La Lega si astiene contro l’hate speech perché la sua base politica è quella: basta vedere il ddl Pillon

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Luisa Betti Dakli • 31 Ottobre 2019
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Ieri al senato è stata approvata la mozione proposta dalla senatrice Liliana Segre per l’istituzione di una commissione straordinaria sul contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza. La proposta è passata con 151 voti favorevoli, nessun contrario e 98 astensioni, e ad astenersi è stato il centro destra: un voto da cui la vicepresidente della camera di Forza Italia, Mara Carfagna, ha preso subito le distanze parlando su twitter di tradimento d’identità e di valori da parte del suo partito. Scelta, quella del centro destra, su cui molti hanno gridato allo scandalo e che è stata argomentata da Salvini come un voto di protesta a favore della libertà di espressione per scongiurare “uno stato di polizia che ci riporti a Orwell”. 

Ma perché scandalizzarsi tanto se il centro destra si è astenuto riguardo una commissione straordinaria che indaghi sul razzismo e l’hate speech?

E perché non vedere invece questa azione in una perfetta sintonia con quello che è la base politica della Lega? Per capire bene come stanno le cose bisogna essere concreti e portare sempre degli esempi, ed è per questo che qui faremo un passo indietro. Oltre al razzismo e all’incitamento all’odio verso il “diverso”, con chiari riferimenti di derivazione fascista che ormai accompagna da tempo la propaganda leghista sempre più aggressiva, c’è un aspetto legato al sessismo che è una costante e che si svolge su vari terreni, e si rivolge soprattutto a quelle donne, in politica ma anche altrove, disprezzate perché la pensano diversamente da loro e osano ribellarsi al pensiero unico del maschio sovrano.

Un esempio su tutti è stato quello che è successo quest’anno con il ddl Pillon. Uno dei leit motiv più ossessionanti sui media, è stato quelo dei padri separati esclusi dall’affidamento dei figli che il disegno di legge 735, proposto dal senatore neocatecumenale e leghista Simone Pillon, ha sbandierato sostenendo che le donne in realtà sono delle streghe che escludono la figura paterna e che quindi era necessario una revisione pensate della legge 54 sugli affidi.

https://www.facebook.com/donnexdiritti/videos/235608414042957/

Una proposta con cui si proponevano delle sostanziali restrizioni al divorzio in nome della famiglia unita e per sempre, dove le mogli-madri dovevano stare al loro posto, come ampiamente dimostrato dalle idee propagandate dalla destra ultracattolica al Convegno mondiale delle famiglie che si è svolto a Verona a marzo. Pillon, in quel ddl, voleva obbligare alla mediazione sempre e comunque in caso di separazione, e voleva introdurre in una legge la teoria-truffa dell’alienazione parentale (articolo 8, ddl 735), inventata da un medico che sosteneva la pedofilia e che avrebbe dato la benedizione alla frequentazione di bambini con genitori abusanti e maltrattanti (articolo 12, ddl 735), creando una vera e propria violazione dei diritti del fanciullo e di tutte le convenzioni ratificate come Lanzarote o la Convenzione di Istanbul.

Un costrutto che rimetteva la centro il padre-padrone a scapito di donne e bambini, esponendoli alla violenza domestica. Sono stati mesi in cui i sostenitori del leghista Pillon si sono scatenati pubblicamente, fomentando odio verso tutti quelli che la pensavano diversamente ed esprimendo, tra le altre cose, una violenta misoginia nei confronti delle donne che osavano criticare il ddl. Tralasciando il resto, solo sulla pagina facebook di DonnexDiritti siamo state costrette a moderare una quantità enorme di post di offese e parolacce sotto i post e i video in cui si parlava del ddl 735 in maniera critica. Commenti che non sono stati cancellati ma solo moderati, e che ora sono lì a testimoniare

quanto odio e quanta pericolosità si nasconda dietro i sostenitori del senatore leghista: quello che Salvini chiama libertà

Commenti che pubblichiamo qui senza censurare i nomi né i profili da cui provengono perché essendo stati scritti e pubblicati in una pagina pubblica su un social pubblico aperto a tutti e che tutti possono vedere, e perché è un doveroso gesto di denuncia verso chi sparge odio in rete senza prendersi la responsabilità di quello che scrive. Sulla pagina facebook di Donnexdiritti, che si occupa appunto di diritti delle donne e dei bambini, tra i moltissimi commenti offensivi abbiamo abbiamo avuto:

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Una storia, quella del sottobosco sostenitore del ddl Pillon, che nel mare magnum dell’hate speech comincia molto prima. Nel 2012 ho cominciato a occuparmi della Pas (Sindrome di alienazione parentale) che già circolava nei tribunali grazie a Ctu (consulenze tecniche d’ufficio) in cui alcuni psicologi sostenevano che uomini violenti potessero in realtà essere buoni padri e che in fondo erano le madri a mettere su i bambini con false accuse alienando così i figli dal genitore rifiutato.

