Femminicidio, da Tuccia a Parolisi troppe le sentenze sui generis

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Luisa Betti Dakli • 2 Febbraio 2013
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Due giorni fa l’uomo che lasciò una ragazza in fin di vita sulla neve nel retro di una discoteca in Abruzzo l’anno scorso, è stato condannato a otto anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici e a quella legale per la durata della pena, risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio, il pagamento di una provvisionale di 50 mila euro in favore della parte civile (la ragazza) e 2 mila per il Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila. “Forse ci voleva una sentenza più severa”, hanno detto i genitori della studentessa, mentre il suo legale, l’avvocato Enrico Maria Gallinaro, ha detto di sparare “che la condanna sia confermata anche in Appello e poi in Cassazione”. Il pm aveva chiesto 14 anni e il tentato omicidio, perché la giovane fu lasciata sanguinante per le gravi lesioni subite.

in Italia 48 punti di sutura tra vagina e apparato digerente che hanno ridotto la giovane in fin di vita, non sono prova per un tentato omicidio

forse perché qui se una donna viene ferita mortalmente nella vagina con un oggetto che la sventra fino quasi a farla morire, il pensiero è che in realtà sia già sufficiente giudicarlo come stupro, certo un po’ sanguinolento ma in fondo non si perde sangue quando una donna viene “sverginata”? Un simbolico che non lascia dubbi sulla sua provenienza e grazie al quale a noi, come donne, non è concesso di ipotizzare un tentato omicidio se la parte del nostro corpo che viene ferita mortalmente è la nostra vagina.

Avvocato Enrico Gallinaro

A ricordare bene quella notte tra l’11 e il 12 febbraio dello scorso anno, oltre alla ragazza, sono stati i medici e soprattutto il ginecologo, Gabriele Iagnemma, che in una intervista disse: “In trent’anni di attività non avevo mai visto nulla del genere quando è stata portata all’ospedale dal 118 e scortata dai carabinieri, è arrivata ricoperta di sangue in condizioni di incoscienza e in un grave stato di shock emorragico dovuto alle gravi lacerazioni che aveva. Lacerazioni che interessavano oltre che l’apparato genitale anche altri organi. E’ stata portata immediatamente in sala operatoria, dove ho chiamato subito il collega chirurgo e insieme, l’abbiamo operata. Un intervento di oltre un’ora nel quale sono stati ricostruiti l’apparato digerente e l’apparato genitale”. Un caso che all’interno dell’aula si è consumato con ipotesi che andavano da sesso estremo a rapporto consenziente:

l’avvocato di Tuccia ha avuto il coraggio di sostenere che si trattasse di un “rapporto amoroso consensuale”

dicendo che l’uomo avrebbe provocato le ferite con “la mano”. Ma come si fa a sostenere questo per una donna che è stata trovata sulla neve, seminuda, coperta di sangue per l’emorragia? Perché ricordiamo che la studentessa fu massacrata e abbandonata dietro un cumulo di neve in una notte, e che a salvarla fu il proprietario della discoteca che per caso uscì nel retro del locale scorgendo il corpo della ragazza, mentre l’autore del massacro se ne stava andando di gran lena con visibili macchie di sangue sui vestiti.

Salvatore Parolisi assassino della moglie Melania Rea

Ma in Italia succede, come succede anche che un marito che ha ucciso la moglie venga condannato a ergastolo con una sentenza in cui le trentacinque coltellate inflitte a  sarebbero state la reazione impetuosa di un uomo “umiliato” da una donna “dominante” e frustato da un rapporto sessuale negato nel bosco dove l’uomo si era eccitato mentre la donna faceva la pipì. Una ricostruzione che avrebbe fatto coincidere alcuni elementi come il fatto che la donna avesse la saliva dell’uomo in bocca (quindi si ipotizzava un bacio), e che sia stata trovata con i pantaloni abbassati e la vescica vuota (quindi urinare dovrebbe essere stato l’ultimo atto). Nella sentenza si legge:

La donna, dovendo urinare, si è portata dietro al chiosco ove il marito vedendola seminuda si è eccitato, avvicinandola e baciandola per avere un rapporto sessuale

MELANIA, sia per il problema dell’ernia, sia per le condizioni (la bimba in auto che – forse – dormiva e la possibilità che qualcuno sopraggiungesse) ha rifiutato e, in tale contesto, deve aver rivolto anche rimproveri pesanti contro il coniuge che, a quel punto, ha reagito all’ennesima umiliazione, sferrando i primi colpi. La vittima ha tentato di allontanarsi (perdendo il cellulare che aveva verosimilmente nella tasca del giacchino) ma con la difficoltà dell’avere ancora i pantaloni abbassati”. Quindi praticamente, dopo tutto quello che è stato scoperto sul caso (tra cui il rapporto extraconiugale dell’uomo),

la responsabilità è stata anche della morta che ha frustrato il marito negandogli sesso

con un atto che avrebbe provocato una reazione sfogata in altro modo “trattandosi di un delitto d’impeto che nulla ha a che vedere con amanti o segreti di caserma, ma che è maturato nell’enorme frustrazione vissuta dal PAROLISI nell’ambito di un rapporto divenuto impari per la figura ormai dominante di MELANIA”, dice ancora la sentenza.

Un po’ nella logica dello stupro di Pizzoli per cui l’impeto, il raptus, la passione, vengono confusi con la violenza e il crimine, in un quadro in cui la donna viene stigmatizzata o come lasciva e perversa (rapporto estremo consenziente anche a costo di morire) o come femmina dominatrice e quindi castrante, come nel caso di Melania. Un quadro poi non troppo lontano dagli stereotipi messi in fila a Natale da Don Corsi – nel suo volantino sul femminicidio ripreso dall’articolo di Bruno Volpe su “Pontifex” – sul fatto che in fondo la colpa è delle donne che sono complici della stessa violenza che subiscono. Stereotipi cari alla Chiesa cattolica e profondamente radicati nella cultura italiana, dominata da una fondo pregiudizialmente maschilista e machista, che spiega comportamenti da medioevo nei confronti delle donne.

Salvatore Parolisi

Ora Salvatore Parolisi – che si dichiara ancora oggi innocente – si prepara a un altro processo perché entro i primi giorni di marzo i legali depositeranno il ricorso in Appello e già prima dell’estate ci sarà la prima udienza del processo di secondo grado a porte aperte e già il legale, in un’intervista, ha detto che adesso “Parolisi è un uomo molto preoccupato a cui non dà più sollievo nemmeno il fatto di sapersi innocente, perchè si trova davanti un’accusa in continua evoluzione, con una dinamica che cambia di giudice in giudice”.  Insomma poveri uomini. Anzi, poveri militari.

 

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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