Taranto: padre accoltella il figlio e getta la bimba di 6 anni dal balcone

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Luisa Betti Dakli • 8 Ottobre 2018
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Litiga con la moglie, getta la figlia dal balcone e accoltella il figlio: l’uomo aveva perso la potestà genitoriale. Così oggi titolano i giornali sulla tragedia di Taranto, dove ieri un uomo ha ferito con un coltello da cucina il figlio di 14 anni e successivamente ha gettato la figlia di 6 anni dal terzo piano dell’abitazione della nonna paterna, nel quartiere di case popolari del rione Paolo VI. Ora la piccola, ricoverata subito all’Ospedale Santissima Annunziata, versa in gravissime condizioni e combatte tra la vita e la morte con importanti lesioni al fegato, un serio trauma cranico e mascella, mentre il padre è stato arrestato per tentato omicidio. L’uomo è scampato al linciaggio della folla e i giornali hanno scritto di lui che aveva perso la podestà sui figli in quanto aveva precedenti per maltrattamenti in famiglia e che il “raptus” era stato generato dalla lite che aveva avuto telefonicamente con la ex moglie proprio per la frequentazione con i figli e il contrasto tra loro sulle date:

un litigio la cui reazione sarebbe stata tentare di uccidere i bambini che erano nell’abitazione della nonna paterna alla quale i bambini erano stati affidati

Un racconto in cui però non tornano alcune cose. La prima è un’osservazione puramente deontologica sulla narrazione del fatto, perché se l’uomo aveva precedenti per maltrattamenti, quello di ieri non era certo il primo atto di violenza in famiglia ma anzi l’ultimo di una serie culminati nel tentato omicidio dei figli: circostanza su cui è assolutamente fuori luogo parlare di “raptus” inspiegabile e caduto da cielo, anche fosse stato ubriaco (come riportano alcuni).

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Nelle foto il luogo dove la bambina di 6 anni è stata lanciata dal padre

La seconda è sulla ormai collaudata insistenza di alcuni colleghi a sottolineare che l’uomo non accettava la separazione, quando ormai è noto che tali atti di violenza estrema non sono causati dalla separazione, giustamente voluta dalla donna che li subisce, ma dalla violenza che l’offender ha perpetrato a livello domestico e che, nel momento della separazione, diventa ancora più pericolosa: una circostanza per cui imputare atti di questo genere alle liti o alle separazioni in un contesto di violenza domestica all’interno della notizia, è fuorviante e non corrispondente al vero.

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Balcone da dove è stata lanciata

Il terzo è che nella maggior parte delle volte il fatto di accanirsi sui figli, come spesso succede e quindi ampiamente dimostrato dai casi, scaturisce non dal raptus momentaneo ma dalla volontà certa di vendetta nei confronti della madre da parte dell’offender, e non per il fatto di vedere o non vedere i figli, ma per usarli come arma di ricatto o addirittura d’offesa verso la donna che cerca di sottrarsi al controllo e alla violenza dell’ex partner, caso in cui è corretto parlare di femminicidio, un termine usato dai giornali solo quando c’è una donna uccisa dal marito, e non per casi come questo di Taranto o altri simili. Infine nella narrazione nessun giornale si è focalizzato su una domanda su cui sarebbe importante indagare:

perché quest’uomo, che aveva precedenti per maltrattamenti e quindi era, come si può dedurre facilmente, un offender, poteva frequentare i figli?

E perché questi bambini erano collocati presso la nonna paterna dove l’uomo era tranquillamente a casa sua? E infine perché quest’uomo non aveva un provvedimento di allontanamento vista la sua pericolosità? Anche se aveva perso la responsabilità genitoriale, quest’uomo, che ricordiamo ha tentato di uccidere entrambi i figli, ha avuto il tempo di ferire in mattinata il figlio maggiore di 14 anni  – subito portato al pronto soccorso da uno zio – e senza che nessuno facesse nulla, ha avuto il tempo successivamente di scaraventare la bambina di 6 anni giù dal balcone.

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Luogo del fatto

Ma perché quest’uomo stava lì? Quello che infatti rimane nell’ombra sono le ragioni per cui, alla luce dei precedenti per maltrattamento in famiglia, il tribunale avesse dato a un offender conclamato il permesso di vedere i bambini mettendo così in pericolo sia loro sia la madre, in uno dei momenti più pericolosi nei casi di violenza domestica, ovvero quei momenti che seguono alla separazione in cui le vittime sono più esposte e gli offender diventano maggiormente aggressivi. Nessuno cioè ha riflettuto, oltre all’indignazione, sulla responsabilità delle istituzioni che ancora oggi, malgrado la triste e continua cronaca sui femminicidi, non tutelano i soggetti esposti alla violenza domestica e che, ancora troppo spesso, permangono nell’idea che un marito violento possa essere un buon padre: idea che perdura pericolosamente nei tribunali civili e dei minori, dove anche davanti a condanne penali del genitore violento, si continua a pensare di fare incontri con figli che in questo modo vengono pericolosamente esposti.

Una situazione che andrebbe riformata drasticamente e che invece piomberebbe nel caos totale nel caso sciagurato che passasse il DDL 735 in discussione al senato in questi giorni, dove agli art.11 e 12 viene previsto che, sebbene venga tolto l’affido in caso “comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di violenza, abuso sessuale”, dall’altro, nell’art. 12, vengono permessi “tempi adeguati di frequentazione dei figli minori col genitore non affidatario” che potrebbe ritrovarsi da solo con un genitore anche condannato per maltrattamenti o abuso o quant’altro, mettendo così nero su bianco e per legge, la possibilità di esporre a grave pericolo minori nel frequentare un genitore violento che in ogni momento potrebbe attentare alla vita dei figli, esattamente come è successo ieri a Taranto,

un mese fa a Scarperia, a marzo a Cisterna di Latina, e in molti altri casi in cui un padre per vendicarsi della ex e portare a termine la violenza già perpetrata, ha ucciso o infierito sui figli

Una legge, quella proposta dal senatore Pillon, che permette a genitori accusati di violenze e abusi di avere voce in capitolo sul diritto di famiglia a livello istituzionale, contravvenendo alla stessa Convenzione di Istanbul che a oggi è legge in Italia: una parte esigua di genitori dato che l’82% delle separazioni sono consensuali e per i quali l’attuale legge sull’affido condiviso funziona benissimo.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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