Lettera aperta a Di Maio e Di Battista: siamo davvero tutti pennivendoli, puttane e sciacalli?

Qui va il tuo testo... Seleziona qualsiasi parte del tuo testo per accedere alla barra degli strumenti di formattazione.
Luisa Betti Dakli • 12 Novembre 2018
Condividi articolo

Ministro Luigi Di Maio e onorevole Alessandro Di Battista, ieri si è consumata una delle pagine più tristi della storia di questo Paese. Il casus belli è stata l’assoluzione di Virginia Raggi dall’accusa di falso ideologico da parte del procuratore Ielo per il quale la sindaca mentì quando si assunse la paternità della nomina di Renato Marra a capo dipartimento del turismo al Campidoglio, promozione che invece, secondo il procuratore, sarebbe stata gestita dal fratello di Marra, Raffaele, allora braccio destro di Raggi. Una notizia riportata dai giornali in pieno diritto, sia quella dell’accusa che poi quella dell’assoluzione, dove però sicuramente alcuni non sono stati corretti ma addirittura offensivi e sessisti: come “Libero” (giornale “amico” del ministro Salvini dentro la vostra coalizione di governo), che per la seconda volta ha usato il termine “patata” nei confronti di Raggi, questa volta “bollita” invece che “bollente” come la scorsa volta, offendendo la sindaca. Un titolo per cui il giornale sarà sicuramente segnalato all’Ordine dei giornalisti che già lo condannò per il primo titolo.

4322.0.150797485-0027-kyzG-U43220584984824WI-593x443@Corriere-Web-Sezioni
Luigi Di Maio, Virginia Raggi e Stefano Di Battista

A questa scorrettezza grave però si sono poi aggiunti i vostri commenti che sono andati ben oltre “Libero”, in quanto per il vicepremier “la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti”, “sono solo degli infimi sciacalli”, mentre per Di Battista “le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà”, riferendosi sempre a noi giornalisti. 

Affermazioni confermate con orgoglio anche quando Giletti, nella sua trasmissione “Non è l’arena”, ha offerto a Di Maio l’opportunità di fare un passo indietro spiegando meglio il suo disappunto senza denigrare un’intera categoria con parole inadeguate e che hanno spinto Lucia Annunziata, in diretta dal suo programma “Mezzora in più”, a chiedere al ministro della giustizia Bonafede, che come voi è del Movimento 5 stelle:

“Io come giornalista sarei definita da lei più una pennivendola o più una puttana?”

Il mio è il tesserino n. 061857 e sono iscritta all’ordine dei giornalisti professionisti del Lazio. Ho guadagnato questo tesserino con lacrime e sangue, e ho fatto il praticantato in un giornale dove ingoiavo rospi ogni giorno per due lire. Arrivata a  Mediaset me ne sono andata dopo 6 mesi perché non volevo leccare il culo a nessuno e perché non ho mai permesso a nessun uomo di trattarmi come un oggetto su cui mettere le mani addosso a piacimento per il mio aspetto. A un certo punto, su due piedi e a metà della mia carriera, ho preso la decisione di dedicarmi anima e corpo ai diritti umani, lasciando tutto e rimettendomi sui libri scegliendo un giornalismo militante per raccontare i diritti violati di donne, bambini e bambine, ricominciando da zero quando tutti i colleghi mi dicevano che in Italia dei diritti umani, non fregava niente a nessuno.

Ho scritto, fotografato, girato con la telecamera in spalla

In Italia nelle carceri con i bambini dagli zero ai tre anni, a Damasco tra i due milioni di profughi dove le bambine venivano comprate e prostituite nei quartieri a luci rosse, in Giordania ad ascoltare tra le lacrime le violenze subite dalle donne scappate dalla guerra in Iraq per ritrovarsi in un Paese dove non avevano nessun futuro, o in Russia tra i bambini diversamente abili che lì erano considerati, fino a pochi anni fa, degli esseri inutili da togliere appena nati alle mamme per essere buttati dentro un Internat fino a che non morivano di stenti. Ho visto, registrato, fotografato realtà dove dovevi tapparti il naso per la puzza. Ho parlato e ascoltato con il magone in gola persone disperate che consegnavano nelle mie mani le proprie, ultime, speranze. Ho intrapreso tutto questo con indomita perseveranza perché la mia idea di un giornalismo militante che desse voce a chi non ce l’aveva era talmente forte che l’idea di non raccontare con fedeltà quello che vedevo con i miei occhi mi faceva schifo, e questo a costo di guadagnare meno e con un lavoro sempre più precario, malgrado una famiglia da mantenere da sola.

