Da Grillo a Campobello: ragazze che denunciano lo stupro sulla graticola come carne da macello

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Luisa Betti Dakli • 30 Aprile 2021
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L’affaire Grillo sta creando in un gorgo senza fine. Il processo si è ormai trasferito negli studi televisivi e un’improbabile giuria di panzoni incravattati, si alterna su diverse pagine sfogando pregiudizi come bubboni che scoppiano appena li tocchi. Una vittimizzazione secondaria che sta avvenendo sulla pelle di chi ha denunciato lo stupro di gruppo nella villa in Costa Smeralda di Grillo la mattina del 17 luglio del 2019. Una grancassa che ha provocato anche l’abbandono di uno dei legali della difesa che ha lasciato l’incarico dopo le dichiarazioni del suo cliente alla trasmissione “Non è l’arena” di Massimo Giletti su La7.

Ma a rivittimizzare una ragazza che denuncia uno stupro possono essere tutti, perché tutti si possono prendere la briga di parlare, insinuare, rettificare sul copro di una donna considerata terra di nessuno, tanto meno di se stessa

Come la ragazza che a 18 anni ha denunciato a febbraio uno stupro avvenuto a Campobello di Mazara, in Sicilia provincia di Trapani, durante una finta festa organizzata da 4 suoi amici proprio per stuprarla. Attirata con l’inganno dai giovani di cui lei si fidava, la giovane è stata fermata, bloccata e trattenuta, tanto da presentare lividi sul corpo, e violentata dai suoi stessi amici che poi l’hanno portata a casa. Lei ha denunciato a febbraio e sono iniziate le indagini preliminari con i 4 ragazzi che ieri sono stati messi in custodia cautelare (due in arresto e due ai domiciliari) per pericolo di inquinamento delle prove e pericolo di fuga.

Michela Murgia

Ma a rivittimizzare questa volta è stato proprio il padre della ragazza quasi a confermare quanto diceva una settimana fa Michela Murgia, ovvero che “c’è un Grillo in ogni famiglia”. Sì perché questa volta il padre della ragazza è andato alla caserma dicendo che quelli sono “bravi ragazzi” e che la colpa è della figlia che “era ubriaca” e non capiva bene cosa stesse succedendo. “Mia figlia vi ha raccontato dei fatti non veri, era ubriaca e quindi non era in grado di capire ciò che stava accadendo”, dice il padre secondo quanto riportato da  Repubblica aggiungendo:

“Questi sono dei bravi ragazzi, le ferite che mia figlia ha alle braccia sono dovute al fatto che i suoi amici tentavano di riportarla a casa, ma lei era ubriaca e faceva resistenza”

Un padre che considera la figlia sua proprietà anche al di sopra della legge e che quindi si sente in grado di perdonare chi ha usurpato la sua proprietà, se lo crede opportuno: un pater familias a tutto tondo. Affermazioni che danno il là al carosello che è ormai diventato prassi: te la sei cercata, ti è piaciuto e poi si è pentita, si vuole vendicare, prima ci stava e adesso si lamenta, era ubriaca e sembrava ci stesse. Concetti che rimbombano nei tribunali, nelle case, nelle famiglie, tra gli amici, al bar, tra i medici, negli studi televisivi, tra i giornalisti, sui social, per strada, ovunque, e che fanno parte di quella che le femministe negli anni ’60 battezzarono come cultura dello stupro e che ancora oggi vige, domina, amministra.

E non importa se la ragazza sia maggiorenne o minorenne perché se è successo quello che è successo significa che è una donna a tutti gli effetti: dando luogo al racconto porno soft che si consuma su giornali e tv come un ricco pranzo su cui far abbuffare il pubblico guardone. Ma la lista è lunga: dalla ragazza di 16 anni stuprata dai suoi coetanei a Montalto di Castro che ha avuto tutto il suo paese contro, la giovane di Melito di Porto Salvo, in Calabria, stuprata a 13 dal branco e poi costretta a fuggire al Nord per le ripercussioni del caso, o ancora il più recente caso delle ragazze americane che avevano denunciato due carabinieri di stupro a Firenze e massacrate su molti giornali.

