Usa decidono il ritiro delle truppe, mentre l’Isis tortura 3.000 yazide nell’indifferenza mondiale

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Luisa Betti Dakli • 8 Febbraio 2019
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Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, diceva che era giunto il momento di riportare a casa le truppe statunitensi, i senatori votavano contro il ritiro dei soldati statunitensi dalla Siria e dall’Afghanistan (77 voti contro 23). L’emendamento passato due giorni fa è di un fedelissimo di Trump, il senatore repubblicano Mitch McConnell, e iltesto dice che un ritiro adesso potrebbe destabilizzare la regione e chiede di ritirare le truppe dopo un’accertata “sconfitta duratura” dei gruppi jihadisti.

Una proposta che dovrà passare per la Camera dei Rappresentanti controllata dai democratici

Joseph Votel

Lo stesso generale americano Joseph Votel, non interpellato dal presidente sulla questione, ha detto chela minaccia dello “Stato Islamico” in Siria e Iraq rimarrà se gli americani se ne andranno. Ma a fare pressioni su Trump, riguardo questo ritiro, è stato soprattutto il presidente turco Erdoğan che in realtà non vede l’ora di distruggere i curdi nel nord della Siria (Rojava). E se a gennaio Erdoğan aveva proposto a Trump la creazione di una zona cuscinetto al confine turco, Washington aveva chiesto garanzie per i curdi che svolgono un ruolo di primo piano nella lotta contro l’Isis, ma senza fare parola della vita di più di 3.000 donne e bambine yazide rapite, stuprate e ancora nelle mani dell’Isis, di cui nessuno fa più menzione.

“È inconcepibile che i leader di 195 paesi in tutto il mondo non si siano mobilitati per liberare queste ragazze, che se fossero stati un accordo commerciale, un giacimento petrolifero, o un carico di armi, sicuramente nessuno sforzo sarebbe stato risparmiato pur di liberarle”, ha ricordato Nadia Murad, la ragazza yazida venduta, stuprata e torturata dall’Isis 4 anni fa e che a dicembre ha ricevuto il premio Nobel con il ginecologo Denis Mukwege, che nel suo ospedale a Bukavu ha curato più di 50mila pazienti devastate dagli stupri di guerra nella Repubblica Democratica del Congo.

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Denis Mukwege e Nadia Murad

Un premio ricevuto per aver “contribuito a dare maggiore visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra, in modo che i responsabili possano rendere conto delle loro azioni”, parole che ancora non sono state seguite dai fatti. Anche se oggi quelle zone sono state liberate, e per questo si discute il ritiro delle truppe americane, il Daesh non è stato annientato: “La situazione degli yazidi nelle prigioni dell’Isis non è cambiata – ha detto Nadia a Oslo  – e gli autori dei crimini del genocidio non sono stati consegnati alla giustizia”. Esponendo all’aggressività turca i curdi, che hanno combattuto in maniera decisiva contro il Daesh, gli Usa sembrano dimenticarsi anche delle donne e dei bambini ancora in ostaggio dell’Isis la cui liberazione non è menzionata in nessuna proposta.

stupro di guerra come quello della ex Yugoslavia o la Repubblica del Congo pianificato come arma per annientare

un tipo di stupro organizzato e sistematico che colpisce tutta la comunità distruggendo il tessuto sociale e provocando crimini contro l’umanità, in alcuni casi ancora non riconosciuti come tali. “Lo Stato islamico – dice Murad – ha pianificato tutto questo: come entrare nelle nostre case, cosa rende una ragazza più o meno preziosa, perché i militanti dell’Isis meritano una sabaya (schiava del sesso, ndr) come incentivo”. Ed è nel suo libro dal titolo “L’ultima ragazza” in cui Nadia ha raccontato tutta la sua terribile storia: “Il mercato degli schiavi apriva di notte – si legge – e potevamo sentire il trambusto al piano di sotto dove i militanti dell’Isis si organizzavano. Quando il primo uomo entrò nella stanza, tutte le ragazze iniziarono a urlare. Camminavano fissandoci mentre noi gridavamo.

Per prima cosa andavano dalle le ragazze più belle chiedendo l’età ed esaminando capelli e bocche

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Sono vergini, giusto? Chiedevano alla guardia. Poi ci toccavano ovunque, passando le mani sui nostri seni e sulle nostre gambe, come se fossimo animali. Ho urlato e urlato, scacciando via le mani che si allungavano per toccarmi. Altre ragazze arrotolavano i loro corpi in palle sul pavimento o si gettavano verso le loro sorelle per cercare di proteggerle. Mentre ero distesa lì, uno di loro si fermò davanti a me. Tu! La ragazza con la giacca rosa! Alzati! I suoi occhi sembravano infossati nella carne del suo grosso viso che era quasi interamente coperto di peli. Non sembrava un uomo ma un mostro, e puzzava di uova marce e acqua di colonia».

 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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