Roma, butta il figlio di un anno dal ponte per vedetta sulla moglie: sbagliato parlare di raptus o follia

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Luisa Betti Dakli • 6 Febbraio 2012
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La tragedia del piccolo Claudio di 16 mesi ucciso dal padre, Patrizio Franceschelli, che ha gettato il figlioletto nel Tevere in una gelida mattina romana strappandolo alle braccia della nonna che lo aveva in affidamento dopo il ricovero della madre in ospedale, richiama all’attenzione diversi punti su cui battiamo da mesi. Rita Maccarelli, la nonna del piccolo che ha cercato di difendere il nipote prima che il padre lo portasse via, ha rilasciato un’intervista, in cui chiarisce alcuni punti fondamentali:

“Non è un pazzo, come lui stesso si definisce – ha detto parlando del genero – ma è solo un uomo violento e un padre padrone che massacrava di botte mia figlia”

Patrizio Franceschelli

E poi sottolinea: “Lui aveva perso il padre, non aveva una famiglia. Qui da noi l’aveva trovata e sapeva che a casa nostra la porta era sempre aperta. Quando ieri (venerdì verso le sei di mattina, ndr) è arrivato, io non avevo capito la gravità della situazione finché non ha afferrato il bambino di peso e lo ha gettato a terra nella neve davanti al portone di casa. Dopodiché è scappato col bambino, io l’ho rincorso ma lui è arrivato sul lungotevere e lo ha appoggiato sul muretto. Poi lo ha spinto giù”. La donna ha poi specificato che qualche giorno prima la figlia era tornata a casa spaventata, con la giacca sporca di sangue, e non riusciva a riconoscere le persone: “Adesso ho paura per mia figlia – ha continuato la signora – perché lui ha scritto un messaggio che dice con Claudio e Claudia la fine del mondo. Non voglio che lui esca dal carcere, ho paura”.

Cosa ci fa capire tutto ciò? Primo: che la morte del piccolo Claudio è l’epilogo di una violenza domestica, quella che il mese scorso la relatrice speciale dell’Onu, Rashida Manjoo, in visita in Italia ha appellato come “la forma di violenza più pervasiva” nel nostro paese con dati che vanno dal 70 all’86%, e che quindi si delinea come la forma di violenza più diffusa e capillare in assoluto. Secondo: che l’uomo era lucido nel gesto, che l’uomo non è un pazzo in preda a raptus e non si tratta di un “gesto folle”, come la maggior parte dei giornali scrivono quando parlano di atti di violenza estrema nei confronti di donne e minori attutendo così la gravità dell’accaduto. Terzo: che il gesto dell’uomo,

l’omicido di suo figlio così come i femminicidi, è stato un atto vedetta verso la moglie e di possesso nei confronti del bambino, come fosse una proprietà di cui si può disporre per rivalsa

“è mio figlio, lo rivoglio!” ha detto alla nonna mentre lo svegliava per portarselo via. Quarto: mi chiedo perché quest’uomo non era stato allontanato? Perché circolava libero e bello? Perché nessuno non lo aveva ancora denunciato? Perché la difesa di questa madre e di questo bambino era affidato a una nonna?

Forse, mi viene da rispondere, perché lo Stato non è in grado di tutelare queste donne, forse perché in Italia le istituzioni non hanno ancora provveduto a definire una legge chiara sulle diverse forme di violenza, o forse perché, qualora le leggi ci fossero, il sistema giudiziario non è in grado di farle rispettare lasciando troppo spesso che la parte offesa diventi una corresponsabile del reato soprattutto se si tratta di coppie in conflitto e con figli, e anche forse perché le donne, senza lavoro e con figli a carico, si vedono costrette a rimanere in casa con il loro torturatore perché non sanno dove andare subendo una violenza che prima o poi esplode. Forse.

Luisa Betti Dakli

Giornalista esperta di diritti umani, Luisa Betti Dakli è la direttrice di International Women Magazine, che hanno come focus violazioni dei diritti delle donne e delle persone di minore età in Italia e nel mondo. Ha ricevuto il riconoscimento dalle Nazioni Unite come testimonial e attivista rappresentante per l’Italia nella Giornata internazionale per i diritti umani 2021, e le è stato conferito il Premio Cidu per la categoria “Libertà di stampa” da parte del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il Ministero degli esteri. Già responsabile della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Luisa Betti Dakli tiene come docente corsi di alta formazione per giornalisti, avvocati e magistrati riguardo la violenza maschile sulle donne, le violazioni dei diritti dei minori, la vittimizzazione secondaria attraverso i media, e sulle politiche e il linguaggio di genere. Scrive per il Corriere della Sera La 27esimaora, ha collaborato, tra gli altri, con Micromega, il Manifesto e la rivista di geopolitica EastWest, e collabora all’estero con le riviste come Azione (Svizzera) e Passaparola (Lussemburgo-Belgio-Francia).