Giuliano Ferrara: “Sono un porco stupratore?”

Gente che non ha mai letto una riga sulle dinamiche della violenza maschile, né l’ha mai toccata neanche di striscio, ma che si sente in grado di aprire la bocca improvvisandosi giudice dei miei stivali, perché sul corpo delle donne tutto è lecito: un territorio che se non è di qualcuno è di tutti.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara lo ha fatto l’altro ieri sulla ragazza che ha denunciato Ciro Grillo e i suoi amici, e con un twitt da rebus della settimana enigmistica ha chiesto a una platea immaginaria, se il suo dubbio sulla versione della ragazza sia legittima o se per questo dovrebbe passare da “vecchio porco”. La risposta verrebbe spontanea ma mentre lui può dire tutto con un savoir faire del parolaio navigato, noi non la diciamo. Ferrara segue le orme di Grillo, ma lo fa non nel modo sguaiato e sconnesso del comico ma in maniera subdola.

parla di una “coscienza fragile femminile”, una frase che sembra estrapolata da un libro di “Harmony” nel momento clou (ecco dove ha studiato la dinamica dello stupro, ora l’abbiamo capito)

Anselma Dell’Olio

Non solo perché il suo preziosissimo pensiero Ferrara lo aveva già sciorinato sul suo giornale, dove metteva in dubbio non la ragazza ma il nostro codice, affermando che le vittime hanno tutti i diritti mentre gli imputati se la prendono in saccoccia. Ferrara scrive sul Foglio: “Con la copertura dell’anonimato e delle garanzie a senso unico per le vittime si riparano forse torti storici con una vendetta sociale ma non si rimette a posto la situazione determinata da nuove e severe leggi, e la strada della giustizia, l’unica cosa che conti per maschi e femmine, è un vicolo cieco”. Cosa?

La risposta della moglie Anselma Dell’Olio

Una bestialità che ha fatto schifo anche alla moglie, Anselma Dell’Olio, che risponde al marito: “Una notte brava, nulla più, tuona trionfante il grande intellettuale europeo fondatore del Foglio. (…) La denunciante aveva tanta voglia di fare ancora sesso con tutti e quattro, come dicono i maschietti diciannovenni? Permettetemi lo scetticismo”.

“Ubriacare le donne, drogarle, assaltarle, è nel manuale maschile, patrimonio automatico di ogni maschio libidinoso e privo di voglia di corteggiare. Non sempre applicato ma c’è. Anche tra potenti e famosi che potrebbero avere quello che vogliono con gentilezza ma preferiscono tagliare corto”

Un’Italia dove si piangono le morte ammazzate con 100 coltellate dai mariti “mollati” e poi si massacrano le ragazze – tutte e non solo Silvia perché ha denunciato il figlio di Grillo – che osano ribellarsi al regime che le vuole ubbidienti e silenti quando per colpa loro, e di nessun altro, vengono prese, sbattute da qualche parte e distrutte in una manciata di minuti interminabili.

La rivittimizzazione e la cultura dello stupro

Frasi, pensieri, atti di una millenaria discriminazione di genere che fa sentire tutte come un territorio sconfinato di conquista da offrire al miglior offerente prima che qualcuno rubi quel terreno piantandoci la sua bandierina. Concetti privi di senso se pensiamo che le donne nella stragrande maggioranza le violenze manco le denunciano proprio per paura di salire sul carosello degli orrori dove da sopravvissute diventano imputate.

Frame da “Non è l’arena”

Uno strazio che nell’informazione assume dimensioni preoccupanti, con giornalisti che dovrebbero solo raccontare i fatti cercando di non creare nuovi traumi e che invece si ergono a giudici dando la parola ai primi che passano o agli offender empatizzando con loro perché è doveroso sentire più campane. Ma dove? Ma quali campane?

