlo. Da lì è cominciata una fitta campagna su contenuti che ancora i media italiani non trovavano così interessanti, e che le stesse istituzioni italiane stentavano a rendere pubbliche, come sottolineò in un chiarificatore intervento Violeta Neubauer (componente della Commissione Cedaw), nella Sala dei Mappamondi di Montecitorio nel gennaio 2012.

Insieme a lei in Italia c’era anche la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, che nel suo monitoraggio sull’Italia rimase scioccata per l’incidenza della violenza domestica nella violenza contro le donne italiane (circa l’80-85%), quasi quanto fui scioccata io nel vedere così pochi colleghi giornalisti durante la conferenza stampa che Manjoo tenne prima di ripartire dall’Italia. Era chiaro che le Nazioni Unite fossero allarmate per quello che succedeva qui, tanto che Neubauer, prima di ripartire, disse chiaramente: “Se non cambiate gli stereotipi non vincerete mai”. Anna Pramstrahler della Casa delle donne di Bologna, coordinatrice della ricerca sul femminicidio nel Rapporto Ombra, sosteneva che il femminicidio risultava “aumentato nel corso degli ultimi 6 anni”, e che l’Onu già nel luglio del 2011 chiedeva all’Italia di svolgere ricerche e azioni per fermare questi delitti. “La cosa assurda – diceva Pramstrahler – è che mentre

in Francia e in Spagna lo stato ha istituito un osservatorio speciale per il femminicidio, qui gli Interni non hanno mai avuto la raccolta di dati trasversali

Pietro Grasso e Laura Boldrini

Ed è stato in quel momento che con la Rete nazionale delle giornaliste italiane avviammo un dibattito con un documento sulla corretta informazione sulla violenza di genere-femminicidio, le cui istanze furono riprese dalle colleghe nelle rispettive redazioni per proporre-imporre un corretto linguaggio: non solo meno offensivo per le donne, ma soprattutto più aderente alla realtà, al fine di portare alla luce un fenomeno che non poteva essere più trattato come un mero fatto di cronaca nera e con movente di gelosia. E fu così che cominciò la vera campagna sul femminicidio, che non fu una parola semplice da far usare perché molti avevano dubbi “grammaticali”. Una campagna che ha dato effetti insperati, perché ha dato l’input per approfondire il fenomeno e per far riflettere anche gli uomini: è così che anche nomi famosi come Adriano Sofri, Roberto Saviano, Riccardo Iacona, hanno cominciato a virare la loro attenzione verso le donne e il femminicidio, ed è stato per il lavoro sotterraneo delle donne che tutto ciò è potuto succedere.

Questa storia l’ho voluta raccontare, anche se per sommi capi, non per far vedere che siamo brave, ma perché la vittoria di avere Laura Boldrini, oggi, su quella poltrona, è una vittoria di tutte le donne e che ciò accade quando le donne sostengono le politiche delle donne; e per sottolineare che se oggi il parlamento si è alzato in piedi alla parola “violenza subita dalle donne”, è perché ci sono state donne che malgrado fossero inascolate, malgrado fossero poche e disgregate, malgrado le loro differenze, hanno continuato a lottare per qualcosa che era giusto venisse alla ribalta: il diritto delle donne ad avere una vita libera dalla violenza.

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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