DSC_0337
Profughe irachene in Giordania

La mia vita e la mia carriera è stata piena di ostacoli che ho affrontato con fierezza perché non volevo che nessuno un giorno mi dicesse che mi ero venduta, che ero diventata una pennivendola, e oggi voi che siete al governo, anche grazie al nostro lavoro di informazione senza il quale anche ciò che esiste sarebbe invisibile, offendete con questa leggerezza l’intera categoria, me compresa, chiamandoci addirittura “puttane”: un’offesa doppia perché oltretutto sessista. Affermazioni, le vostre sui giornalisti, che non provengono da un bar di periferia che nessuno ascolterà, ma dagli spalti di un parlamento e di un governo in una democrazia che i giornalisti, quei pennivendoli, hanno contribuito a costruire combattendo per una informazione libera. Informazione che non è tutta uguale, e questo si sa, ma che deve essere libera perché nei luoghi in cui questa libertà non è permessa i giornalisti muoiono per portare alla luce la verità, uccisi da regimi che tappano loro la bocca per sempre.

bambina-finestra damasco-bassa
Bambine affacciate alla finestra a Damasco, in Siria

Fare il giornalista è un mestiere nobile che oggi in Italia è diventato sempre più difficile con colleghi che lavorano per 5 euro a pezzo e che ci mettono una vita per guadagnare quello che voi guadagnate in un anno. Colleghi che rischiano la vita per raccontare la mafia, che raccontano le guerre che voi vedete comodi sulle vostre poltrone davanti alla tv e che saltano in aria per farlo, colleghe che rischiano una pallottola in testa, uno stupro o qualsiasi tipo di aggressione, per poter raccontare gli intrecci di potere su cui stanno indagando. Colleghi costretti a lavorare a testa bassa, anche se non sempre d’accordo con la linea del loro giornale, per portare a casa lo stipendio con cui mantenere una famiglia, e colleghe che accettano umiliazioni sessiste e molestie in silenzio pur di non perdere il lavoro e andare in mezzo a una strada.

Nessun giornalista vi ha mai detto che dovete stare zitti e non dovete esprimere le vostre opinioni, nessuno

E le critiche che ricevete sul vostro operato, voi e i vostri compagni di movimento compresa la vostra amica sindaca, non sono mai prive di argomentazioni e quando non lo sono, sono gli stessi giornalisti e le stesse giornaliste, quelli che oggi voi chiamate “puttane”, a difendervi e a prendere posizione, come abbiamo fatto molte volte noi sulle frasi sessiste contro la stessa Raggi. Eppure ieri ci avete dimostrato che non ne vale la pena, perché il metodo che voi condannate è quello che in realtà usate voi con quelli che, secondo voi, sono i vostri nemici: giornalisti, tutti, apostrofati con epiteti spregevoli e minacciosi, e questo da un vicepremier, che è anche giornalista pubblicista, e da un parlamentare che avrebbero potuto e dovuto trovare altre parole e altri argomenti per esprimere il loro disappunto verso quei giornali che avevano offeso la sindaca Raggi ingiustamente e gratuitamente. Allora, perché sputare in questo modo sulla cosa che abbiamo di più prezioso, ovvero la libertà d’informare senza la quale saremmo in piena dittatura? Forse volete dirci che manca poco?

________________________________________________________________________

Le foto in Giordania e in Siria sono di Luisa Betti Dakli © Tutti i diritti riservati 

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

“Il prezzo del sangue” in Iran: Goli Kouhkan, vittima di matrimonio forzato a 12 anni, sarà giustiziata

Autore • 10 Novembre 2025

Avanti Marx! Il nuovo sindaco di NY Mamdani, inizia la transizione nominando un team di 5 donne

Autore • 7 Novembre 2025
Vai alla rubrica