 

Ha realizzato diverse inchieste e reportage in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina riguardo le violazioni dei diritti umani, tra cui la condizione dei minori diversamente abili in Russia, le colf asiatiche ridotte in schiavitù nei paesi del Golfo, gli orfani bianchi dell’Europa dell’Est, la tratta delle profughe irachene. Ha indagato sullo stupro di guerra in Africa e in Asia, sui matrimoni forzati in Africa, Medio Oriente, America Latina, Cina, India e altri Paesi del Sud-Est asiatico, sulla condizione dei bambini nel conflitto siriano, sui suicidi di minori nel campo profughi di Moria in Grecia. Si è occupata delle donne rinchiuse in manicomio dopo essere state ripudiate in India, della violenza subita dalle migranti, le molestie su ragazze nel mondo della swing dance, il gendercidio in Cina e il femminicidio in Russia.

Ha realizzato per il Corriere della sera la video inchiesta “Crimini invisibili” sulla violenza domestica occultata nei tribunali italiani e sulla violenza istituzionale su donne e bambini che cercano protezione ma che vengono puntiti per aver denunciato maltrattamenti e abusi in famiglia. Ha girato la video inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”: documentario sui bambini ospiti con le mamme detenute nel nido del Carcere Femminile di Rebibbia a Roma (40’) per Rainews 24, e ha indagato la condizione delle mamme in carcere nelle prigioni di Kabul, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia, Russia, Argentina, Bolivia e in Chiapas. Ha fatto parte della Commissione per la tutela dei minori per il Garante nazionale dell’infanzia e l’adolescenza, con cui ha pubblicato il volume “La tutela dei minorenni nel mondo della comunicazione” (edizioni Garante per l’Infanzia e l’adolescenza).

Ha organizzato il tavolo intergiuridico con Tribunale di Roma su “La narrazione della violenza sulle donne dai media alla società”, il tavolo di studio interdisciplinare per avvocati e magistrati con giudici, penaliste, psicologhe, avvocate, giornaliste su “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, e con l’Unione Nazionale camere minorili su “Un minore, tanti processi”. Ha preso parte come speeker, tra gli altri, al tavolo parlamentare della Presidenza Camera dei deputati e Ministero Pari opportunità su “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, all’incontro parlamentare “Convenzione di Istanbul e Media” organizzato dalla Presidenza del Senato e Presidenza della Camera dei deputati, e al ciclo di studi internazionali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” del Ministero degli esteri.

È stata presso il Consiglio d’Europa con il Ministero degli Esteri e la Presidenza della Camera come speaker nella Conferenza internazionale “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, è stata chiamata come rappresentante italiana dal Comune di Parigi per il tavolo internazionale “Femmes & Pouvoirs”, e al Mairie de Le Mans de Paris come rappresentante italiana alla Conferenza “Autour de la Méditerranée. La force des femmes”. È stata rappresentate italiana alla 30esima Conferenza dell’Iranian Women’s Studies Foundation, all’Ambasciata Britannica di Roma presso il tavolo istituzionale “Come promuovere la cultura dell’uguaglianza di genere per eliminare la violenza sulle donne. Confronto tra Regno Unito e Italia”, e all’Ambasciata americana alla tavola rotonda “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”.

Opinionista televisiva e radiofonica come esperta sui diritti violati su donne e bambini, ha pubblicato diversi saggi tra cui “Il movimento #metoo e il ruolo dei media” in “Le molestie sul lavoro” (Franco Angeli), “Uccisa due volte. La responsabilità dei giornali” in “Stop violenza: le parole per dirlo” (Giulia Giornaliste, Fnsi, Inpgi, Usigrai), “Per una narrazione del femminicidio che superi la rivittimizzazione mediale” in “Convenzione di Istanbul e Media”, (Edizioni Senato della Repubblica Italiana), “Il femminicidio nei media” per “In Quanto Donna” curato dalla Presidenza della Camera dei deputati per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Partecipa ai Rapporti sulla condizione delle donne in Italia per il Comitato Cedaw dell’Onu e ha contribuito al Rapporto per Pechino+25. Ha ricevuto il premio internazionale “Semplicemente donna” 2021 nella categoria “Donna nell’informazione” e nel 2018 ha avuto il Premio Pegaso 8 marzo “per essersi distinta per sensibilità umana e professionale”.

Global Affairs

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