Lockdown in Africa meridionale: per le donne il pericolo è in casa

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Luisa Betti Dakli • 3 Marzo 2021
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A causa del Covid nei paesi dell’Africa meridionale, alcune case sono diventati enclave di crudeltà, stupri e violenze per donne e ragazze intrappolate con familiari abusanti e senza nessun posto dove segnalare o sfuggire al pericolo. Secondo Amnesty International, gli stereotipi di genere all’interno delle norme sociali e culturali, che suggeriscono che le donne devono sempre sottomettersi agli uomini o che un uomo che picchia la moglie lo fa perché la ama, hanno alimentato l’aumento della violenza contro donne e ragazze in Madagascar, Mozambico, sud Africa, Zambia e Zimbabwe: dato che, come ha detto un attivista in Mozambico:

“Alle ragazze viene insegnato da subito che i mariti picchiano le mogli soltanto perché le amano”

Sul rapporto “Trattate come oggetti: violenza di genere e risposta al Covid-19 nell’Africa meridionale”, è riportato come le donne e le ragazze che osano denunciare violenze e abusi, rischiano il rifiuto sociale per non essere conformi ai ruoli di genere, e quando si pronunciano, le loro denunce non vengono prese sul serio dalle autorità. “La pandemia Covid-19 ha provocato un’escalation della violenza di genere contro donne e ragazze nell’Africa meridionale e ha anche amplificato i problemi strutturali esistenti come povertà, disuguaglianza, criminalità, alta disoccupazione e sistematici fallimenti della giustizia penale, ha detto Deprose Muchena, Direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.

Deprose Muchena

“Le misure di blocco hanno comportato che le donne non solo non potevano sfuggire ai partner violenti ma neanche potevano lasciare le loro case per cercare protezione. In tutta l’Africa meridionale le donne che hanno subito violenze hanno cercato di denunciare gli abusi ma le organizzazioni che lavorano per fornire protezione e sostegno, non erano viste come un servizio essenziale, e quindi hanno dovuto affrontare gravi restrizioni di movimento, che hanno portato all’oscuramento dei casi”.

Dei cinque paesi in cui la violenza di genere è stata documentata, Mozambico, Sud Africa e Zimbabwe si distinguono come paesi in cui i servizi di supporto alle donne e alle ragazze sottoposte a violenza e abuso non sono stati presi in considerazione nelle misure di controllo contro la diffusione del Covid. A poche settimane dal blocco dei paesi, la violenza contro le donne è aumentata notevolmente in tutta la regione. Nella prima settimana del blocco, il servizio di polizia sudafricano (SAPS) ha riferito di aver ricevuto 2.300 richieste di aiuto relative alla violenza di genere, e 21 donne e bambini sono stati uccisi a casa da padri e mariti.

Un caso emblematico è stato il brutale omicidio della 28enne Tshegofatso Pule, scomparsa e ritrovato quattro giorni dopo, pugnalata e appesa a un albero a Johannesburg incinta di otto mesi

In Mozambico, le organizzazioni della società civile hanno ricevuto un numero insolitamente elevato di casi di violenza domestica dopo l’inizio dello stato di emergenza dal 2020 in poi. In un caso, un uomo ha ucciso sua moglie e poi se stesso nel distretto di Matola, nella provincia di Maputo. Sono emersi anche dettagli terrificanti sulla rapina, lo stupro e l’omicidio di una dipendente del Maputo Central Hospital che stava tornando a casa a tarda notte a causa della scarsità dei trasporti pubblici durante le restrizioni dovute allo stato di emergenza. In Zimbabwe, un’organizzazione che offre protezione alle donne sopravvissute alla violenza domestica, aveva documentato 764 casi di violenza di genere nei primi 11 giorni del blocco nazionale: un numero che a giugno del 2020 era arrivato a 2.768.

Una donna dello Zimbabwe è stata violentemente cacciata dal marito dopo che aveva trasferito l’amante a casa sua durante il lockdown in corso

In Madagascar, l’aumento della povertà dovuto al blocco è stato un fattore importante per l’aumento della violenza di genere con donne e ragazze che sono diventate più povere, più dipendenti economicamente da partner violenti e quindi più esposte ad abusi. Lo Zambia è stato l’unico paese che ha registrato una leggera diminuzione della violenza di genere durante il lockdown rispetto allo stesso periodo del 2019, almeno secondo le statistiche ufficiali della polizia. Il paese ha registrato una diminuzione del 10% nel primo trimestre del 2020, il che potrebbe riflettere il fatto che le donne non sono state in grado di chiedere aiuto piuttosto che un reale calo dei casi di violenza. Tuttavia, una ONG,

la Young Women’s Christian Association, ha registrato invece un aumento dei casi di violenza sessuale durante il primo trimestre del 2020 per il covid

Sono inoltre stati riportati diversi ostacoli alla giustizia per vittime e sopravvissute alla violenza di genere in tutta l’Africa meridionale: da una mancanza di fiducia nel sistema di giustizia penale, ai traumi che le sopravvissute subiscono dalle autorità, compresa la polizia e i servizi sanitari quando denunciano i casi. Barriere diventate più forti durante la pandemia. In Sud Africa, ad esempio, c’è stata un’ondata d’indignazione pubblica per i fallimenti nell’amministrare la giustizia rispetto alle sopravvissute, malgrado esista il Domestic Violence Act del 1998 che garantisce alle vittime di denunciare i loro aggressori.

Una sopravvissuta ha detto che la violenza contro le donne è aumentata perché “la polizia non prende mai sul serio le vittime e archiviano i casi”

Ronald Lamola

Il ministro sudafricano della giustizia e dello sviluppo costituzionale, Ronald Lamola, ha ammesso alla radio le debolezze nel sistema riguardo le vittime della violenza di genere. In Mozambico, quando viene presentata una denuncia per violenza di genere, la polizia è tenuta ad aprire un’indagine. Tuttavia, come in Sud Africa, molte vittime sono riluttanti a farsi avanti a causa delle pressioni della società nel sopportare la violenza domestica, la dipendenza economica dal partner violento e la mancanza di fiducia nel sistema di giustizia penale.

Secondo le organizzazioni della società civile gli agenti di polizia sono stati accusati di aver respinto le denunce di violenza di genere perché le consideravano questioni di famiglia e non crimini. Anche lo stigma sulla violenza sessuale è stato citato come fattore che contribuisce alla sottostima. Gli Stati devono garantire che le donne e le ragazze continuino ad avere accesso alla protezione della polizia e alla giustizia, nonché a rifugi e altri servizi di supporto per sfuggire alla violenza.

È scioccante che per molte donne in Sud Africa, il posto più pericoloso in cui stare durante la pandemia, sia la propria casa

“Questo è semplicemente imperdonabile. I leader della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) devono garantire che la prevenzione e la protezione delle donne dalla violenza di genere e domestica sia parte integrante delle risposte nazionali alle pandemie e ad altre emergenze”, ha detto Deprose Muchena. “Gli Stati devono garantire che le donne e le ragazze continuino ad avere accesso alla protezione della polizia e alla giustizia, nonché a rifugi e altri servizi di supporto per sfuggire alla piaga della violenza di genere”.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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