Gender pay gap: il più grande furto di tutta la storia dell’umanità

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Luisa Betti Dakli • 7 Aprile 2018
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Starbucks negli Stati Uniti ha raggiunto la parità salariale per uomini, donne e dipendenti di tutte le razze. Lucy Helm, vicepresidente esecutivo dell’azienda, ha detto che “il divario retributivo di genere è reale e Starbucks si impegna non solo a parlarne, ma ad affrontarlo”.  Altre aziende stanno seguendo l’esempio della catena del caffè ma è evidente che siamo ancora troppo indietro. Se mettiamo insieme i numeri della violenza maschile in casa o fuori casa, le molestie sessuali, la disparità salariale e le discriminazioni sul lavoro e in ogni luogo pubblico o privato, per le donne non è affatto facile alzarsi la mattina e affrontare la giornata. Secondo uno studio di Ipsos

in 27 paesi le molestie sessuali sono viste come il tema di maggior peso per l’uguaglianza tra i sessi (32%), mentre il tema della parità salariale arriva al 19%

Ma come hanno affrontato il problema i governi europei (se lo hanno affrontato)? Per Anuradha Seth, consigliere delle Nazioni Unite, si tratta del “più grande furto della storia”. Non esiste un solo Paese né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini”. Così ha detto presentando i numeri del Gender Pay Gap (divario retributivo di genere, ndr) secondo cui le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini a livello mondiale. Un dato che migliora in Europa con una differenza di salario che per l’Eurostat è del 16%, con donne che per lo più lavorano in settori meno pagati, con meno promozioni, più pause per maternità e che spesso non sono neanche retribuite.

Un termometro che ha spinto l’Unione europea a lanciare per il 2019 un Piano d’azione puntando all’elaborazione di “obblighi legalmente vincolanti” per gli Stati membri. In realtà una legislazione che garantisca l’uguaglianza salariale esiste già in diversi Paesi e recentemente è stata proprio l’Islanda – al primo posto da 8 anni nella classifica del World Economic Forum come il miglior Paese per l’uguaglianza di genere – a introdurre una norma che obbliga le aziende con almeno 25 impiegati a fornire annualmente al governo una documentazione dettagliata sull’uguale retribuzione. Una norma la cui applicazione sarà garantita – a differenza di altri Stati – dal Lögreglan, la polizia tributaria e un reparto speciale delle forze dell’ordine, con controlli a tappeto da ora fino al 2022. Ma la presenza di norme non garantisce la loro applicazione.

Come accade per la Finlandia che, con un gap gender pay del 18%, da 10 anni invita le aziende ad applicare sistemi di revisione retributiva tra i sessi; o la Svezia che, pur avendo dal 2009 una legge che impone alle aziende di eliminare le disparità salariali, è ferma al 14,6%; o ancora la Francia, che malgrado la legge del 2006 che prevede forti sanzioni per le aziende con 50 impiegati che non rispettano la parità salariale, ha un gender pay gap del 15,3%. Più recenti invece le norme introdotte in Germania, dove il tasso di disparità è tra i più alti in Europa (22,6%), con una legge che obbliga le aziende con più di 200 dipendenti (in Germania sono 18 mila) a rendere pubblico a chiunque quanto viene pagato un/una dipendente a parità di mansione; e quelle del Regno Unito (18,3%), dove le società con oltre 250 dipendenti (34% della forza lavoro inglese) dovranno pubblicare, d’ora in poi annualmente, i dati degli stipendi e dei bonus di uomini e donne. Il Belgio, dove il gender pay gap è tra i più bassi (9,9%), è stato il primo Paese a fare campagne contro la disparità salariale istituendo la Giornata della parità retributiva dal 2005; e nel 2012 ha varato una legge che obbliga le imprese con più di 50 dipendenti a redigere ogni 2 anni un rapporto e, se vi sono disparità, a definire un piano di azione che risolva il problema.

In Italia (6,5%) la legge è del 1991 – applicata poi dal 1996 – e prevede che le imprese con più di 100 dipendenti forniscano un rapporto sul rispetto di genere nelle retribuzioni con sanzioni per chi non si attiene all’obbligo, anche se in realtà questi rapporti, che dovrebbero essere valutati dalle Regioni con controlli accurati, sono fermi da circa due anni. Per Loredana Taddei, responsabile nazionale delle politiche di genere del più importante sindacato italiano (Cgil), la situazione non è affatto rosea: “Da noi si fanno molti convegni, ma manca la volontà politica di cambiare le cose. Non c’è nessun Paese avanzato messo male come il nostro e negli ultimi 10 anni siamo solo peggiorati. L’occupazione femminile resta tra le più basse d’Europa e

in Italia lavora 1 donna su 2 perché l’unica cosa che cresce è la precarietà

Nelle aziende dove si applica il contratto nazionale non c’è una differenza salariale, ma non in tutte le aziende viene applicato e le differenze si creano in tanti modi, a partire dall’imposizione del part time che supera ormai il 60%”. Per non parlare della difficoltà per una donna di fare carriera o un figlio: una donna su quattro in Italia abbandona l’impiego a causa della maternità e solo 43 su 100 riprendono poi a lavorare.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

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