E quando cominciai a indagare su cose fosse veramente la Pas e su cosa succedesse nei tribunali, scoprii il sottobosco della lobby pro-Pas, quelli che oggi sono passati sotto l’ala protettiva di Salvini e Pillon

In quel periodo alla commissione giustizia del senato si discuteva il ddl 957 presentato dal Pdl (Popolo delle libertà) che come il ddl Pillon puntava a modificare la legge 54 sull’affido condiviso nella direzione di introdurre, anche qui, l’alienazione parentale che è un chiaro costrutto per difendere pedofili, abusanti e maltrattanti, che a loro volta usano qualunque mezzo per farla passare come buona, puntando sullo stereotipo mai morto, che le donne in realtà sono streghe manipolatrici bugiarde.

A sostenerlo c’era più o meno lo stesso sottobosco che oggi ha trovato nella Lega il suo chiaro punto di riferimento politico: non solo per quello che riguarda la teologia della lobby pro-Pas ma anche per quello sfregio verso chi la pensa diversamente e quella misoginia aggressiva e violenta verso le donne, soprattutto quelle che non stanno al loro posto e che si ribellano senza aver paura del maschio di turno, appellate da questa gente come nazi-femministe.

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Il mio blog Antiviolenza sul Manifesto fu sommerso di insulti e offese, e sono stata costretta a chiuderlo varie volte per il mare di fango che giornalmente ricevevo parlando di violenza domestica e di affidi coatti, e per le innumerevoli minacce di diffide e querele rivolte alla mia persona e al giornale, mentre sui social ritrovavo la mia immagine con commenti di questo tipo:

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Commenti che poi si sono personificati in donne e uomini in carne e ossa che mi ritrovavo nei convegni e che prima di uscire mi fermavano con toni freddi e minacciosi, presentandosi e dandomi la mano.

Un inferno che a un certo punto diventò persecuzione e sfregio quando su un sito machista e misogino pro-padri separati trovai una mia foto ritoccata da strega

con capelli verdi e gli occhi rossi, e con commenti non pubblicabili (il sito non è più attivo oggi), scoprendo così che oltre alle minacce e alle offese, c’era in queste persone anche un aspetto perturbativo e fortemente inquietante. Persecuzioni che potevano trascendere anche augurio di morte, come successe anche all’allora presidente della commissione giustizia al senato, Silvia della Monica, che essendo contraria al ddl 957, che poi fu bocciato, si ritrovò aggredita non solo di persona fuori da Palazzo Madama ma anche sui social:

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Il tema del negazionismo del femminicidio è caro a questi paladini della bigenitorialità a senso unico che propongono dati farlocchi, fatti da loro contro quelli delle Nazioni Unite, per dimostrare che sono le donne a usare violenza e a uccidere gli uomini perché malevole e cattive, e che in realtà tutte le denunce di maltrattamento e abuso sono false: le famose false accuse che sono la base dell’alienazione parentale. Così come caro è il tema dei padri separati poveri e rovinati grazie a madri scellerate che sperperano assegni di mantenimento, anche se l’Istat ha chiarito che sono le donne quelle che si impoveriscono di più dopo la separazione.

Ma quello che è più in voga di tutti è il tema dei papà che non vede i figli per colpa di madri malevoli, quando alla Procure di Roma risulta che le denunce in questo senso siano per la maggior parte respinte perché inconsistenti o causate da una situazione di violenza domestica, in quanto il problema è semmai il contrario: e cioè che sono i padri stessi che spariscono e non si prendono cura dei figli, se non quando decidono di farla pagare alla ex, usando i figli come strumento di ricatto o di punizione, a costo di strapparli dalla loro casa e dal loro ambiente per mandarli in casa famiglia. Fautori della supremazia machista fuori e dentro le mura domestiche

questo sottobosco si muove nei social e nel web tra fake e trolls e ha fatto dell’hate speech la propria arma di dissuasione

verso diversi temi che, oltre al razzismo, ha come punto centrale il sessismo declinato in tutte le sue possibilità: dalla politica, al lavoro, nella società, nel privato, ovunque ci sia una donna che pensa con la propria testa, come ha dimostrato bene la vicenda della ex presidente della camera, Laura Boldrini, bersaglio di gravi offese misogine per tutta la durata del suo mandato. Ma perché uno che fomenta questi metodi, dovrebbe votare per una commissione che non gli fa comodo per niente?

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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