Perché da Giletti diventa un’arena 

Massimo Giletti

È il caso  di Massimo Giletti che ormai c’ha preso la mano e che a “Non è l’arena” ha continuato a giocare al piccolo giudice. Come ha già fatto per il caso Genovese in cui ha lasciato che gli amici dell’imputato di stupro screditassero le ragazze, anche qui l’abile conduttore ha screditato la parola di Silvia (nome fittizio), dando il microfono in mano all’amica d’infanzia di Ciro Grillo, che ovviamente non poteva che parlarne bene (che doveva dire?) e ha fatto parlare uno dei ragazzi indagati (ammazza che scoop) che naturalmente ha detto che la ragazza ci stava. E che doveva dire? Confessare che effettivamente lui è colpevole?

Giletti ha buttato in pasto a un pubblico arrapato di serie tv da 4 soldi, testimonianze senza filtro e senza contestualizzazione, ma soprattutto senza sapere che non esistono due parti in gioco e che dare la parola ai ragazzi accusati di stupro, o ai loro amici, significa inevitabilmente rivittimizzare la ragazza in un momento in cui il processo non è neanche iniziato, e che quindi i suoi giochi di share potrebbero influenzare l’iter giudiziario già messo a dura prova da Grillo nel famoso video.

La richiesta di Grillo per una perizia sulla ragazza

Marco Salvi

Lui, il pater familias motore propulsore del crudo pasto mediatico, oggi chiede una perizia sulla ragazza da parte dell’outsider Marco Salvi, il medico legale che si è già occupato del caso Bilancia e di Carlo Giuliani, che dovrebbe stabilire se la ragazza nel momento dell’atto fosse ubriaca oppure no, ricostruendo quindi una personalità da bugiarda o da personcina sincera e “come si deve”. Difesa che papà Grillo sta preparando nei minimi dettagli, ma non priva di sbavature, dato che gli avvocati avevano pensato di far girare il video della nottata, estrapolandolo da tutto il resto di prove, dopo la pubblicazione della deposizione della ragazza sulla Stampa in un articolo di Gianluigi Nuzzi. Un’altra “ragazzata” poi smentita, su cui anche il Garante per la protezione dei dati personali ha fatto un altolà dicendo che “chiunque diffonda tali immagini compie un illecito suscettibile di un reato oltre che di una violazione amministrativa in materia di privacy”.

I genitori della ragazza e il video

Video su cui sono tornati anche i genitori della ragazza (ma va? anche lei ha un padre e una madre), che sottolineano come quello che per molti è un gioco a guardia e ladri, per loro è “una sofferenza sulla sofferenza”, e che “Non è facile rimanere in silenzio davanti alle falsità che si continuano a scrivere e a dire sul conto di nostra figlia”.

“Abbiamo appreso che frammenti di video intimi vengono condivisi tra amici – continuano – come se il corpo di nostra figlia fosse un trofeo: qualcosa che ci riporta a un passato barbaro che speravamo sepolto”

“Confidiamo nel fatto che tutto questo fango sarà spazzato via facendo emergere la verità. Abbiamo dato mandato al nostro legale di agire in sede giudiziaria contro tutti coloro che a qualsiasi titolo partecipano a questo deplorevole tiro al bersaglio”, concludono.

Frame da “Non è l’arena”

La possibile richiesta di rito abbreviato

Ma la difesa dei ragazzi comincia a vacillare e la procura ha intenzione di prolungare le indagini almeno fino all’estate. Si parla di schiaffi, di abusi sull’altra ragazza, e uno di loro si smarca dicendo che lui dormiva. Ma nell’aria ci sarebbe anche la possibile richiesta di rito abbreviato nel caso si vada in un procedimento giudiziario: un escamotage per cui la difesa rinuncia a strutturare le sue mosse in un dibattimento ma guadagna un terzo di sconto di pena sicuro. Ma questo non lo dice nessuno, non si fanno i comizi su questo, non fa notizia. Eppure dovrebbe far riflettere e tanto.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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